
“I politici della Destra Storica ci insegnarono l’orgoglio per la propria identità nazionale. Il senso dell’onore, della disciplina, del decoro. Le buone maniere, il rispetto per i vecchi, il valore della qualità, quindi del merito.”
ORIANA FALLACI La forza della Ragione 2002
“Il senso dell’onore, della disciplina, le buone maniere, il rispetto per i vecchi”: principi costitutivi di una società civile, non sono legati a un momento specifico della storia italiana, il Risorgimento, ma valgono a maggior ragione oggi in presenza di manifestazioni di giovani e giovanissimi, che si contrappongono con violenza alle istituzioni con azioni di guerriglia urbana e di vandalismo.
Sempre negli anni del Risorgimento, Giuseppe Mazzini nel suo scritto Dei doveri dell’uomo (1860) sosteneva che l’insistenza esclusiva sui diritti porta all’egoismo e alle lotte sociali; per avere una società giusta, ogni cittadino deve partire dalla consapevolezza dei propri doveri verso la famiglia, la patria e l’umanità. Pertanto, era importante l‘Educazione Nazionale, quella che oggi chiamiamo Educazione civica, che non doveva rimanere una teoria astratta, ma tradursi costantemente in azione pratica, impegno sociale e partecipazione attiva alla vita della Repubblica, trasformando la massa in popolo consapevole.
Le manifestazioni di sabato 17 ottobre, promosse attraverso i social in diverse città italiane contro il carovita e le condizioni di emarginazione sociale ed economica dei giovani nelle periferie urbane, sono sfociate in particolare a Milano e Torino in scontri con le forze dell’ordine e con l’assalto ai negozi del lusso nel centro cittadino: una esplosione di violenza senza un’apparente regia politica, a parte la presenza ormai consueta ma minoritaria di frange anarchiche e dei centri sociali.
A fronte di queste scene di distruzione e di saccheggio, politici, sociologi e opinionisti si sono interrogati sulle ragioni di queste insorgenze giovanili, che, se pure in modalità diverse, si sono manifestate anche in altri paesi europei. C’è chi ne dà una lettura storica e antropologica, non solo in ragione del tradizionale conflitto intergenerazionale, ma soprattutto per l’emergere in Occidente, a partire dagli anni ’50, nella progressiva affermazione della società dei consumi di massa, di una subcultura giovanile che in maniera provocatoria rivendicava uno stile di vita alternativo in termini di abbigliamento, di gusti musicali e artistici e soprattutto di adesione a forme di aggregazione autonoma dal mondo degli adulti, come i movimenti dei teddy boys, degli hippies e dei punk. Questi movimenti però, proprio per la rivendicazione di uno spazio di autonomia dal resto della società, non hanno mai espresso forme di lotta radicale contro le istituzioni. C’è chi invece ha visto nei giovani antagonisti delle recenti manifestazioni un riemergere di un protagonismo politico, che affonda le sue radici negli anni ’60 e ’70, senza però la visione ideologica che contrassegnò i movimenti rivoluzionari di quegli anni. Va ricordato però che in Italia il fenomeno politico del ’68 (che, ricordiamo, fu prevalente nell’università e non nelle fabbriche), se fu anche il canto del cigno di una possibile rivoluzione comunista in Occidente e provocò un profondo cambiamento nei costumi, finì anche per minare quel principio di autorità, fondato sul rispetto delle regole e sulla distinzione dei ruoli tra gli adulti e i giovani, basilare per l’esistenza di un’ordinata società civile e per garantire la pace sociale, la giustizia e la libertà individuale.
Il sociologo e politologo Luca Ricolfi, proprio commentando in un’intervista alla “Nazione” le recenti rivolte giovanili, ricordava che “ai giovani mancano innanzitutto gli adulti, che nella famiglia, nella scuola — e pure nei media — hanno rinunciato alle loro funzioni educative, cioè alla capacità di guidare gli adolescenti, insegnando loro ad assumere responsabilità, a conquistare con lo studio, il lavoro e l’impegno le cose cui aspirano”.
Quella capacità purtroppo è mancata anche a quei docenti fiorentini che, dimenticandosi di una corretta divisione dei ruoli, hanno condiviso le proteste dei loro studenti, che, al di là della fondatezza delle loro rivendicazioni, hanno occupato la scuola, come al solito imponendosi alla maggioranza, commettendo un atto illegale lesivo del diritto costituzionale allo studio.
SERGIO CASPRINI



ARTEMISIA GENTILESCHI A FIRENZE