
… Lottate, ragionate con il vostro cervello, ricordate che ciascuno è qualcuno, un individuo prezioso. Responsabile, artefice di sé stesso, difendetelo il vostro io, nocciolo di ogni libertà, la libertà è un dovere, prima che un diritto è un dovere…
Oriana Fallaci Un Uomo, 1975
Oriana Fallaci nacque a Firenze il 29 giugno 1929 in una famiglia antifascista e partecipò ancora giovanissima alla Resistenza come staffetta partigiana. Sostenne i diritti civili, la libertà delle donne e il diritto all’aborto, tanto che in alcune elezioni votò per il Partito Radicale. Come grande giornalista e inviata speciale mantenne sempre la sua autonomia di giudizio e la capacità di fare domande scomode nelle interviste a personaggi come Gheddafi, Kissinger e a Khomeini. Fu anche una scrittrice di successo: con i suoi dodici libri ha venduto quasi 20 milioni di copie in tutto al mondo.
Nel 1973 “L’Europeo” la inviò ad Atene per intervistare Alekos Panagulis, strenuo oppositore della dittatura dei colonnelli, che a seguito di un’amnistia era uscito dal carcere. Tra i due nacque una storia d’amore che fu interrotta dalla morte di Panagulis tre anni dopo in un incidente automobilistico in cui molti, compresa la giornalista, videro la mano del regime. Durante gli ultimi anni di vita fecero discutere le sue dure prese di posizione contro l’Islam, con la pubblicazione del libro La rabbia e l’orgoglio in seguito agli attentati alle Torri gemelle, in cui veniva ripresa anche la polemica di un anno prima sull’installazione di una grande tenda a ridosso del Battistero da parte di un gruppo di immigrati somali che chiedevano il ricongiungimento con le proprie mogli. Una parte della sinistra, soprattutto a Firenze, che la accusò di xenofobia e di fomentare “una guerra di civiltà”, non le ha mai perdonato queste sue posizioni, impedendo che negli anni scorsi venisse accettata in Consiglio comunale la proposta di intitolarle una strada o una piazza.
Eppure, Oriana Fallaci con il suo scritto appassionato aveva colto in anticipo il pericolo per l’Occidente, per i suoi valori democratici e laici, costituito dall’Islam, soprattutto di quello più radicale. Infatti, nell’Islam la religione non è una scelta dell’individuo e della sua coscienza, come nell’Occidente cristiano, dove vige la separazione tra fede e politica (a partire dall’evangelico “date a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare”). L’Islam pretende invece di dettare le regole e i modi della vita pubblica, di stabilire i diritti delle persone e di regolare i loro rapporti personali. La più nota conseguenza è la posizione di inferiorità e di soggezione all’uomo delle donne, che nei casi peggiori è priva di qualsiasi possibilità di autodeterminazione. Non c’è stato quindi a Firenze, dopo la sua morte nel 2006, un vero impegno delle istituzioni per onorarne la memoria, con le eccezioni della presenza di rappresentanti delle istituzioni alla sua tomba nel Cimitero degli Allori, il 15 settembre, anniversario della sua morte, del nome Strozzi-Fallaci dato alla fermata della tranvia alla Fortezza e della targa Piazzale Oriana Fallaci posta nell’attiguo giardino della Fortezza da Basso. Che poi un piazzale non è, dato che si riferisce all’insieme costituito dalla grande vasca e dal vialetto asfaltato che la circonda. Un omaggio striminzito, che tradisce una decisione a denti stretti.
Proprio per superare questa situazione così poco generosa verso i meriti di Oriana Fallaci, è stata inviata alla sindaca Funaro una lettera aperta firmata da 331 cittadini, tra cui alcuni noti esponenti della società civile, che chiedono, anche in vista del prossimo ventennale della scomparsa della scrittrice, che il giardino venga ribattezzato “Giardino Oriana Fallaci”; che ai principali ingressi, siano collocate delle targhe con quella denominazione; che si proceda poi il prima possibile al restauro del giardino. A fronte della risonanza mediatica di questo appello, la sindaca Funaro in una conferenza stampa fatta proprio nel giardino della Fortezza, ha accolto in toto le proposte dei firmatari della petizione, a partire dalla ricollocazione il 5 settembre dei nuovi cartelli agli ingressi del Giardino Oriana Fallaci. Accanto a questa iniziativa per il ventennale della morte della Fallaci si prevedono anche mostre, spettacoli teatrali, convegni alla Regione Toscana e al Gabinetto Vieusseux, il cui presidente Riccardo Nencini, amico di Oriana Fallaci, ha ricordato nei suoi interventi in appoggio alla petizione che il 7 settembre 1944, proprio all’interno della Fortezza da Basso, il generale britannico Harold Alexander consegnò alla giovanissima Oriana Fallaci, che a soli 14-15 anni aveva agito con il nome di battaglia di “Emilia”, il diploma d’onore per il suo coraggioso impegno nella Resistenza.
Va sottolineato che nella formazione culturale e politica di Oriana Fallaci, che ha sempre rivendicato la sua italianità e il suo patriottismo, c’è un fil rouge che unisce il Risorgimento alla Resistenza. Proveniva da una famiglia con una lunga storia di ribellione. Sua madre, Tosca, era la figlia orfana di un anarchico ed entrambi i rami della sua famiglia c’erano parenti che combatterono durante il Risorgimento; e nel corso degli anni ha sempre coltivato gli studi che univano la passione per la storia d’Italia agli ideali di libertà. E pur riconoscendo l’importanza per il movimento risorgimentale di Garibaldi, di Mazzini e dei democratici, la sua simpatia andava ai liberali e alla Destra storica per i forti valori etici che incarnavano. Nella Forza della ragione, un saggio-pamphlet di Oriana Fallaci pubblicato nel 2004 come seguito del precedente La rabbia e l’orgoglio, si legge:
“La Destra Storica è ormai un ricordo cancellato anche nella coscienza dei cittadini. Fu una Destra gloriosa. Secondo me, una Destra per modo di dire. Aristocratica, sì, ma rivoluzionaria. Sovrani, conti e marchesi guidarono le guerre d’indipendenza e ottennero il rispetto «perfino» di Garibaldi e Mazzini. Erano uomini intelligenti, coraggiosi, e davvero progressisti. Nonché onesti. Uno si chiamava Cavour. Un altro, Massimo d’Azeglio. Un altro, Vincenzo Gioberti. Ci dettero il liberalismo. Ci dettero le Costituzioni, i Parlamenti, la democrazia. Ci insegnarono a vivere con la libertà. Fecero entrare l’Italia nell’epoca del laicismo e della libera Chiesa in libero Stato. E poi ci insegnarono anche altre cose da non buttar via. L’amor patrio, per incominciare. L’orgoglio per la propria identità nazionale. Il senso dell’onore, della disciplina, del decoro. Le buone maniere, il rispetto per i vecchi, il valore della qualità quindi del merito.”
La libertà è un dovere, prima che un diritto è un dovere: sono parole della Fallaci, che si trovano nel suo libro Un Uomo, e che richiamano anche Mazzini e il suo libro Dei Doveri dell’uomo. Infatti la libertà come dovere non è soltanto un privilegio o un diritto da pretendere, ma una responsabilità attiva, che richiede impegno costante, coraggio e spirito critico, qualità che negli anni del Risorgimento coinvolsero tutti i patrioti italiani, che fossero liberali o democratici o monarchici.
Sergio Casprini

La tomba di Oriana Fallaci al Cimitero degli Allori a Firenze


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