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Firenze 1860-1920: vitalità di una zona periferica della città

18/03/2022

Caro Direttore, gran parte di ciò che a Firenze, tra il 1860 e il 1920, ha significato movimento, innovazione, rottura con le istituzioni accademiche è nato nella periferia a nord e a nord-est dell’Arno, limitata dal corso del fiume ed esterna alla cerchia muraria, che nell’ottocento fino agli anni di Firenze Capitale separava il centro storico dalla campagna.

Odoardo Borrani  Pescatore sull’Arno alla Casaccia 1871  

Al tempo dei Macchiaioli e del loro cenacolo di via Piagentina, questa zona era aperta campagna. Perché i Macchiaioli operarono fuori delle mura è facile capirlo: una pittura che è soprattutto studio della luce cerca il contatto diretto con la natura e la piena luce del sole; anche le rive dell’arno, praticamente deserte, di Varlungo e Bellariva, il greto dell’Affrico, della Mensola e del Mugnone- presentavano nelle varie ore del giorno la possibilità di raccogliere importantissime osservazioni. Il centro cittadino, invece, con gli storici palazzi, le strette vie, le antiche testimonianze, richiamava troppo certi quadri romantici dove dominavano il folklore, l’oleografia, la ricostruzione romanzata di costumi e ambienti del passato. E poi, lontano dal centro, era difficile imbattersi nei vecchi bonzi della critica e della cultura ufficiale, officianti, all’ombra delle torri, la celebrazione del passato glorioso della città. Quest’ultimo aspetto, della lontananza topografica dalla Firenze passatista del centro, da cui si sente l’urgenza di affrancarsi, farà in modo che, dopo i Macchiaioli, anche la maggior parte degli intellettuali ed artisti irregolari preferirà trasferirsi in periferia.
Perché però in questa periferia e non in un’altra? C’è il fatto che, agli inizi del ‘900, gli affitti di alcune zone di questi nuovi quartieri, prevalentemente borghesi, non erano tanto alti come si potrebbe immaginare giudicando dalla situazione odierna. Ma ciò che in quegli anni rende interessante lo sviluppo di questa parte di territorio è la costruzione di alcuni dei più originali e moderni edifici della nuova città. Alcuni esempi di questa felice disomogeneità, che si staccano dal decoro uniforme -tra neoclassico e rinascimentale- delle piazze e viali del Poggi: la grande serra in vetro e ferro del Giardino dell’Orticultura, realizzata nel 1879 dal Roster, che progetterà anche l’Ospedale Psichiatrico di San Salvi (1887-91) e l’Ospedale Pediatrico Meyer (1891), con criteri molto avanzati per l’epoca. Altre opere di interesse vanno dalla Chiesa russa in via Leone X, di un esotismo ricchissimo di elementi figurativi della ‘vecchia Russia’ ortodossa, a costruzioni neogotiche, come la Chiesa dei Sette Santi in viale dei Mille, a vari villini di stile eclettico e, in particolare, ai capolavori liberty costruiti dall’architetto Giovanni Michelazzi in via Scipione Ammirato e altrove.
E’ una Firenze dove l’eclettismo di fine secolo, la suggestione di elementi esotici e di fantasia pura, l’applicazione avanzata delle tecnologie del ferro, il fascino dei padiglioni da giardino e del verde anglosassone, coesistono, già tutti, in un’apertura europea.

Livio Ghelli

Giacomo Roster La Serra- Tepidarium nel giardino dell’Orticoltura 1878

 

Pubblicato in: Lettere al Direttore
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