
LETTERE Corriere della Sera 14 luglio 2026
CARO ALDO, l’11 luglio è la data del famoso armistizio di Villafranca nel 1859, tra Napoleone III e Francesco Giuseppe, senza che i piemontesi ne fossero informati, di fatto ponendo fine al sogno di «liberare» il Veneto. Sembrò che a spingere per accettare la pace fosse stata la moglie di Napoleone Eugenia de Montijo, impressionata dal gran numero di vittime dopo San Martino. Io penso che forse Napoleone avesse letto Tucidide, e volendo evitare il feroce dualismo come tra Sparta e Atene, non voleva un Paese al confine troppo forte. Da studioso di eventi storici, lei cosa ne pensa?MARCO NAGNI Falconara Marittima
CARO MARCO, Napoleone III era sinceramente legato alla causa dell’Italia, dove aveva vissuto quando era in disgrazia: nel 1831 aveva partecipato ai moti carbonari in Romagna, rischiando la forca austriaca. Però certo non era un filantropo. Se schierò il suo esercito contro l’impero asburgico, era per avere sulle proprie frontiere meridionali un alleato, se non un vassallo. Il suo progetto non era l’unificazione italiana. Era un Regno del Nord. In fondo era il progetto dello stesso Cavour. Dopo la strage di Solferino (a San Martino i piemontesi si batterono eroicamente, perdendo duemila uomini in un giorno, ma il grosso dello scontro con Francesco Giuseppe, che era sul campo, fu retto dai francesi), Napoleone valutò che fosse meglio fermarsi. Vittorio Emanuele II non poteva certo continuare a combattere da solo. Cavour si precipitò in prima linea e affrontò il re duramente. Il sovrano e il suo primo ministro litigarono in piemontese, e mentre Vittorio cercava di ristabilire i ruoli — «mi sun ‘l re!» —, Cavour si spazientì: «’L re sun mi», sono io il vero re. «Chiel? Chiel a l’è ’l re? Chiel a l’è ’n birichin!», lei è un bricconcello! Cavour telegrafò al reggente principe di Carignano: «La pace è conclusa. Essa sarà firmata domani. Lombardia e Ducato di Parma al Re. Legazioni indipendenti sotto la sovranità del Papa. Duchi di Toscana e Modena rimessi sul trono. Ho dato le mie dimissioni che il Re si è degnato di accettare. Vogliate informare i miei colleghi sotto vincolo del segreto». Cavour era anche un grande giornalista. Quindi scrisse alla sua donna, Bianca Ronzani: «Sento un tale spossamento che mi rende avvertito essere pur troppo per me cominciata la vecchiaia; vecchiaia prematura, cagionata da dolori morali d’impareggiabile amarezza». Poi dopo Villafranca l’Italia si fece comunque, gli agenti di Cavour a Firenze, a Bologna, a Modena lavorarono bene, i duchi non poterono tornare sul trono, Vittorio Emanuele riaffidò a Cavour la guida del governo. Un uomo di una tale levatura, uno che facendo politica si impoverì, che l’Italia di oggi non merita. Infatti, non lo ricorda, e gli preferisce i briganti Crocco e Ninco Nanco. ALDO CAZZULLO

Domenico Induno L’arrivo del bollettino della pace di Villafranca 1862


La nascita dell’istituzione regionale tra continuità politica e specificità territoriale: il caso della TOSCANA