
Ritratto di Giosue Carducci Vittorio Corcos 1892
A 120 anni dal Nobel (il primo assegnato a un italiano) viaggio nella grandezza della sua opera, dove è stretto il nesso tra la poesia non idilliaca della Storia e una vita tormentata
Centoventi anni ci separano dal Nobel a GIOSUE’ CARDUCCI (il primo assegnato a un italiano) e la ricorrenza merita di essere festeggiata perché il più insigne premio internazionale non sempre coglie nel segno, ma nel caso di Carducci, all’alba del Novecento, fece centro, come giusto riconoscimento conferito a un autore di indubitabile potenza. Se oggi le sue quotazioni non brillano nella borsa valori del mercato letterario, dipende dai tempi tristi che corrono (ormai da decenni), non dal valore della sua poesia. La grandezza di Carducci risiede nella coesa polarità del suo carattere e della sua opera.
Da una parte, il poeta polemico e satirico dagli accenti feroci (Inno a Satana e Intermezzo), il poeta civile mosso dal desiderio di arginare la crisi del proprio tempo, dal bisogno di contrapporre valori autentici al tramonto degli ideali risorgimentali nella mediocre «Italietta» postunitaria, per rimediare alla corruzione dilagante con il ricorso ai grandi modelli del passato. Dall’altra parte, l’inquieta coscienza interiore turbata dal dubbio sulla terapia proposta, il tormento della precarietà dell’esistere, l’invasione delle ombre che offuscano gli spiragli di speranza nel buio della notte. Si è detto e si ripete: da un lato, epica di cartone tenuta in piedi dagli artifici retorici e, dall’altro lato, sfogo personale con coloriture autobiografiche. Ma le cose non stanno così: si tratta, invece, di due moti energici e profondi, da un lato e dall’altro, due moti che si fronteggiano e si saldano, producendo un tumulto lacerante, una dicotomia complessa che anima l’intera produzione carducciana, di tenace vocazione sperimentale. Il poeta della storia e del passato, dell’antica Roma repubblicana e del mitico Medioevo comunale e in pari tempo, con inscindibili connessioni interne, il poeta che dentro di sé dà ascolto e voce a un presente desolato e sconvolto che toglie credibilità agli edifici da lui stesso innalzati. Nella stessa persona, l’eroe e l’antieroe, il Vate e il suo demolitore, a fianco del professore illustre e dell’illustre critico letterario.
La poesia della storia scandisce la musica solenne di un componimento come Sui campi di Marengo («Sui campi di Marengo batte la luna»); nella canzone Il Parlamento regala al lettore figure suggestive come Alberto di Giussano, indimenticabile nella lettura proposta da Gino Cervi; in Faida di comune il quadro storico si accende con vibrante e anche gioiosa passione civile, intrisa di ritmi, cadenze, umori popolareschi («Forte odora per le ville / la vendemmia già matura: / ahi, quest’anno San Martino / dà la mala svinatura!»); in Comune rustico, il luogo alpestre, evoca un antico spirito repubblicano, una leggendaria età comunale, dignitosa e austera. Le sequenze storiche non sono addobbo scenografico, ma il riflesso di un carattere pulsante, capace di ruggire. Scrive a Lidia, da Bologna, il 22 maggio 1877: «Sì, proprio ho voglia di sbranare, e, non potendo, con mio grande dolore, eseguire materialmente quella azione brutale sulle persone, sbrano il mio cuore con le zanne della memoria, dell’ira, del dispetto, dei disinganni, del dige sprezzo e dell’odio che sento immenso e profondo per molte persone e per molte cose».
Il passo citato fa intuire il nesso intimo e stretto tra la poesia non idillica della storia e la poesia non meno antiidillica della tormentata privatività. Gli sfoghi autobiografici non sono evasive passeggiate bucoliche, ma espressione d’una dolorosa consapevolezza del vivere, come chiarisce (sulle orme di Petrarca) il sonetto Passa la nave mia: «Passa la nave mia, sola, tra il pianto / de gli alcïon, per l’acqua procellosa; / e la invole la batte, e mai non posa, / de l’onde il tuon, de i folgori lo schianto». Le memorie familiari rispondono all’urgenza drammatica di eventi luttuosi, come la scomparsa nel 1857 del fratello Dante, amato ma dalla condotta sregolata: il fatto tragico, avvenuto nel corso d’un duro scontro con il padre, il medico condotto Michele Carducci, venne archiviato come suicidio, ma forti restano i sospetti che la morte del giovane, causata dalla ferita al petto inferta con un bisturi, sia avvenuta (involontariamente) per mano del padre, il quale cessò di vivere l’anno successivo, nel 1858, provocando il crollo della serenità familiare e segnando per sempre l’esistenza del poeta, che aveva 23 anni e che si trovò di colpo con la responsabilità di provvedere alla madre e al fratello minore.
Di qui il trasferimento in una soffitta di Borgo Ognissanti, a Firenze, e il lavoro forsennato, tra lezioni private e fatiche editoriali (per Barbèra). Quando dopo un decennio, nel 1867, nasce il primogenito, il poeta decide di chiamarlo Dante, come il fratello perduto, ma la tragedia si ripete e il bimbo, nel 1870, a tre anni, muore di meningite. La ferita non rimarginata si riapre con lancinante lacerazione. Ne nascono due liriche famose. Nel sonetto Funere mersit acerbo, chiede all’ombra del fratello, che riposa accanto al padre sulla collina toscana, di accogliere il figlioletto che giunge smarrito nel buio dell’aldilà. In Pianto antico, dove per la scomparsa del figlio la nera notte del regno dei morti oscura la luce del mondo e della vita, già il titolo rimanda a uno strazio che si rinnova, a un dolore senza tempo, pur nel dolce ritmo settecentesco che tiene a freno l’irrompere del pathos.
Da Idillio maremmano a Traversando la Maremma toscana a San Martino, da Tedio invernale a Ballata dolorosa, da Davanti San Guido a Nevicata, da Alla stazione in una mattina d’autunno a Presso una Certosa, anche la natura e il paesaggio non sono mai sfondo decorativo ma eco sempre intensa di una difficile navigazione per acque «procellose», trascritta in versi che possono essere veementi, rudi, sprezzanti, ma non dozzinali, come testimonia la lettera a Lidia già citata: «i versi miei sempre più mi accorgo che non sono volgari e di volgari non ne faccio mai; di plebei sì».
GINO TELLINI Corriere Fiorentino 18 settembre 2026



BRECCIA DI PORTA PIA. XX Settembre 1870 – XX Settembre 2026