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Il Palio per fare gli italiani

19/08/2024

Il bandierone tricolore dell’Oca in piazza del Campo.

Nel 1861 una circolare stabilisce che alcune feste locali vanno sostituite con una nazionale

Fatta l’Italia, bisognava fare gli italiani, costruendo un sentimento di appartenenza nazionale. Le migliaia di sagre e festicciole, che esaltavano le storie di città e piccoli centri andavano usate come canali preziosi per celebrare il Regno alfine raggiunto.

L’arduo compito fu affidato al ministro dell’Interno Marco Minghetti, esponente della Destra, cavouriano e sensibile decentralista. Il 6 maggio 1861 egli emanò una circolare che è un capolavoro di diplomatica sottigliezza: ogni anno i Comuni, avrebbero dovuto organizzare la prima domenica di giugno «una festa nazionale commemorativa dell’Unità d’Italia e dello Statuto del Regno». «A ciò — aggiunge — contribuirà ancora la disposizione per la quale ogni altra festa, la cui spesa fosse obbligatoria a carico dei Municipi, rimane soppressa. Sarà bene pertanto, che questi altri esercizj e solazj che solevano praticarsi in altri periodi dell’anno si riversino in quelli della Festa nazionale».

A Siena il severo ordine suscitò un vespaio di polemiche. I Palî erano due da secoli! Si sarebbe dovuto addirittura abolire il Palio di luglio, che ormai faceva coppia con quello del 16 agosto, dedicato all’Assunta. A metà Seicento la devozione popolare dette vita a un altro Palio, divenuto identico all’antenato, sì da delineare un sistema non modificabile a piacere. Il drappellone, cioè il premio consegnato alla Contrada vincitrice a luglio nella carriera come viene tradizionalmente chiamata la corsa, dedicata alla miracolosa Madonna di Provenzano, veniva spesso addirittura ricorso, cioè rimesso in palio nella successiva contesa di mezz’agosto. Una parte del ceto aristocratico, influenzato dalla potente Massoneria, considerava troppo invadente la presenza della Chiesa. Il rischio era che si prendesse spunto dalle direttive ministeriali per trasformare il Palio canonico in Festa dello Statuto, cambiandone data e sostanza. Non si deve credere che la tradizione delle Contrade fosse apprezzata in tutti i suoi aspetti e da tutti. L’irruenza plebea di queste spontanee corporazioni urbane, becera e fragorosa soprattutto nella consuetudine dei cortei e delle onoranze tributate lungo l’anno al Santo protettore di ognuna a suon di litigiose burle plateali, suscitava anche infastiditi attacchi. «Povera Repubblica Senese — si leggeva su Il Libero Cittadino —se avesse dovuto mantenersi in potenza e fama con le Contrade di oggi! Sarebbe stata fresca! …».

A occupare la scena sembrava fossero ormai «tre cose: palio, chiesa, e fiasco, il quale ultimo (pare incredibile!) nelle masse popolari trova una necessaria connessione con la seconda». A queste scomposte critiche le Contrade reagirono difendendo i loro diritti «consacrati da secolari consuetudini». Le divisioni si acuivano assumendo i colori dell’araldica contradaiola a pretesto per inneggiare a preferenze e idealità. Il tricolore bianco-rosso-verde dell’Oca era applaudito con fervore patriottico. Il rosso della Torre era benvoluto a chi si batteva per il progresso e l’eguaglianza. Il compromesso si trovò spostando la data del Palio di luglio, che nel 1861 fu anticipato al 2 giugno e, manco a farlo apposta, trionfò l’Oca. Per inquadrarlo in un’atmosfera consona con le prescrizioni ministeriali la mattina una gran Messa Militare, con l’intervento di tutte le autorità, fu inscenata alla Lizza. Presenziarono pure la Società degli operai e le rappresentanze delle Contrade. Unica assenza da molti maldigerita l’effigie della Madonna nel drappellone, sostituita dallo stemma del Comune, la bianconera «balzana». Il gonfaloniere Tiberio Sergardi, massone della loggia Arbia, era in cuor suo più che soddisfatto. La sorte volle che il 16 agosto vincesse la Tartuca, che a causa dell’austriacante giallo e nero delle sue bandiere, era di norma sonoramente fischiata: ebbe la meglio con un magnifico baio e il lesto Mario Bernini detto Bachicche. Aveva avuto l’accortezza di cambiare i colori, togliendo il nero e mettendo il celeste accanto al giallo oro. La corsa fu disputata solo da otto delle dieci Contrade in gara. L’Oca non poté prender parte alla carriera perché non riuscì a condurre alle canape della mossa il proprio cavallo «inferocito come lo avevano — si legge nel rapporto del Prefetto — con le sostanze spiritose». Una vendetta del destino? Il 1861 fu un’annata di passaggio.

Il tentativo di pasticciata laicizzazione fu respinto e dal 1863 l’icona della Madonnina ricomparve nel serico stendardo alla data tradizionale del 2 luglio. Il Palio era già una festa nazionale e locale, contrassegnata da fanatici particolarismi e rispecchiava nell’intreccio spettacolare di esibita religiosità e raggiri del potere i caratteri della tumultuosa storia di una città molto italiana.

Roberto Barzanti Corriere Fiorentino 14 agosto 2024

Pubblicato in: Focus
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