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Spadolini, un’idea dell’Italia

02/08/2024

Giovanni Spadolini nel 1968, alla sua scrivania di direttore del «Corriere della Sera».

Forse anche per il suo aspetto esteriore pingue e pacioso, da professore d’altri tempi, Giovanni Spadolini è ricordato soprattutto come un grande mediatore. E certamente il leader repubblicano, di cui ricorre il trentennale della morte avvenuta il 4 agosto 1994, possedeva notevoli doti di equilibrio, che gli permettevano di giocare un ruolo di rilievo in un quadro politico contrassegnato dall’aspro antagonismo tra la Democrazia cristiana di Ciriaco De Mita e il Partito socialista di Bettino Craxi. Fu così che nel giugno 1981 riuscì a diventare il primo presidente del Consiglio non democristiano nella storia dell’Italia repubblicana.

Eppure, Spadolini era capace anche di prendere decisioni difficili e controverse. Come quando, da capo del governo, sostituì in blocco i vertici militari inquinati dalla loggia massonica P2 di Licio Gelli. O quando designò Comiso, in provincia di Ragusa, come sede della base militare destinata a ospitare i vettori nucleari americani a medio raggio, i contestatissimi euromissili. Non va dimenticata neanche la sua ferma presa di posizione, da ministro della Difesa, contro la scelta del governo Craxi di sottrarre alla giustizia nel 1985 il dirigente palestinese Abu Abbas, capo dei dirottatori che si erano impadroniti della nave da crociera Achille Lauro e avevano assassinato l’ebreo americano, anziano e paraplegico, Leon Klinghoffer: ne scaturì una crisi che rientrò con la conferma della linea atlantista dell’Italia in politica estera.

Se c’era infatti un punto su cui Spadolini non transigeva era l’opzione occidentale, il legame del nostro Paese con gli Stati Uniti, la Nato e Israele, un vincolo che difese sempre strenuamente, osteggiando tutte le suggestioni mediterranee, filoarabe o indulgenti verso il blocco sovietico. Basta rileggere gli articoli che, da direttore del «Corriere della Sera», dedicò al soffocamento della Primavera di Praga, nell’estate del 1968, per capire quanto fosse netto, per lui, il discrimine di civiltà tra la democrazia liberale e il totalitarismo comunista. Prima dello Spadolini direttore di grandi quotidiani e poi leader politico c’era stato però lo Spadolini storico. Uno studioso precocissimo, che poco più che ventenne aveva prodotto lavori di spiccata originalità, come Il papato socialista del 1950, e aveva continuato a dirigere fino all’ultimo la rivista «Nuova Antologia», che tuttora prosegue le pubblicazioni sotto la guida del suo allievo Cosimo Ceccuti.

Spadolini era nato a Firenze il 21 giugno 1925 e nel 1944 aveva perso il padre Guido, noto pittore, che rimase ucciso durante la guerra sotto un bombardamento alleato. Dello stesso periodo è la sua adesione giovanile al fascismo di Salò, con la pubblicazione su un periodico d’ispirazione gentiliana di articoli che poi alcuni avversari malevoli gli avrebbero rimproverato. Nel dopoguerra lo studioso fiorentino si segnalò subito per l’ingegno e la brillantezza della prosa. Non era ancora ventiquattrenne quando Mario Pannunzio nel 1949 ospitò un suo articolo sul primo numero del «Mondo», il settimanale che fu per molti anni la palestra intellettuale più prestigiosa dell’ambiente laico e liberaldemocratico, in un’Italia dove fortissima era l’influenza del clericalismo conservatore, arroccato intorno al pontificato di Pio XII e ai comitati civici di Luigi Gedda.

Proprio la questione cattolica fu al centro dei primi lavori di Spadolini, che si riconosceva nella tradizione risorgimentale, ma si rendeva ben conto di quanto il conflitto tra Stato e Chiesa avesse contribuito a indebolire il sistema politico dell’Italia liberale. Più tardi da presidente del Consiglio si sarebbe fortemente impegnato per riavviare le trattative con la Santa Sede per la revisione del Concordato del 1929. Ma già nel 1967, quando era direttore del «Resto del Carlino» aveva pubblicato un libro, Il Tevere più largo, in cui coglieva le implicazioni positive del Concilio Vaticano II per i rapporti tra le istituzioni della Repubblica e il mondo ecclesiastico. Al «Carlino» era arrivato nel febbraio 1955 e vi era rimasto tredici anni, durante i quali aveva curato con particolare attenzione la terza pagina, chiamando a scrivere firme prestigiose. Poi nel 1968 il passaggio alla direzione del «Corriere della Sera», che Spadolini tenne in un periodo particolarmente difficile, tra la contestazione studentesca, l’autunno caldo sindacale, l’esordio del terrorismo nero proprio a Milano, con la strage di piazza Fontana. La sua linea centrista di allarme per la minaccia degli «opposti estremismi» di destra e di sinistra parve forse troppo moderata a una proprietà che desiderava una maggiore apertura verso i fermenti sociali più vivaci. E ne derivò il licenziamento del 1972.

Poteva essere un colpo irrimediabile per una persona dotata di minore talento e inferiore tenacia, ma per Spadolini fu il trampolino di lancio per una carriera politica dalla progressione impressionante. Eletto senatore nello stesso 1972 come indipendente nelle liste repubblicane, divenne nel 1974 ministro per i Beni culturali, un dicastero che strutturò partendo da zero, e poi della Pubblica istruzione per un breve periodo nel 1979, anno in cui più tardi fu eletto segretario del Pri, partito che alle elezioni del 1983 avrebbe portato al suo massimo storico. Nel frattempo, c’era stata l’esperienza di Palazzo Chigi, con in mezzo successi notevoli nella lotta al terrorismo e anche una crisi di governo superata con la consueta abilità, fino a quando le tensioni tra Dc e Psi non si erano fatte troppo roventi. Ministro della Difesa nel governo Craxi, poi a lungo presidente del Senato dal 1987 al 1994, Spadolini poco prima di morire subì lo smacco di non essere confermato, per un solo voto, alla guida dell’assemblea di Palazzo Madama. I tempi erano cambiati, il bipolarismo artificioso subentrato ai precedenti equilibri politici presumeva di poter fare a meno di figure dedite a mediare e conciliare. Ci si vantava di «non fare prigionieri». Ma il proposito di rimediare con il leaderismo spettacolarizzato al distacco tra i cittadini e la politica si è rivelato un’illusione, mentre il senso dello Stato è divenuto una merce sempre più rara. Spadolini si troverebbe probabilmente spaesato nell’Italia di oggi, ma vi leggerebbe anche la conferma di molte sue preoccupazioni.

Antonio Carioti Corriere della Sera 31 luglio 2024

Giovanni Spadolini nella sua casa a Pian dei Giullari. Firenze

Pubblicato in: Focus
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