
GIAN BIAGIO FURIOZZI: Giorgio Sorel. Il teorico della violenza, Morlacchi Editore, Perugia, 2026, pp. 218, € 16
GIAN BIAGIO FURIOZZI, professore ordinario di Storia contemporanea presso l’Università di Perugia, è autore di numerosi libri sulla storia del Risorgimento e sul movimento operaio socialista italiano e francese. In questo volume ha raccolto dieci saggi, scritti nell’ultimo quarantennio, su Georges Sorel (Cherbourg 1847 – Boulogne -sur-Seine 1922), un pensatore tra i più discussi e complessi della nostra epoca, noto soprattutto come teorico del sindacalismo rivoluzionario.
A vedere un ritratto di Sorel, scrive l’autore, non lo si sarebbe certo detto quel “violento sovversivo” che i suoi scritti mostravano. Di formazione era ingegnere: studiò all’École Impériale Polytechnique, specializzandosi in ponti e strade, e intraprese una brillante carriera nell’amministrazione pubblica. Nel 1891 fu insignito della Legion d’onore; l’anno successivo fu nominato ingegnere capo di prima classe. Tra lo stupore dei colleghi, nello stesso anno si dimise e si stabilì a Parigi. Nel 1887 era morta la madre, che gli aveva lasciato una rendita sufficiente per vivere. Dopo il ritiro dalla professione, svolse un’intensa attività di scrittore, occupandosi di filosofia, storia, scienze sociali e politica. Ma dietro l’anziano ingegnere, amabile conversatore e intrattenitore di amici e compagni (molti dei quali italiani) che frequentavano la sua villetta parigina, si nascondeva – rileva Furiozzi – “il più acceso e irruento protestatario del primo ventennio del Novecento”, colui che teorizzò l’uso della violenza nella lotta politica, fino a farne un’apologia e a dedicarvi, nel 1908, un intero volume intitolato Riflessioni sulla violenza.
Inizialmente fu un marxista ortodosso. Tuttavia, in articoli e saggi degli ultimi anni dell’Ottocento si spostò sulle posizioni riformiste e gradualiste di Eduard Bernstein. Lo fece in una chiave antideterminista, che poneva in radicale discussione concetti basilari del canone marxista, dal ‘socialismo scientifico’ alla ‘necessità storica’, una convinzione che rimarrà come filo conduttore in tutti i passaggi del suo complesso itinerario teorico. Successivamente, lo scrittore francese si allontanò dal socialismo democratico e riformista. Gli avvenimenti europei a cavallo tra Ottocento e Novecento, e in particolare quelli francesi, lo indussero – come sottolinea l’autore – “a modificare radicalmente le proprie convinzioni, rendendolo persuaso che il socialismo si sarebbe potuto realizzare soltanto contro la democrazia”.
Per Sorel, il proletariato afferma la propria esistenza attraverso lo sciopero. Individuando nella guerra di classe il nucleo vitale del socialismo, egli divenne sostenitore del sindacalismo rivoluzionario, elevando lo ‘sciopero generale’ a mito rivoluzionario supremo. Questo non era inteso come un movimento di masse strumentalizzate da un partito per piegare la resistenza di altri partiti, bensì come una sollevazione autonoma dell’intera classe operaia. Riuniti nei propri sindacati, i lavoratori dovevano obbedire solo alle proprie parole d’ordine, rifiutando il ruolo di carne da cannone o di massa di manovra nelle mani di un presunto stato maggiore rivoluzionario. Sorel teorizzò persino una ‘moralità’ della violenza. Come commenta Furiozzi, per lo scrittore francese la morale risiede nel “sacrificio di sé, l’abnegazione, l’eroismo, il disinteresse, lo sforzo; egli esalta l’uomo che considera la vita ‘come una lotta e non come un piacere’, che dà prova di energia personale e creatrice, come i guerrieri greci e i soldati delle armate napoleoniche”. Si tratta di una violenza dalla forte matrice anarchica. Il socialismo soreliano non mira, infatti, a sostituire una minoranza al potere con un’altra, “ma ad eliminare le attuali forme del potere, non a riformare lo Stato, ma a distruggerlo”.
Meritano una particolare attenzione i capitoli del libro dedicati alla ‘fortuna’ italiana di Sorel, ovvero alla risonanza che il suo pensiero ebbe negli ambienti politici e culturali del nostro Paese nell’arco di un ventennio: un successo che tutti, a partire dallo stesso Sorel, hanno riconosciuto essere stato ben superiore rispetto a quello ottenuto in Francia. Furiozzi osserva che l’intensità e la complessità del profondo legame che unì Sorel agli italiani non poteva essere solo il frutto di una moda culturale o l’espressione di una curiosità letteraria. Tale legame si basò, invece, sulle vicende interne del movimento socialista e sulle condizioni di sviluppo della società italiana. Al 1893 risale la comparsa di un suo articolo su di un periodico italiano: il primo delle centinaia che avrebbe pubblicato sulle riviste del nostro paese fino al 1921, l’anno precedente alla sua morte. Nel 1895 Sorel fu tra i fondatori della rivista “Le devenir social”, che fu uno dei primi e più importanti canali attraverso i quali passarono i rapporti tra numerosi studiosi italiani e la cultura socialista francese. Sorel tempestò di lettere molti intellettuali italiani per sollecitarli a collaborare alla sua rivista. Fu seguito con ammirazione non solo dai teorici del sindacalismo rivoluzionario, ma anche da noti esponenti dell’area liberale. Gli inviarono articoli e saggi Antonio Labriola, Luigi Einaudi, Vilfredo Pareto, Leonida Bissolati, Benedetto Croce, Enrico Ferri, Saverio Merlino, Adolfo Zerboglio, Achille Loria, Giuseppe Salvioli, Mario Missiroli, Luigi Salvatorelli e numerosi altri. I capitoli finali di questo interessante volume sono interamente dedicati al rapporto di Sorel con personaggi da lui molto lontani come Gabriele D’Annunzio e Carlo Rosselli.
Recensione di MASSIMO RAGAZZINI Rivista Libro Aperto volume 126 luglio 2026

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