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CORRADO OCONE: Politica e cultura. Percorsi di pensiero nell’Italia del Novecento

04/06/2026

Recensione di MASSIMO RAGAZZINI Rivista Libro Aperto volume 125 giugno 2026

CORRADO OCONE: Politica e cultura. Percorsi di pensiero nell’Italia del Novecento, Edizioni Società Aperta, Sesto San Giovanni, 2025, pp. 160, € 18

Il saggista e filosofo Corrado Ocone, studioso del neoidealismo e del pensiero liberale (una delle sue opere è Il liberalismo nel Novecento. Da Croce a Berlin), esplora in questo libro il rapporto tra politica e cultura nell’Italia del Novecento. I capitoli che lo compongono nascono da relazioni tenute a convegni e da saggi pubblicati in libri e riviste. Per questa sua origine, scrive l’autore, il volume non ha pretese di esaustività (la cultura del cattolicesimo non è per esempio rappresentata), ma offre comunque un quadro tutto sommato rappresentativo di una rilevante vicenda culturale del nostro Paese. Ocone ripropone infatti alcuni tra i maggiori protagonisti del pensiero politico italiano del Novecento: Benedetto Croce, Giovanni Gentile, Guido De Ruggiero, Piero Gobetti, Giovanni Amendola, Nicola Chiaromonte, Norberto Bobbio, Luciano Pellicani. Una particolare attenzione meritano i capitoli dedicati a Croce, a De Ruggiero, al rapporto tra Amendola e Gobetti.

Il periodo compreso tra l’assassinio di Matteotti e il discorso alla Camera in cui Mussolini se ne assumeva la responsabilità politica è quello in cui maturò il distacco netto di Croce dal fascismo, a cui egli, come tanti altri esponenti della vecchia Italia liberale, in un primo tempo aveva concesso un’apertura di credito. Il filosofo aveva infatti considerato i fascisti come dei “barbari” che si sarebbero con molta probabilità civilizzati e avrebbero rinforzato lo Stato. Questo era stato l’auspicio di Croce e di molta parte dell’intellettualità liberale (e democratica). Ma un travaglio politico e umano, scrive l’autore, accompagnò il filosofo per tutto il 1924 e si accentuò dopo il 10 giugno, quando si consumò definitivamente il tentativo dei liberali italiani e di Croce di volgere il fascismo a fini positivi e liberali. L’atto formale di questa nuova stagione può essere considerato il manifesto che Croce scrisse, su richiesta di Amendola, in risposta al Manifesto degli intellettuali fascisti di Gentile negli ultimi giorni dell’aprile 1925.

L’illusione di molti liberali di strumentalizzare il fascismo per poi disfarsene fu un irreparabile errore di prospettiva a cui De Ruggiero non soggiacque. Nessun altro libro più della sua Storia del liberalismo contribuì a dare un patrimonio intellettuale, una coscienza di sé all’opposizione liberale contro il fascismo. La Storia venne portata a termine da De Ruggiero nel 1924, l’annus horribilis in cui il fascismo venne a definirsi rapidamente come regime dittatoriale. Ocone ricorda anche che secondo De Ruggiero lo Stato liberale doveva rinnovarsi in linea con la riforma del liberalismo anglosassone, che aveva particolarmente presente proprio in virtù dei suoi legami intellettuali e del suo soggiorno oltre Manica.  Lo storico della filosofia pagò poi con il carcere l’attività svolta per la fondazione del Partito d’Azione

Specialmente interessante il capitolo dedicato al rapporto tra Amendola e Gobetti, due personalità per tanti aspetti distinte, diverse per carattere e mentalità. Il giovane liberale piemontese apprezzava l’autorevole politico napoletano, che pure politicamente non gli era del tutto affine, per il coraggio, l’austerità, la lealtà, la coerenza impeccabile, il rigoroso rifiuto dei compromessi, l’estrema dignità. La sorte finì per accomunarli nella morte precoce, avvenuta per entrambi in seguito a percosse fasciste nei primi mesi del 1926.

Secondo Ocone, gli autori di cui si occupa sono accomunati da una medesima convinzione, quella relativa all’importanza del rapporto tra cultura e politica. E osserva che l’Italia è stata, nel corso del Novecento, terra eletta per le culture politiche. In nessun altro Paese, forse, l’interscambio tra mondo intellettuale e mondo politico è stato così intenso. Tali culture presero consistenza, spesso anche intrecciandosi e contaminandosi, in quello straordinario laboratorio che fu il primo Novecento. Il fascismo pose fine a questo fermento. Molti dei rappresentanti più in vista di ognuna delle culture politiche dominanti furono incarcerati, costretti all’esilio o uccisi. Il dialogo e lo scontro culturale continuarono comunque, più o meno sotterranei, anche negli anni della dittatura.

Rinate a nuova vita nella Repubblica, le culture politiche innervarono l’esistenza stessa dei partiti che ne animarono la scena, fino ad andare in crisi con la fine del sistema politico della cosiddetta “prima Repubblica”. Il mutare del quadro politico internazionale nei primi anni Novanta del secolo scorso, con la fine del “socialismo reale” e l’inizio di un’età di economia e comunicazioni globali, resero sempre più “inattuali” molte di quelle culture politiche. Con la fine della mediazione, che in qualche modo avevano compiuto i partiti storici, il filo che legava la politica alle idee sembrò essersi definitivamente spezzato.

“La fine delle ideologie”, scrive Ocone, “sembrò coincidere con la fine stessa delle idee in politica, sostituite spesso da slogan, pensieri semplici, contrapposizioni fittizie che l’avvento di una politica sempre più legata alle modalità comunicative imposte dalle tecnologie informatiche rendeva in qualche modo indispensabili”.  Se le idee elaborate dalla cultura politica italiana del Novecento non sono spesso più riproponibili, quella tradizione contiene elementi che possono ancora essere riattualizzati o che possono farci muovere, con la consapevolezza di ieri, in modo meno sprovveduto nel mondo di oggi. “In ogni caso”, conclude l’autore, “quel patrimonio va conosciuto, studiato, elaborato, anche superato, ma non archiviato”. 

POLITICA E CULTURA

1511. Dettaglio dell’affresco LA SCUOLA DI ATENE di Raffaello

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