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Università di Pavia – Raccontare l'Italia Unita: le carte del Fondo Manoscritti

22/09/2011

Si  è inaugurata il 15 settembre alle ore 11 presso l’Aula Disegno dell’Università di Pavia la mostra Raccontare l’Italia Unita: le carte del Fondo Manoscritti, organizzata e curata dal Centro Manoscritti dell’Università di Pavia in occasione dei 650 anni dell’Ateneo. La mostra è realizzata in collaborazione con la Fondazione Maria Corti, la Biblioteca Centrale Universitaria, la Biblioteca Civica, il Fondo Turconi, PAD-Pavia Archivi Digitali e il Centro APICE di Milano (prof.ri Maria Antonietta Grignani, Angelo Stella e Umberto Anselmi Tamburini), con allestimento dell’arch. Enrico Valeriani.
Accanto ai manoscritti del celebre Fondo ideato e realizzato da Maria Corti, l’esposizione presenta il progetto PAD-Pavia Archivi Digitali, istituito nel 2010 dall’Università di Pavia da un’idea di Beppe Severgnini. Gli archivi digitali affiancano e integrano il Fondo manoscritti e raccolgono file di scrittori e giornalisti italiani. In mostra le videointerviste ai primi autori che hanno donato i loro file a PAD: si tratta di Beppe Severgnini, Silvia Avallone, Gianrico Carofiglio e Dacia Maraini.

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Il percorso della mostra

L’apporto che gli scrittori hanno dato al sentimento unitario ha suggerito il tema di questa mostra, che percorre i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia attraverso i materiali d’autore del Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia.
Il percorso riguarda le posizioni politiche e i modi in cui gli intellettuali hanno sostenuto e discusso convinzioni e ideali, dalle premesse poste da Ugo Foscolo e da suoi interlocutori fino a oggi, attraverso le delusioni postunitarie, la Grande Guerra, il Fascismo, la Resistenza, l’industrializzazione e le contraddizioni di fine secolo.Ne esce un quadro non compatto, ma proprio per questo significativo, suddiviso in sezioni di taglio cronologico. Accompagna e commenta i pezzi esposti una sorta di menabò. Come nell’era tipografica il progetto di una rivista si fa via via e viene fissato artigianalmente, il nostro menabò racconta una “storia in corso” affidata alla carta e alle immagini, la continuità-discontinuità di un secolo e mezzo di unità nazionale. A intervallare – e a cucire al tempo stesso – il filo narrativo stanno sette oggetti più vistosi, diciamo “monumenti”, in cui reperti d’epoca, libri, fotografie fanno rivivere la storia nazionale, dal punto di osservazione di chi davvero quella storia l’ha vissuta

La prima sezione ricorda le premesse risorgimentali con le carte e i libri foscoliani, dove la figura di Ugo Foscolo, chiamato a Pavia a coprire la prestigiosa cattedra di eloquenza, è messa in relazione alle personalità di spicco delle discussioni e dell’impegno per l’indipendenza, in una rete di scambi epistolari e editoriali che hanno preparato l’unificazione politica e civile.

La seconda sezione fa rivivere la Milano del moderato Emilio De Marchi e degli intenti pedagogici che a fine Ottocento si imponevano di fronte alle masse, analfabete o quasi, e alle lentezze dei governanti. Trovano qui spazio anche i libri che hanno educato generazioni di ragazzi: e tra questi spicca Pinocchio (1883), capolavoro rivisitato da molti fin dentro la seconda metà del Novecento.

La terza sezione racconta la tragedia della prima guerra mondiale, fissata in immagini indelebili sia dal poeta-soldato Giuseppe Ungaretti che dalla voce di umili fanti; la Grande Guerra torna tra gli altri in Andrea Zanzotto, nel teatro degli scontri familiare al poeta dio Pieve di Soligo e negli ossari del Montello.

La quarta sezione presenta scrittori come Romano Bilenchi e Elio Vittorini, artisti come Ottone Rosai e Mino Maccari, giornalisti come Indro Montanelli, che hanno vagheggiato un’idea “rivoluzionaria” di fascismo, rimanendone perlopiù delusi e spesso cambiando radicalmente posizione. Altri, come Eugenio Montale, Carlo Levi e Franco Antonicelli, si sono fin dall’inizio opposti al regime, pagando in prima persona con il confino o la perdita del posto di lavoro.

La quinta sezione percorre la prova rovinosa della seconda guerra mondiale, con poesie memorabili di Salvatore Quasimodo e di Alfonso Gatto. Ma, a svegliare il sentimento nazionale, ha contribuito proprio quell’avventura sanguinosa, insieme con la lotta clandestina di liberazione, i cui riflessi nei libri di molti perdurano per decenni, a rammentare sia l’umiliazione che il riscatto tra il settembre 1943 e il 25 aprile 1945. In un mondo che tende a dimenticare, sono poeti e prosatori a tenere saldi la memoria e il giudizio critico, fuori da ogni retorica celebrativa.

La sesta sezione si riferisce alla ripresa economica tra la fine degli anni cinquanta e i sessanta, alla migrazione interna che ha favorito la conoscenza reciproca e il sogno di integrazione anche linguistica tra nord e sud. Sommovimento sociale e antropologico, rintracciabile da una parte in riviste “illuminate” e nella cosiddetta letteratura d’industria (Ottiero Ottieri), dall’altra nei timori di chi vedeva naufragare la specificità linguistica e antropologica del mondo contadino e sottoproletario (Pier Paolo Pasolini con Ragazzi di vita). Del cambio traumatico sono prova anche i poeti che nel 1961 mettono insieme l’antologia I Novissimi e si raccolgono poco dopo intorno al Gruppo 63. È, questa, anche l’epoca della contrapposizione tra blocco occidentale e regimi dell’est.

Gli anni più vicini a noi restano i meno facili da inquadrare, perché manca la distanza storica e troppo oscillante e confuso è il contesto politico-civile. Ma, come il visitatore potrà constatare vedendo le carte della sezione settima, sono ancora gli intellettuali, scrittori e giornalisti di valore, a ripensare gli snodi che hanno prodotto il nostro presente.

All’insegna del tema civile il Fondo Manoscritti e il relativo Centro di ricerca rivelano una ricchezza e un valore aggregante insospettabili, smentendo coloro che considerano la letteratura una pratica individualistica e in qualche modo astratta, separata dalla storia di tutti.

La sezione conclusiva è dedicata a PAD, l’archivio digitale nato dalla consapevolezza che la diffusione dei computer e dei programmi di videoscrittura ha prodotto una graduale scomparsa della carta come strumento di archiviazione per uso personale e professionale.

PAD conserva testi, immagini, filmati, registrazioni audio, corrispondenza, materiali di lavoro – in formato elettronico – di narratori, poeti, drammaturghi, giornalisti, scienziati e artisti per preservarli nel tempo e renderli disponibili agli studiosi.

PAD vuole attirare l’attenzione sul problema della preservazione del materiale digitale e confermare il ruolo di riferimento dell’Università di Pavia nella conservazione degli archivi d’autore.

Importanti documenti rischiano di andare irrimediabilmente perduti per incuria, anomalie tecniche e obsolescenza dei software, sottraendo alle future generazioni fonti dirette per la ricostruzione dei percorsi della produzione culturale di questi decenni.

Nel 2010 il progetto PAD ha ricevuto l’adesione ufficiale della casa editrice Rizzoli. Silvia Avallone, Gianrico Carofiglio, Dacia Maraini e Beppe Severgnini, per primi, hanno depositato i loro archivi digitali in PAD.

>> Il commento di Paolo Di Stefano alla mostra, pubblicato su Corriere della Sera del 14 settembre

Pubblicato in: MostreTag: letteratura, mondo
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