
Anticonformista, femminista e viaggiatrice, Dora d’Istria scelse Firenze come città dove vivere e morire nel 1888. Solo una targa ricorda la scrittrice che fece della sua villa un orto botanico
DORA D’ISTRIA, intellettuale europea, vissuta a Firenze per circa vent’anni, appartiene a quel fervido cosmopolitismo femminile ottocentesco di area fiorentina, dinamico e ardito, coraggiosamente all’avanguardia, che merita di essere riscoperto.
Nata a Bucarest nel 1828, all’anagrafe principessa Elena Ghika (d’illustre famiglia aristocratica rumena, di origine albanese), compie studi eclettici di botanica, scienze, lingue, arte, letteratura, tra Dresda, Vienna, Venezia, Berlino. Coniugata poco più che ventenne, nel 1849, con il principe russo Koltzoff Massalsky, si separa nel 1855. Libera, padrona di sé, affascinata dal colloquio culturale tra Occidente e Oriente, dai moti del Risorgimento liberale trasnazionale e dalle istanze dell’emancipazione femminile, si sposta dalla Russia alla Francia, dalla Germania alla Svizzera, dall’Albania alla Grecia, pubblicando resoconti sulle tradizioni delle corti europee.
Dai primi anni Sessanta, è intensa e diffusa anche fuori dai confini europei la sua produzione saggistica (in francese, italiano e greco moderno). Sulla condizione della donna, dà alle stampe a Zurigo Les femmes en Orient (1859-1860, 2 voll.) e Les femmes par une femme (Parigi, 1865), opera che suscita vasta eco anche in Italia, segnalandola come disinibita militante protofemminista. Oltre alle relazioni tra cultura europea e Oriente, cui dedica Le vie monastique dans l’Église Orientale (Ginevra, 1858) e Marco Polo, il Cristoforo Colombo dell’Asia (Trieste, 1869), oltre a temi di carattere geografico e ambientale (come La Suisse allemande et l’Ascension du Moench, Parigi, 1856, sull’ascesa al Mönch, la celebre vetta delle Alpi bernesi, e I bagni di mare della Liguria, Firenze, 1871), oltre ai personaggi significativi del suo Paese d’origine (Gli eroi della Rumenia: profili storici, Firenze, 1887), si occupa di letteratura e di canti popolari (in accordo con l’orientamento del Romanticismo europeo, praticato in quegli anni, proprio a Firenze anche da TOMMASEO), con Gli scrittori albanesi dell’Italia meridionale (Palermo, 1867), La nazionalità albanese, secondo i canti popolari (Cosenza, 1867), La poésie des Ottomans (Parigi, 1877). Non solo erudizione, inchieste di prima mano, pagine di viaggio, studi critici sulla poesia epica orientale (ospitati in periodici di prestigio, dalla Revue des Deux Mondes alla Nuova Antologia), ma un impegno intellettuale d’apertura liberale e democratica, antiaristocratico e antimilitarista, rivolto all’arte e alla poesia intese come espressione di dignità morale e libertà.
Nel dicembre 1870, dopo un decennio di soggiorni in Italia (tra Livorno, la Riviera ligure, Venezia, Torino), si trasferisce a Firenze, la sua città del cuore, alla quale resta fedele fino alla morte, che sopraggiunge improvvisa nel novembre 1888. Ha preso dimora nel quartiere nuovo tra il viale Militare (oggi viale Don Minzoni) e piazza Savonarola, fuori porta San Gallo (nella zona dei quadri governativi di Firenze capitale, la stessa dove ha tenuto salotto dal 1865 al 1869 la poetessa napoletana Laura Beatrice Oliva, consorte del conte Pasquale Stanislao Mancini, giurista di gran nome). Abita esattamente nell’attuale via Leonardo da Vinci, al civico 28, nella Villa (da lei detta Villa d’Istria), che ha acquistato da Sofia Bezobrazov, cugina dell’anarchico Bakunin e moglie di ANGELO DE GUBERNATIS, orientalista di fama e storico della letteratura, fondatore a Firenze della Rivista europea (1869-1883) e docente di Sanscrito all’Istituto di Studi Superiori, con il quale Dora è in rapporto intellettuale fino dal 1867. La Villa dove vive a Firenze (sedici stanze su due piani) diventa in breve un celebre salotto letterario frequentato, oltre che dal De Gubernatis, dallo scienziato PAOLO MANTEGAZZA, fisiologo e narratore, dal 1869 docente di Antropologia all’Istituto di Studi Superiori, grande estimatore di Dora.
Accanto al salotto, è pubblicamente più rinomato il giardino di Villa d’Istria, dove la principessa, assistita da giardinieri e architetti, coltiva piante e fiori con autentica passione. Già nel 1871, Dora ha esteso il giardino con l’acquisto di terreni confinanti (varie particelle catastali intorno alla Villa), tanto che il giardino si è convertito in straordinario orto botanico, un autentico (afferma De Gubernatis) «luogo delle delizie», con boschetto di eucalipti, chalet, laghetto, voliera di fagiani e una meravigliosa collezione di piante rare e di fiori esotici. Si tratta dell’Arboreto Istriano, di particolare rilievo anche scientifico, analiticamente descritto in un testo accademico edito nel 1887 dal botanico fiorentino Demetrio Bargellini. Nelle sale della Villa, Dora custodisce una ricca biblioteca, carte, documenti, oggetti preziosi, quadri e sculture, tra le quali un proprio «magnifico» (a detta del De Gubernatis) busto marmoreo di Giovanni Dupré.
Per volontà testamentaria, Dora (che riposa, dopo la cremazione, nel cimitero di Trespiano) ha lasciato in gran parte erede del suo patrimonio la Scuola per sordomuti di Firenze, la quale mette subito all’asta i beni mobili e liquida gli immobili. Della biblioteca, dei quadri, delle carte (come del busto scolpito da Dupré) si sono smarrite le tracce. Sull’Arboreto Istriano, ridotto a area edificabile, sono sorti edifici all’alba del Novecento. Sul luogo della scomparsa, Villa d’Istria, si trova oggi un condominio anni Sessanta. Di là dal cancello condominiale, del tutto nascosta alla vista dei passanti, una targa tardiva posta dal Comune nel 1915 ricorda che lì visse e morì DORA D’ISTRIA, «eccelsa per virtù d’animo e d’ingegno». Estremo e labilissimo ricordo di un’insigne concittadina d’adozione, protagonista di una splendida stagione della Firenze ottocentesca.
Gino Tellini Corriere Fiorentino 23 agosto 2026

Al posto della Villa d’Istria, in via Leonardo da Vinci n. 1, dove abitava Dora d’Istria, oggi c’è un condominio degli anni Sessanta del Novecento. Di là dal cancello condominiale, del tutto nascosta alla vista dei passanti, c’è una targa posta dal Comune di Firenze nel 1915


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