
GIUSEPPE ZANARDELLI (1826-1903).
Statista, giurista e uomo di cultura
Mostra a cura di Roberta D’Adda, Valerio Terraroli
Palazzo Tosto. Ateneo di Brescia
Accademia di Scienze, Lettere e Arte.
16 maggio/15 novembre 2026
Fra gli uomini che in Italia animarono la vita politica di fine Ottocento GIUSEPPE ZANARDELL – giurista bresciano, più volte ministro del Regno e dal 1901 al 1903 Presidente del Consiglio – è uno dei pochi a cui l’esposizione mediatica, pur regalando la sensazione di monumentalità, non sottrae la spontaneità dei gesti, né l’abitudine a compiere movimenti inaspettati, a volte originali ed eccentrici. Sono davvero tanti gli esempi che portano la firma dello scultore ETTORE XIMENES e che si possono ammirare nella mostra allestita fino al 15 novembre, al Palazzo Tosio di Brescia.
Se confrontiamo le statue a lui dedicate con quelle riservate a figure del panorama contemporaneo, finite anch’esse in cima a basamenti per mezzobusti, notiamo qualcosa di diverso. Mentre i suoi colleghi mostrano la maschera dello statista pensoso su cui grava il peso del ruolo, in lui sopravvive una naturale propensione ad assumere pose fuori dal comune, come quando sembra farsi aria con la bombetta oppure attraversa il fiume Agri, in Lucania, a bordo di un carro trainato da bufali e ha la gamba sulla stanga, in un atteggiarsi che evoca l’inquadratura da film western. La foto sul fiume Agri, una delle più celebri, Zanardelli la conservò nel suo studio, nella villa di Tuscolano Maderno, sul lago di Garda, ed è la dimostrazione di quanto egli non si sottraesse al gioco di apparire un’icona tardo risorgimentale, però sembrava parlare un linguaggio discontinuo rispetto alle forme tutt’altro che sobrie di un Crispi, di un Giolitti. Carico di retorica ovviamente non poteva non essere anche lui, lo esigeva il contesto storico, ma dalla sua enfasi oratoria, dal muoversi basculante di una gamba, dall’inclinazione della testa, dall’obliquità dello sguardo sembrano transitare le liturgie di un’Italia che si consegnava al Novecento attraverso la figura di un gentlemen magro e impettito, baffi folti e sguardo tagliente, elegante e serioso anche quando, anziché indossare la finanziera adatta ai discorsi di Montecitorio, sedeva in poltrona con la toga da avvocato sulle spalle o nascondeva le mani in tasca come un comune borghese colto durante la siesta pomeridiana. Forse è troppo affermare che siamo al cospetto di un antieroe. Non lo poteva essere uno come Zanardelli che credeva in un preciso ideale di patria e, per realizzarlo, si era speso secondo le modalità del suo tempo, prima impugnando le armi giovanili, poi vestendo i panni attempati dello statista.
Tuttavia, non si può negare che egli abbia cercato, assai più di altri, la strada delle riforme, a cominciare dal codice penale, varato quando fu Ministro della Giustizia, fino ai preistorici tentativi di aprire la strada a una legge sul divorzio, che provocò una vignetta sulla rivista «L’Asino», nel 1902, dove si vede un parroco ridere sornione tenendo nelle mani una coppia di sposi legati come cani da una catena al collo. Non c’è da meravigliarsi, dunque, se la sua sagoma longilinea sia finita spesso tra le pagine umoristiche del «Pasquino», della «Rana», del «Frustino», talvolta in ambienti circensi e con un’aria da vecchio signore allampanato. Ci sarà del vero nell’aspetto caricaturale di queste immagini satiriche e le controversie di quella complicata macchina che chiamiamo politica non hanno potuto sottrarre nessuno alle incertezze di una nazione che, cercando di raggiungere una propria stabilità, aspirava a conquistare un posto di primo piano fra gli equilibri degli Stati europei.
Per fortuna la ricorrenza del bicentenario della nascita può diventare l’occasione per riscoprire l’operato di quest’uomo che fece dell’impegno politico un atto di responsabilità. Penso al valore morale che acquisì il viaggio nelle aree interne del Mezzogiorno, nel settembre del 1902. Fu una trasferta dai contorni favolosi: dodici giorni nell’irredimibile Lucania prima che la scoprisse Carlo Levi, un continente povero e contadino che Zanardelli incontrò esponendosi in prima persona, come in una specie di trincea, incontrando sindaci e notabili, gente del popolo e ricchi latifondisti. Proprio in quei luoghi, un quarantennio prima, le guerre del brigantaggio eravamo avvampate nella forma più violenta, evidenziando le crepe di un fragile processo di unificazione. Zanardelli non ebbe paura di andarci. Era lui la Storia che arrivava a bussare alle porte di un mondo fuori dalla Storia e la legge speciale che porta il suo nome rimane il compimento di un legame oltre le stanze dei ministeri, oltre gli orpelli della burocrazia. E divenne epica, racconto, memoria dei paesi, dove non manca una strada, una piazza, un largo intitolato al suo nome.
GIUSEPPE LUPO. Il Sole 24 Ore 27 settembre 2026

Ettore Ximenes, Giuseppe Zanardelli oratore 1897


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