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Ernesta, paladina dei diritti

10/08/2016

Italia Ebraica agosto 2016

 

Cesare Battisti e Nazario Sauro. Cosa resta della memoria dei due irredentisti a un secolo di distanza dalla loro tragica fine? L’anniversario del loro sacrificio impone di rimettere a fuoco due figure che appartengono alla nostra storia più vicina. Il 12 luglio 1916 Cesare Battisti venne impiccato aTrento al termine di un processo per tradimento sbrigato in sole due ore. Nazario Sauro ne seguì le sorti, a Pola, il 10 agosto di quello stesso anno.

Catturati dagli austriaci, per i due ex sudditi passati a combattere contro Vienna sotto le insegne italiane non ci fu alcuna pietà. Il trentino Battisti aveva quarantuno anni, l’istriano Sauro trentasei. A ricordare le loro storie e i valori per cui lottarono è un libro di grande valore, nelle librerie per il duplice centenario: Impiccateli!, del giornalista e scrittore Paolo Brogi.

Un libro importante anche perché restituisce all’attenzione dell’opinione pubblica la figura della vedova di Battisti, Ernesta Bittanti, e il suo successivo e determinato impegno contro le discriminazioni ebraiche di componenti della Chiesa cattolica e del regime fascista.

 

In quel circolo sul Mugnone c’è anche una donna. E che donna! È Ernesta Bittanti, di quattro anni più grande di Cesare, ardente socialista, una militante di cui innamorarsi e che diventerà presto la sua sposa.

Ernesta è una giovane di origini lombarde, laureata in Storia della letteratura italiana a Firenze, e che Salvemini definisce «assai più colta» di lui. «Fu lei che mi fece conoscere i romanzieri russi. Fu lei che mi fece conoscere la Rivista di filosofia scientifica…».

Figlia di un preside e cresciuta a Brescia, è approdata a Firenze per gli studi dopo un soggiorno con la famiglia in Sardegna. Laureata nel 1896, una delle prime venti italiane a conseguire la laurea (ottenuta in Storia della letteratura con Guido Mazzoni, accademico della Crusca), insegna da quello stesso anno al ginnasio Galileo. A Firenze tra i socialisti si conquista presto un posto di rilievo tanto da essere considerata «un’anziana» e un’autorità indiscussa. Fulminante è l’amore che scocca tra i due.

Il fidanzamento viene annunciato il 16 ottobre 1896, Battisti ha ventun anni, Ernesta venticinque. Il matrimonio “socialista” è celebrato a Palazzo Vecchio l’8 agosto 1899. Battisti lo definisce, quanto a riti e procedure, una «burattinata municipale». I due contraenti sono – scrive l’interessato – «militanti socialisti in un’epoca in cui la libera unione di due spiriti era valutata nel suo più profondo significato, indipendente dalle sanzioni legali fornite dall’autorità dello Stato (per non dire poi dell’autorità religiosa, radicalmente negata)».

Due spiriti complementari, come sottolineano loro stessi. «Io sono uno spirito irrequieto, capace più

nell’azione che nella critica, più nell’intuizione che nell’analisi» scrive Cesare a Ernesta. «Ma queste sono tutte qualità troppo unilaterali che, abbandonate al loro progressivo sviluppo, potrebbero rendermi utile ed efficacissimo nella propaganda per tre o quattroanni; riuscirebbero ad atrofizzare ogni mia iniziativa nel futuro…”

 

Spostatisi a Trento, si occupano de “Il Popolo”, primo quotidiano socialista del Trentino

E poi «Il Popolo» non si fa mancare in quel primo decennio del nuovo secolo nessuna battaglia democratica, dal suffragio universale al rilancio delle opere di Emile Zola, definito dalla stampa clericale un «maiale» dedito a un «verismo lurido e schifoso».

Il giornale si batte per denunciare la penuria di alloggi e le condizioni socio‐sanitarie dei meno abbienti, difende l’idea di un busto allo scienziato trentino Giovanni Canestrini, un darwiniano inviso alla Curia, indaga sulla miseria delle campagne.

Importante il contributo data da Ernesta Bittanti: a lei si deve la ricerca sugli ebrei “pazzescamente”

accusati nel 1475 di aver ordito un sacrificio umano teso a irrorare col sangue di un bambino le azzime pasquali (scatenando un duro scontro con la destra cattolica devota a san Simonino, il nome del piccolo presunto martire).

Ed è ancora Ernesta a introdurre argomenti «femministi», a battersi contro la pena di morte con articoli che alla luce del futuro martirio di Battisti assumono toni preveggenti («quanto Medio Evo resta da spazzar via» è la conclusione di un articolo di quella campagna…). La Bittanti si occupa della condizione del personale di servizio femminile, proponendo alla Camera del Lavoro di stabilire diritti e doveri della categoria e di istituire una scuola professionale che conferisca al lavoro di domestica la dignità di qualsiasi altra professione. Sua la battaglia avviata per il divorzio, tema già esistente da tempo, ma che Ernesta rilancia nella quietissima Trento in anticipo di una settantina d’anni sul dibattimento del tema in Italia.

È lei, infine, a scrivere il testo dell’Inno al Trentino, musicato da Guglielmo Bussoli.

Donna decisa ed energica, appena avuta notizia del terribile terremoto di Messina parte in treno per portare aiuto, anche se non riesce a giungere a destinazione.

 

Dopo la morte di Battisti

Nel luglio del 1924, nell’anniversario della morte di Battisti, a Firenze si manifestò al grido di «Viva Battisti! Viva l’Italia Libera! Viva Matteotti». Erano i giovani antifascisti del nucleo appena nato di “Italia Libera”. Vi aderivano con Salvemini i fratelli Rosselli, Piero Gobetti, Piero Calamandrei, Leone Ginzburg, Luigi Battisti e Giannantonio Manci, un altro trentino dell’irredentismo.

A Trento, dopo l’uccisione di Matteotti, era stata proprio Ernesta Bittanti a redigere l’appello «Viva

l’Italia», un appello antifascista per la riscossa. E il 22 giugno, mentre si svolgeva un’adunata fascista a Trento, Ernesta era corsa alla Fossa del Castello del Buonconsiglio e aveva coperto il cippo dedicato a Battisti con un velo nero.

«Il nuovo Trentino» scrisse che la vedova «accasciatissima e indignatissima per l’assassinio dell’on. Matteotti s’era proposta di non permettere assolutamente – anche a costo della vita – che i

fascisti si accostassero al cippo del martire».

Nonostante un iniziale favore concesso ai primi fasci di combattimento, presto archiviato però di fronte agli esordi antidemocratici e violenti del movimento fascista, Ernesta Bittanti si posizionò da subito come fiera oppositrice del fascismo e tale restò per il resto della sua vita. Di lì a poco avrebbe respinto con freddezza la richiesta mussoliniana di dedicare il Monumento alla Vittoria di Bolzano a suo marito.

A Mussolini, che all’inizio della guerra d’Etiopia chiese l’oro per la patria, Ernesta Bittanti rifiutò poi di consegnare le medaglie del marito.

Nel 1930 la vedova Battisti si trasferì a Milano, dove ebbe frequenti contatti con gli amici antifascisti Guido e Rodolfo Mondolfo, Paolo Maranini, Tommaso Gallarati Scotti, Bianca Ceva, Ferruccio Parri e Aldo Spallicci. Erano gli anni della dura presa di posizione contro il regime fascista, espressa talvolta con gesti simbolici e coraggiosi, come quando, nel 1939, la Bittanti infranse le leggi razziali – che aveva contrastato fin dall’inizio cercando di avviare una protesta tra i

professori universitari – pubblicando sul « Corriere della Sera» un vistoso necrologio per la morte dell’ebreo triestino Augusto Morpurgo.

«L’aver avvicinato il nome di Cesare Battisti alla virtù di italiani ebrei, mi procurò commoventi attestazioni» scrisse poi sul suo diario. Ernesta Bittanti lascerà Milano  lascerà Milano nel 1943, costretta a fuggire in Svizzera per l’incalzare dell’evento bellico.

Il 24 settembre 1943 scriverà al presidente della Confederazione Elvetica ringraziandolo per l’accoglienza, ma esprimendo grande turbamento per notizie, che avrebbe sperato «inconsistenti»: il rifiuto d’asilo a gruppi di ebrei.

Il figlio Gigino non era da meno. Partigiano, perse otto dita delle mani per congelamento durante una delle numerose spedizioni per portare Oltralpe antifascisti in fuga dal regime. Con lui anche la sorella Livia si impegnò in attività clandestine. Luigi avrebbe combattuto in Val d’Ossola e nella primavera del ’45 prese parte all’offensiva della Valtellina. Nel maggio del ’45 rientrò con la famiglia a Trento e fu nominato sindaco della città, il primo del dopoguerra. Nel giugno successivo

fu eletto alla Costituente. Un incidente ferroviario, a Sessa Aurunca, mise fine alla sua vita. Era il dicembre del 1946.

La madre restò sempre fieramente laica: c’è chi la ricorda dritta e impassibile dietro la finestra dalle tapparelle chiuse nella casa di corso Tre Novembre a Trento, mentre la processione della Madonna Pellegrina sostava davanti al suo portone invocando il perdono di Dio per la “senza fede”.

La questione altoatesina fu una sua preoccupazione costante nel dopoguerra: ben ventotto sono i suoi scritti editi sull’autonomia e la questione altoatesina, in aperta polemica con le posizioni di De Gasperi. Era contraria all’istituzione della regione autonoma, secondo lei l’accordo De Gasperi‐Gruber sarebbe dovuto essere applicato solo all’Alto Adige.

Ernesta Bittanti morì undici anni dopo nella sua Trento, il 5 ottobre 1957, disponendo per sé funerali laici.

 

Pubblicato in: Rassegna stampaTag: letteratura
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