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Cirillo Monzani, Deputato della Romagna-Toscana

19/04/2015

cirillomonzani2L’articolo che segue, scritto da Massimo Ragazzini, è stato pubblicato sul numero 80 della rivista di cultura

Libro Aperto,diretta da Antonio Patuelli, edita a Ravenna. 

Intellettuale e politico importante quanto poco conosciuto, Cirillo Monzani fu un uomo emblematico del Risorgimento e della costruzione dell’Italia postunitaria. Nato nel 1823 a Castelnovo ne’ Monti, in provincia di Reggio Emilia, aderì fin da giovane al movimento patriottico. Fece ininterrottamente parte della Camera dei deputati, eletto nel collegio della Romagna toscana, dal 1861 fino alla morte, avvenuta a Roma nel 1889.

Quella di Monzani era una famiglia borghese, nella quale i sentimenti liberali e l’aspirazione all’unità d’Italia erano profondamente radicati. Uno zio paterno, Battista, fu incarcerato nel 1838 nella prigione di Rubiera per avere manifestato contro il duca di Modena Francesco IV d’Austria-Este e anche i fratelli, Feliciano e Luigi, furono attivi nelle vicende risorgimentali reggiane. Feliciano, medico, fece parte del direttivo del Comitato nazionale dell’Italia centrale che nel marzo 1860 stese il “Manifesto ai popoli dell’Emilia”, dal quale scaturì il plebiscito che deliberò l’unione al Piemonte. Dopo l’unità fu sindaco di Castelnovo de’ Monti e amministratore della provincia di Reggio Emilia. Il terzo dei fratelli Monzani, Luigi, fu anch’egli un sostenitore degli ideali di libertà e indipendenza e ricoprì vari incarichi pubblici.

Monzani seppe fondere teoria e prassi, cultura e politica. Entrato giovanissimo nelle file delle cospirazioni antiestensi, a diciotto anni lasciò Castelnovo de’ Monti per recarsi a Palermo, dove frequentò l’università e si laureò in giurisprudenza. La scelta di trasferirsi in Sicilia non fu casuale, ma da attribuire alla ripresa del fermento insurrezionale nel paese dopo la crisi profonda del movimento patriottico conseguente al fallimento dei piani della mazziniana Giovine Italia. L’attività cospirativa, dopo gli insuccessi al nord, vedeva nel Mezzogiorno d’Italia un terreno più favorevole a un movimento rivoluzionario, sulla spinta dell’insurrezione siciliana del luglio 1837, che aveva portato alla temporanea decadenza del potere borbonico a Siracusa e Catania, per poi finire repressa nel sangue. A Palermo Monzani esercitò l’avvocatura, fu in stretto contatto con ambienti liberali e mazziniani e strinse amicizia con Francesco Crispi. Nel giugno 1844, subito dopo lo sbarco in Calabria dei fratelli Bandiera, il ministro di Polizia Del Carretto, sospettandolo di propaganda sediziosa e di trame eversive, lo fece arrestare. Lo scienziato Macedonio Melloni, simpatizzante per le idee liberali, intervenne per farlo scarcerare, ma poco dopo Monzani fu di nuovo imprigionato ed espulso dal regno delle Due Sicilie.

Si stabilì a Firenze, dove il governo del granduca Leopoldo II di Lorena tollerava una relativa libertà di circolazione delle idee e delle pubblicazioni, che contribuiva significativamente alla diffusione degli ideali del risveglio nazionale. Ciò aveva consentito alla città di radunare le menti più illuminate del paese, accogliendo perseguitati politici ed esuli del nord e del sud, e di svolgere il ruolo di capitale intellettuale d’Italia. Fu allora che Monzani collaborò all’ ‘Archivio storico italiano’, edito da Gian Pietro Viesseux, alla ‘Biblioteca nazionale’ di Felice Le Monnier e alla ‘Rivista culturale di Firenze’, diretta da Atto Vannucci, iniziative culturali fra le più importanti dell’Italia di quel tempo. Nel ’48 entrò a far parte, e ne divenne una delle personalità più rilevanti, del ‘Circolo politico fiorentino’, “espressione della corrente liberale progressista, distinta dai moderati filo granducali e dai democratici più avanzati”, che annoverava fra i suoi soci Pietro Thouar, Ubaldino Peruzzi, Ferdinando Bartolomei e Celestino Bianchi. Gli anni tormentati e convulsi del ’48 e ’49 si conclusero in Toscana con la sconfitta dei liberali, la sospensione dello Statuto, la fine della libertà di stampa e l’ingresso delle truppe austriache, che solo nella primavera del 1855 si ritirarono da Firenze. La Toscana non era più l’isola felice di una volta e il granduca, condizionato da Vienna, non era più nel cuore dei suoi sudditi. In tutti ormai si avvertiva il progredire dell’ideale nazionale, di fronte al quale i Lorena si erano posti fuori gioco e anche i liberali più moderati guardavano con crescente interesse al Piemonte di Cavour, unico stato italiano a mantenere lo Statuto. Il fatto di avere una costituzione a base rappresentativa conferiva titolo al Piemonte per rappresentare il futuro politico della penisola.

Agli inizi del cosiddetto ‘decennio di preparazione’, Monzani ebbe assidui rapporti con Vincenzo Gioberti, che aveva ormai modificato le tesi formulate nel 1843 nell’opera Del primato morale e civile degli italiani, dove aveva auspicato una confederazione italiana, posta sotto la guida del pontefice, da realizzarsi nel quadro di un’alleanza del movimento liberale e nazionale con il papato. In effetti l’illusione neoguelfa del papa liberale era durata poco e Gioberti aveva ripensato una nuova strategia. Il sacerdote torinese, in uno scritto pubblicato nel 1851, Del rinnovamento civile d’Italia, attribuì il fallimento della rivoluzione nazionale italiana del ‘48-’49 alle contraddizioni di un movimento troppo eterogeneo e carente di una dimensione europea: era quindi il Piemonte che doveva prendere in carico la responsabilità e il compito di unificare l’Italia con le armi. Monzani ebbe con Gioberti, trasferitosi a Bruxelles, un intenso scambio epistolare e progettò la pubblicazione, presso l’editore Le Monnier, di una edizione completa delle opere del sacerdote torinese. Il primo scritto ristampato fu Del buono e del bello, preceduto da un’ampia introduzione biografica, intellettuale e politica, scritta da Monzani stesso. Secondo lo storico Zeffiro Ciuffoletti l’introduzione è un “documento culturale e politico di grandissima importanza, dove viene fuori l’uomo Monzani, il suo pensiero”. La pubblicazione incorse negli strali della censura e il prefetto di polizia Petri intimò al Monzani di lasciare il granducato, con la motivazione che le opere che voleva far pubblicare erano “animate da spirito avverso alla Toscana e all’autorità del Pontefice”.

Il provvedimento di polizia subìto da Monzani non gli impedì di collaborare con l’ ’Archivio storico italiano’ del Viesseux, dove pubblicò, tra l’altro, un saggio sull’umanista Leonardo Bruni Aretino, e di svolgere un’intensa attività editoriale con l’editore Le Monnier, per il quale scrisse ampie prefazioni alle opere degli storici Camillo Porzio e Paolo Paruta.

Uno dei motivi di fondo delle riflessioni contenute negli scritti di Monzani stava nel rapporto fra cultura e politica e fra politica e morale, e in particolare sul come conciliare le ragioni dello stato con le ragioni etiche e morali. Avendo affrontato questi temi in opere di rilievo e avendo dimostrato capacità di analisi da storico di vaglia, egli poté godere della stima e della confidenza di un’ampia cerchia di intellettuali e politici.

In seguito all’espulsione dalla Toscana si recò in Piemonte, dove strinse una solida amicizia, personale e politica, con Urbano Rattazzi, uno dei massimi statisti, dopo Cavour, sia del Piemonte che, successivamente, degli inizi dello Stato unitario. Lo stabile accostamento al politico piemontese, del quale è stato sottolineato il ruolo giocato come “ponte fra liberalismo e democrazia”, fornisce l’indicazione della connotazione politica di Monzani, chiaramente orientata verso il liberalismo sociale. A Rattazzi non mancarono mai il sostegno, il consiglio e la collaborazione di Monzani, dai tempi del ‘connubio’ del ‘52, l’operazione concordata con Cavour per contrastare la pressione anti-liberale del conservatorismo clericale piemontese e difendere lo Statuto, fino alle leggi del ’66 e ’67 per la liquidazione dell’asse ecclesiastico. È indicativo della considerazione che Rattazzi nutriva per Monzani il fatto che lo statista piemontese lo abbia fatto partecipare ai colloqui di Cavour con Napoleone III a Parigi nel ’56.

Monzani poi, già all’inizio del ’59, fu consigliato da Cavour di tornare in Toscana, dove svolse un ruolo rilevante nella pacifica rivoluzione del 27 aprile, che ebbe come esito l’abbandono definitivo di Firenze da parte del granduca.

I trascorsi di Monzani e il suo spessore umano e intellettuale gli aprirono le porte della Camera dei deputati: nel gennaio 1861 fu eletto nel collegio di Rocca San Casciano, comprendente gran parte della Romagna Toscana. La legge elettorale dell’ottobre 1860, in vigore fino al 1882, riprendeva la legge piemontese del 1848. Il sistema elettorale era maggioritario a due turni, fondato sul collegio uninominale: si ricorreva al secondo turno qualora al primo nessun candidato avesse ricevuto più di un terzo dei voti rispetto al numero dei votanti iscritti, e più della metà dei voti effettivamente espressi. Alle sue prime elezioni, Monzani ottenne, nel ballottaggio del 30 giugno 1861, “uno schiacciante successo nei confronti del candidato avversario, il pur autorevole Giuseppe Montanelli”. Le elezioni del 1865 ebbero un esito più contrastato: Monzani ebbe la meglio su Vincenzo Caldesi con uno scarto di soli 20 voti. L’ingresso nell’aprile 1867 nel secondo governo Rattazzi, come segretario di Stato del ministero degli Interni, in una fase della costruzione unitaria segnata dalla ‘questione romana’, conferì ulteriore prestigio al Monzani, che nelle successive tornate elettorali venne confermato dagli elettori con veri plebisciti.

Nel 1882 fu varata una nuova legge che allargò sensibilmente il corpo degli aventi diritto al voto. L’uninominale a doppio turno venne sostituito con il collegio plurinominale e lo scrutinio di lista. Anche dopo l’approvazione della nuova legge, che fece più che triplicare gli elettori, la popolarità e l’indiscutibile autorevolezza del Monzani non subirono incrinature. Il collegio di Rocca San Casciano fu unito con quelli di Pontassieve e Borgo San Lorenzo e Monzani risultò, nelle elezioni del 1882 e del 1886, il candidato più votato del collegio.

Realizzata l’unità politica d’Italia, si doveva procedere all’unificazione legislativa e amministrativa, a uniformare gli ordinamenti economici (pesi e misure, monete, tributi, dogane) e ad accelerare la creazione delle infrastrutture essenziali per un paese in via di modernizzazione. Fu iniziato un cammino che, in pochi anni, avrebbe consentito di costruire alcune migliaia di chilometri di linee ferroviarie, di aprire scuole, ospedali, uffici postali e telegrafici, di costruire porti, strade e ponti e anche di organizzare una marina e un esercito degni di questo nome. Al gigantesco lavoro di unificazione Monzani dette un rilevante contributo: un suo biografo, Egisto Moretti, ricorda che in Parlamento, egli “trattò le più ardue questioni, fu relatore dei più importanti disegni di legge, e la sua parola e i suoi giudizi furono sempre accolti con grande deferenza”. Partecipò a numerose commissioni parlamentari, “distinguendosi come un autorevole esponente del notabilato della sinistra democratica toscana”. Svolse, tra l’altro, un ruolo rilevante nelle questioni relative alla realizzazione della linea ferroviaria per l’attraversamento dell’Appennino tosco romagnolo.

L’equilibrio e l’abilità di Monzani, dimostrati anche nei momenti più difficili per la nazione, gli avevano ottenuto la stima degli altri deputati, appartenenti ai vari schieramenti, al punto che, come ebbe a scrivere con una punta d’ironica malizia lo scrittore e politico Ferdinando Martini, in Parlamento nulla si faceva se il Monzani non voleva. La sua assiduità alle sedute parlamentari e la sua diligenza erano proverbiali, ma, nella sua lunga carriera, pronunciò discorsi alla Camera solo quando fu strettamente necessario. Aveva un carattere schivo e riservato; più volte sollecitato a entrare in altri ministeri, rifiutò l’offerta, pur sostenendo con convinzione i governi di Depretis e Cairoli.

Il 28 marzo 1889, pochi giorni prima di morire, inviò al presidente della Camera Giuseppe Biancheri una lettera per pregarlo di non dare luogo a commemorazioni, diversamente da come era in uso in Parlamento, nell’occasione della sua imminente scomparsa. Biancheri, nella prima seduta successiva alla morte di Monzani, lesse la lettera e, rispettando la volontà del defunto, aggiunse solo pochissime parole, alle quali si associò il deputato fiorentino Filippo Torrigiani. Il presidente del Consiglio Francesco Crispi desiderò comunque intervenire per ricordare Monzani: “La lettera, della quale ha dato lettura il nostro presidente, basta a darvi un esatto giudizio del cuore e della mente dell’estinto collega. L’amicizia fra me e Cirillo Monzani datava da 49 anni. Lo conobbi nel 1840, quando, cacciato dal duca di Modena, egli si rifugiava in Palermo, dove il Borbone non era meno triste del principe, contro il quale il Monzani aveva cospirato. Fedele agli ordini estremi dell’amico, io non posso che esprimere il rammarico del Governo per la perdita di un così egregio cittadino e di un patriota così esimio, e tacermi; poiché, ad onorare la sua memoria, non mi resta che venerare l’ultima sua volontà”.

Per sua disposizione testamentaria, Monzani fu sepolto al cimitero delle Porte Sante di Firenze accanto ad Atto Vannucci.

NOTE

1 Francesco IV di Modena si atteggiava a campione della reazione integrale: aveva ripristinato la legislazione settecentesca; aveva affidato l’alta amministrazione e gli affari politici agli amici ultraconservatori e ai suoi parenti dopo aver rimosso i quadri italiani compromessi con i francesi e con le loro idee nuove; aveva ristabilito tutti i privilegi dei nobili e aveva restituito ai gesuiti un ruolo di primo piano all’interno del ducato. Cfr. G. Pecout, Il lungo Risorgimento, Bruno Mondadori, Milano, 1999, pp. 81 e 82.

2 E. Moretti di San Martino, Cirillo Monzani, Kappaesse, Firenze, 1981, p. 194.

3 F. Della Peruta, Ottocento, Le Monnier, Firenze, 2010, pp. 145 e 146.

4 T. Sarti, Il Parlamento subalpino e nazionale, profili e cenni biografici di tutti i deputati e senatori, Pintucci, Roma, 1896, p. 679.

5 C. Arrighi, I 450 deputati del presente e i deputati dell’avvenire, Editori via del Broglio, Milano, 1864, pp. 191 e 192.

6 Z. Ciuffoletti, Relazione in Cirillo Monzani, artefice dell’indipendenza e dell’unità d’Italia (1820-1889), Celebrazione centenario 1889-1989, Calosci, Cortona, 1991, p. 24.

7 P. Pombeni, La rappresentanza politica, in Storia dello Stato italiano dall’Unità a oggi, a cura di R. Romanelli, Donzelli, Roma, 1995, p. 75.

8 Sopra Vincenzo Gioberti, discorso di C. Monzani, Le Monnier, Firenze, 1857.

9 Z. Ciuffoletti, cit., p. 26.

10 T. Sarti, cit., p. 679.

11 Leonardo Bruni Aretino, discorso di C. Monzani, in Archivio Storico italiano, nuova serie, dispensa 9 parte I e dispensa 10 parte II, 1857.

12 Opere di Camillo Porzio arricchite di schiarimenti storici di C. Monzani, Le Monnier, Firenze, 1855.

13 Opere politiche di Paolo Paruta precedute da un discorso di C. Monzani e dallo stesso ordinate e annotate, Le Monnier, Firenze, 1852.

14 Z. Ciuffoletti, cit., p. 27.

15 Su Rattazzi si veda F. Livorsi, Urbano Rattazzi, in Il Parlamento italiano, vol. I, Milano, Nuova CEI, 1989.

16 Z. Ciuffoletti, cit., p. 29.

17 I. Spada, Esule, letterato, statista per il Risorgimento d’Italia: Cirillo Monzani, s.l., s.d., p. 17.

18 Il titolo per la partecipazione politica era fondato essenzialmente sulla contribuzione fiscale, almeno 40 lire d’imposte dirette l’anno (una quota piuttosto elevata), anche se i limiti di censo non si applicavano a una serie di categorie professionali, fra le quali laureati, notai, farmacisti, ragionieri, geometri, agenti di cambio, funzionari e impiegati civili e militari, esercenti di commerci e industrie che occupassero immobili di importante valore locativo. L’età per l’esercizio del voto era fissata a 25 anni ed erano comunque esclusi gli analfabeti. Cfr. P. Pombeni, cit., p. 75.

19 F. Conti, Le vicende politiche e amministrative dopo l’Unità, in Romagna toscana, storia e civiltà di una terra di confine, a cura di N. Graziani, Le Lettere, Firenze, 2001, p. 973.

20 Rattazzi nell’ottobre del 1867 fu costretto a dimettersi per le divergenze con Vittorio Emanuele II sulla linea da seguire nei confronti di Garibaldi che stava per invadere il Lazio. Cfr. A. Scirocco, Garibaldi. Battaglie, amori, ideali di un cittadino del mondo, Laterza, Roma-Bari, 2007, p. 345.

21 Il titolo per la partecipazione politica non fece più riferimento al censo o a determinate posizioni sociali, ma fu basato sul requisito del possesso di un certo grado d’istruzione. L’età per il voto fu abbassata a 21 anni. Il paese venne diviso in 135 collegi, ciascuno dei quali poteva eleggere da 2 a 5 deputati, a seconda del numero degli elettori che vi erano compresi. Nei collegi a 5 deputati venne introdotto anche il voto limitato a 4 candidati, a garanzia delle minoranze. Cfr. P. Pombeni, cit., p. 87.

22 F. Conti, cit., p. 975.

23 E. Moretti di San Martino, cit., p. 4.

24 A. Ferraboschi, Cirillo Monzani, in Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani, Volume 76, 2012.

25 I. Spada, cit., pp. 29 e 30.

26 F. Martini, Confessioni e Ricordi, 1859-1892, Treves, Milano, 1928, pp. 133 e 134.

27 Sulla partecipazione di Monzani alle sedute della Camera il Martini scrisse: “Entrato nell’aula primo o de’ primi, interamente vestito di nero, con la redingote abbottonata fino al collo, così d’inverno come d’estate, prendeva il suo posto al centro sinistro, vi rimaneva serio fra gli schiamazzi, grave fra gli scompigli, impassibile fra i trambusti, né dal banco si levava che al termine della seduta”. F. Martini, cit., p. 134.

28 Z. Ciuffoletti, cit., p. 30.

29 E. Moretti di San Martino, cit., p. 13.

30 Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, Legislatura XVI – Terza sessione – Discussioni – Tornata del 1° maggio 1889, pp. 1184 e 1185.

31 T. Sarti, cit., p. 679.

 

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