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La nascita dell’istituzione regionale tra continuità politica e specificità territoriale: il caso della TOSCANA

12/07/2026

L’insediamento dei Consigli regionali nel luglio del 1970 ha rappresentato uno dei passaggi più significativi della storia istituzionale della Repubblica italiana. Con l’avvio delle Regioni a statuto ordinario trovava finalmente attuazione uno dei principi fondamentali delineati dalla Costituzione del 1948, rimasto per oltre vent’anni in una condizione di sostanziale sospensione. Le elezioni regionali del 7 e 8 giugno 1970 inaugurarono infatti un nuovo livello di governo, destinato a collocarsi tra lo Stato centrale e gli enti locali ed a ridefinire progressivamente l’assetto delle autonomie territoriali. L’avvio delle nuove assemblee regionali seguì procedure sostanzialmente uniformi sull’intero territorio nazionale. La seduta inaugurale era ovunque presieduta dal consigliere più anziano, assistito dai consiglieri più giovani in qualità di segretari provvisori, secondo una prassi che intendeva garantire la continuità istituzionale nella fase costitutiva dell’assemblea. Nel corso della prima riunione si procedeva all’elezione del presidente del Consiglio regionale, dell’Ufficio di Presidenza e, successivamente, alla formazione della Giunta regionale, organi indispensabili per il pieno funzionamento della nuova istituzione.

In TOSCANA la prima seduta del Consiglio regionale si svolse il 13 LUGLIO 1970 nella sala Luca Giordano di Palazzo Medici Riccardi a Firenze, sede altamente simbolica per la storia politico-amministrativa della regione. L’insediamento dell’assemblea non costituì soltanto un momento formale di applicazione della Costituzione, ma assunse un forte significato politico, poiché segnò l’inizio di una esperienza istituzionale destinata a caratterizzare profondamente la vicenda amministrativa toscana nei decenni successivi. Nel corso della seduta vennero eletti il presidente del Consiglio regionale nella persona di ELIO GABBUGGIANI (Pci) e l’Ufficio di presidenza; nei giorni successivi prese forma la prima Giunta regionale guidata da LELIO LAGORIO (Psi), sostenuta da una coalizione composta da Pci, Psi e Psiup. Tale assetto politico costituiva il riflesso diretto dell’esito delle elezioni regionali, che avevano consegnato al Pci una netta posizione di predominio, senza tuttavia attribuirgli la maggioranza assoluta dei seggi. La distribuzione dei cinquanta consiglieri regionali evidenziava in ogni caso un sistema politico fortemente polarizzato: il Pci ottenne 23 seggi, la Dc 17, il Psi e il Psdi 3 ciascuno, il Psiup, il Pri, il Pli e il Msi 1 ciascuno. La maggioranza si rese possibile attraverso l’accordo tra Pci, Psi e Psiup, guidati a livello nazionale rispettivamente da Luigi Longo, Giacomo Mancini e Tullio Vecchietti, consolidando fin dall’origine l’orientamento progressista della Regione.

L’esperienza toscana appare particolarmente significativa se inserita nel più ampio quadro nazionale. A livello italiano le elezioni regionali del 1970 confermarono infatti la centralità della Dc, che rimase il primo partito nella maggior parte delle regioni e continuò a rappresentare il principale perno del sistema di governo nazionale. Il Pci consolidò invece il proprio radicamento soprattutto nelle aree dell’Italia centrale, dando origine a quella configurazione territoriale che la storiografia ha successivamente definito delle “regioni rosse”. In tale contesto la Toscana costituiva uno dei casi più emblematici, insieme all’Emilia Romagna e all’Umbria, mentre le Marche presentavano un quadro più articolato e competitivo, nel quale la presenza democristiana risultava relativamente più consistente.

Con tutto ciò, andando oltre il mero dato elettorale, ricondurre la TOSCANA esclusivamente alla categoria delle “regioni rosse” rischia di semplificare una realtà storicamente più complessa. Pur condividendo con Emilia-Romagna e Umbria la solida egemonia della sinistra, la Toscana sviluppò infatti caratteristiche proprie, riconducibili sia alla sua struttura economica sia alla sua tradizione amministrativa. Il radicamento del movimento operaio si intrecciava con una diffusa presenza della mezzadria, con un tessuto di piccoli e medi comuni caratterizzato da una forte autonomia amministrativa e con una consolidata cultura civica maturata già nell’età liberale. Tali elementi contribuirono alla formazione di un modello di governo regionale fondato su una stretta integrazione tra amministrazione, partecipazione politica e programmazione territoriale. La specificità toscana emerge anche nella composizione della propria classe dirigente regionale. Fin dalla prima legislatura, il nuovo ente non fu concepito come una semplice articolazione periferica dello Stato, bensì come uno spazio di elaborazione politica ed amministrativa capace di coordinare la pianificazione territoriale, le politiche sanitarie, l’organizzazione dei servizi sociali e gli interventi per lo sviluppo economico. In questo senso la presidenza del socialista Lagorio rappresentò uno dei primi tentativi di costruzione di una governance regionale caratterizzata da un forte equilibrio tra rappresentanza politica e capacità amministrativa. Rispetto all’Emilia Romagna, spesso considerata il modello più avanzato di amministrazione regionale della sinistra italiana, la TOSCANA sviluppò una forma di regionalismo maggiormente orientata alla mediazione istituzionale e alla valorizzazione delle autonomie comunali. Se il modello emiliano si distingueva per l’efficienza amministrativa e per il rapporto privilegiato con il sistema cooperativo e produttivo, quello toscano si caratterizzò per una maggiore attenzione alla pianificazione territoriale, alla tutela del patrimonio culturale e paesaggistico e alla costruzione di un equilibrio tra sviluppo economico e governo del territorio. Anche rispetto all’Umbria, territorio di dimensioni più contenute e caratterizzata da una maggiore omogeneità sociopolitica, la Toscana presentava una struttura economica e territoriale più articolata, nella quale convivevano aree fortemente industrializzate, distretti manifatturieri, territori agricoli ed importanti centri urbani.

Le sedute inaugurali dei Consigli regionali del 1970 rappresentarono pertanto molto più di un semplice adempimento procedurale. Esse segnarono l’avvio concreto del regionalismo italiano e offrirono alle nuove istituzioni la possibilità di costruire modelli differenziati di governo territoriale. Nel caso toscano, la nascita della Regione costituì il punto di partenza di un’esperienza amministrativa che avrebbe progressivamente assunto caratteri originali nel panorama nazionale, contribuendo alla definizione di quello che la letteratura avrebbe successivamente identificato come “modello toscano” di governo locale: un modello fondato sulla continuità della cultura amministrativa, sul radicamento della partecipazione politica e sulla capacità di integrare sviluppo economico, coesione sociale e programmazione pubblica.

MARCO CECCARINI Giornalista

Pubblicato in: Focus
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