
INTERVENTO ALL’ANNUALE CERIMONIA COMMEMORATIVA DELLA BRECCIA DI PORTA PIA
19 settembre 2026
Nel 2020 il Comitato Fiorentino per il Risorgimento e il Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità decisero di aggiungere a questa tradizionale cerimonia in Piazza dell’Unità a Firenze un’ulteriore iniziativa, che consisteva nell’attaccare su ciascuno dei platani di via XX Settembre bandierine tricolori e manifestini con la scritta DA 150 ANNI ROMA È CAPITALE D’ITALIA (anche se giuridicamente questo avvenne con la legge del 3 febbraio 1871). In quell’occasione constatammo che, fra i pochi che ci chiesero cosa stessimo facendo, quasi nessuno sapeva a cosa si riferisse la data che dà il nome alla via in cui abitano. Eppure, il 20 settembre del 1870 è una delle date fondamentali della relativamente breve vicenda risorgimentale.
Dato che il Comitato Fiorentino per il Risorgimento è impegnato, come esige la sua ragione sociale, a dare e sollecitare un maggior rilievo allo studio e alla divulgazione della storia, purtroppo poco conosciuta, come sappiamo, da troppi nostri concittadini, nel giugno del 2024 promosse, ancora insieme al Gruppo di Firenze, una lettera aperta al Ministro della Pubblica Istruzione, che conteneva come proposta principale quella di rendere obbligatoria, negli esami di maturità, una prova specifica di storia per gli studenti di tutti gli indirizzi delle superiori. La lettera fu fatta propria da molti storici e docenti di storia e da numerosi esponenti di altre discipline scolastiche e universitarie. Il successivo incontro con Valditara a viale Trastevere non ebbe i risultati sperati, però almeno per il Liceo Classico e per il Liceo Scientifico, la Storia fu alla fine inserita tra le quattro discipline chiave oggetto della prova orale.
Fatta questa premessa, vorrei dire qualcosa su un protagonista del Risorgimento forzatamente assente dalle vicende che da Porta Pia andarono fino al completamento del trasferimento della Capitale da Firenze a Roma. E naturalmente mi riferisco a CAVOUR, purtroppo morto prematuramente nove anni prima. Ma se non ci fu di persona, è evidente quanto del cammino che portò l’Italia a Roma fu segnato dalla sua azione e dal suo pensiero. E glielo riconobbe, quando fu commemorato alla Camera il 26 giugno, proprio uno dei suoi maggiori avversari politici, e con bellissime parole: Giuseppe Ferrari, repubblicano e federalista di tendenze socialiste. Sentite cosa disse: «Voi non sentirete da me in questo recinto una parola contraria al Conte di Cavour, che ha compiuto l’opera sua, che ci ha vinti, e la cui morte nella vittoria può essere augurata al migliore dei nostri amici. La terra potrebbe girare mille volte attorno al sole, il Conte di Cavour ci avrebbe vinti. Io considero come un onore della mia vita di essermi misurato con lui nello scontro di poche parole indelebili nella mia memoria. Ma egli ci ha superato, ci ha vinto. Qualunque cosa voi ora facciate, andare a Roma, penetrare a Venezia, sarà il Conte di Cavour che vi avrà condotti, preceduti, consigliati, illuminati; e qualunque calamità emerga, egli sarà sempre morto e sempre immortale come Alessandro».
Il 25 marzo del 1861, cioè a poco più di due mesi dalla sua morte il 6 giugno, Cavour aveva fatto un grande discorso alla Camera a proposito della Questione romana. Cominciò col dire che si trattava di una questione importante non solo per l’Italia, ma anche per i 200 milioni di cattolici sparsi nel mondo e che la sua soluzione non era quindi solo politica, ma avrebbe avuto anche effetti di carattere religioso e morale. Aggiunse che non si sarebbe raggiunta una soluzione, se la necessità del suo ruolo di Capitale non fosse stata discussa e accettata in Italia, ma anche in Europa. E che c’erano molti argomenti a suo favore, ma la cosa più importante era che venisse sostenuta dal senso comune della Nazione. “È il sentimento dei popoli che decide questioni come queste”.
Cavour metteva due condizioni per andare a Roma: 1) di farlo in accordo con la Francia. Sottolineòche quando quest’ultima aveva acconsentito a darci l’aiuto decisivo che portò nel 1859 a unire al Regno di Sardegna la Lombardia e, a séguito di plebisciti, il Granducato di Toscana, il Ducato di Modena e Reggio, quello di Parma e Piacenza e parte dello Stato Pontificio, la Francia fece presenti i legami e l’impegni che aveva con lo Stato della Chiesa. C’era insomma da onorare lealmente un grande debito di gratitudine; e anche nel caso (quello che poi si verificò nel 1870), che la Francia, per un motivo o per l’altro, si fosse trovata nell’ impossibilitata di opporsi all’annessione di Roma, non si sarebbe dovuto, per lealtà approfittarne. A questo punto del discorso Cavour, che certo ha saputo essere anche spregiudicato, espone quello che dal suo punto di vista costituisce un importante principio di teoria politica. Dice: “Io non intendo certo che siano applicabili alle relazioni internazionali tutte le strettissime regoledi di moralità che debbono regolare i rapporti individuali, tuttavia vi sono certi principii di morale che le nazioni stesse non violano impunemente”. In altre parole, l’affidabilità di uno Stato è una carta molto importante da far valere nel gioco delle alleanze e dei patti di qualsiasi genere. Detto questo, non si può certo concludere che se Cavour fosse vissuto altri dieci anni, che in politica sono molti, avrebbe mantenuto le stesse convinzioni. 2) la seconda condizione che Cavour considerava necessaria per “andare a Roma” era quella di convincere la grande maggioranza dei cattolici che l’unione all’Italia avrebbe totalmente rispettato l’indipendenza della Chiesa. Cavour, per sua fortuna, non visse abbastanza per leggere il Sillabo in cui Pio IX condannava ben 80 errori che si stavano diffondendo nella società moderna, tra cui “la separazione fra Stato e Chiesa”.
Tuttavia, le sue celebri ultime parole raccolte dall’amico CARLO LUIGI FARINI («L’Italia è fatta, tutto è salvo!») sembrano venire da chi ha fiducia che i rimanenti ostacoli verranno superati, perché quello che è stato già fatto contiene gli ideali e la spinta morale necessari per completare l’opera. Dopo la rottura tra stato e Chiesa che sembrò insanabile, molto gradualmente l’ostilità nei confronti dello Stato italiano si attenuò, fino a dare di fatto ragione all’idea di Cavour che vedeva nel potere temporale un ostacolo e non una condizione necessaria per la missione evangelizzatrice della Chiesa di Roma. PIO XI,checoncluse i Patti lateranensi con il regime fascista disse che in effetti quel territorio era sufficiente per esercitare la sua assoluta e visibile indipendenza spirituale. PIO XIIsottolineò che la privazione del regno mondano aveva esaltato il ruolo di guida universale di pace. PAOLO VIdefinì la fine di quel dominio “un disegnoprovvidenziale”, che consentiva al Papa di esprimere con molta più forza e autenticità la sua missione unicamente pastorale. GIOVANNI PAOLO IIribadì più volte che la perdita del potere temporale, pur vissuta come un trauma da Pio IX nel 1870, si rivelò nei fatti un beneficio per la libertà della Chiesa, permettendole di dialogare con il mondo intero senza sospetti di egemonia politica. JOSEPH RATZINGER (poi Papa Benedetto XVI) sosteneva che i momenti in cui la Chiesa è apparsa storicamente “sconfitta” sul piano politico e culturale, come al tempo dell’Illuminismo, poi della Rivoluzione francese e infine con la perdita dello Stato Pontificio sono stati gli stessi in cui è rinata sul piano spirituale, spogliata della sua mondanità.
Giorgio Ragazzini Consiglio Direttivo del Comitato Fiorentino per il Risorgimento

Piazza Cavour Roma


I MOTI PROFONDI DI CARDUCCI