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Le vie del sole
La “scuola di Staggia” ed il paesaggio in Toscana fra Barbizon e la “macchia”

15/07/2014

indexPalazzo Mediceo di Seravezza- 5 luglio – 7 settembre 2014

 Mostra a cura di Nadia Marchioni 

La metà degli anni Cinquanta dell’Ottocento rappresenta un momento cruciale nel rinnovamento della pittura di paesaggio in Toscana.

Il viaggio a Parigi di Saverio Altamura e Serafino De Tivoli, nella tarda estate del 1855, avviò, al loro ritorno a Firenze, un serrato dibattito, nelle sale del Caffè Michelangelo, sulla natura ritratta all’aria aperta dai pittori di Barbizon e sull’utilizzo dello specchio scuro, per ottenere il così detto ton gris, che esasperava i contrasti cromatici colti sul vero.

Queste discussioni furono appena precedute dalle sperimentazioni dei due artisti a fianco dei fratelli Carlo jr. e Andrea Markò nelle campagne di Staggia dove, a partire dal 1853, assieme anche a Carlo Ademollo, Emilio Donnini, Lorenzo Gelati, Alessandro La Volpe, Curio Nuti e Michele Rapisardi, inaugurarono la pratica della pittura dal vero in Toscana.

Di questo gruppo di pittori, che secondo i ricordi raccolti da Telemaco Signorini, tentò “Le vie del sole” nelle campagne senesi, ancora oggi risulta sfuggente la produzione eseguita proprio in quei luoghi, ove ritrassero scene quotidiane e motivi dal vero, come si evince dai titoli delle opere esposte alle Promotrici a partire proprio dal 1853.

Questa circostanza ha finora scoraggiato gli studi, che non hanno potuto appoggiarsi a sicuri documenti iconografici nel valutare il ruolo svolto da questo gruppo di artisti nel passaggio dal paesaggio istoriato, di matrice romantica o classicheggiante, alle visioni più intime e quotidiane segnalate dai titoli dei dipinti rintracciati in occasione di questa mostra nei cataloghi delle Promotrici e sulla stampa coeva.

L’esposizione, dove la ricerca si mette al servizio della conoscenza di uno snodo cruciale del panorama storico artistico dell’Ottocento italiano, s’impegna al contempo a seguire, nelle diverse sezioni, il percorso che, grazie al contributo di alcuni precoci conoscitori dell’opera dei pittori di Barbizon ed alle sperimentazioni del gruppo di Staggia, portò alcuni artisti al progressivo abbandono dell’artificioso approccio “accademico” al paesaggio, seguendo spinte culturali che invitavano ad una più immediata e personale adesione alla natura, i cui esiti estremi si colgono nelle modernissime analogie formali della “macchia”.

La prima sezione della mostra si propone di tratteggiare lo scenario del paesaggio romantico a Firenze fra gli anni Trenta e Cinquanta dell’Ottocento, affiancando alle imponenti tele di Bezzuoli (La morte di Zerbino e il pianto di Isabella, proveniente dalla Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti), Antonio Morghen (Veduta di Firenze con la tomba di Giuseppe Sabatelli), Giovanni Signorini (L’inondazione del Serchio, Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti, Veduta di Firenze dal Monte alle Croci), un gruppo di disegni dello stesso Bezzuoli (provenienti dal Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi), dove l’artista si mostra instancabile studioso della natura dal vero, ritratta in fogli e taccuini durante le sue appassionate escursioni nei dintorni di Firenze e sugli Appennini.

Carlo Markò senior, presente in mostra con due grandi opere (Cristo in Emmaus, dall’Accademia di Belle Arti di Brera e La mietitura, dalla Pinacoteca di Brera) è una figura chiave dell’esposizione; l’artista, di origine ungherese, coltivò dagli anni Quaranta, nel proprio atelier fiorentino, una vera e propria scuola di paesaggio dove si formarono, sull’esempio del suo composto naturalismo nordico, i figli Carlo jr. ed Andrea, Emilio Donnini e Serafino de Tivoli, artisti che per primi cercheranno nelle campagne di Staggia un più immediato rapporto con la natura.

La seconda sezione, grazie al generoso prestito di un collezionista privato, presenta una scelta di inediti dipinti dei pittori della scuola di Barbizon che, a partire dalla fine degli anni Venti dell’Ottocento, si recarono nella foresta di Fontainebleau, nei pressi di Parigi, dove, immersi nella natura riuscirono, ritraendola dal vero, a rivoluzionare la pittura di paesaggio grazie ad una completa comunione con il suo più profondo mistero.

I protagonisti di questa “scuola”, fra cui Charles-Françios Daubigny, Narcisse-Virgile Diaz de la Peña, Jules Dupré, Constant Troyon, sono presenti in mostra sia per rimarcare la distanza che separava questa pionieristica interpretazione del paesaggio dalla contemporanea pittura romantica toscana, sia per indicare l’esempio al quale molti degli artisti innovatori gravitanti intorno a Firenze seppero guardare, alla metà del diciannovesimo secolo, per fondare la loro nuova visione del paesaggio.

Notizie della nuova pittura barbizonnier circolavano nel Granducato già dagli anni Quaranta ed una figura centrale nella diffusione di questa moderna interpretazione del paesaggio nella penisola fu Filippo Palizzi, il cui fratello Giuseppe, a Parigi dal 1844, si era precocemente aggiornato sul moderno paesaggismo di Fontainebleau.

Tronchi di quercie, Una discesa fra i pioppi, Fondo di vallone con alberi (Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma) sono dipinti realizzati da Filippo nel 1854 a Cava, dove l’artista eseguì, nel corso degli anni, decine di opere di straordinaria freschezza compositiva e cromatica, in cui l’attenzione al dettaglio naturale si coniuga felicemente con la spontaneità delle figure, colte dal vero nelle loro quotidiane occupazioni.

Un rapporto immediato con la realtà era, in quegli stessi anni, suggerito anche da artisti come Antonio Puccinelli, la cui Passeggiata al Muro Torto (1852) è stata ripetutamente interpretata come un antefatto della pittura macchiaiola, e Stanislao Pointeau, i cui disegni (provenienti dal Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi) lo confermano fra i più raffinati interpreti della nuova poetica.

La sezione finale è dedicata agli artisti legati a quella che Signorini definì “la scuola di Staggia”, dominata dalle figure dei Markò. Altamura, De Tivoli, i fratelli Carlo e Andrea Markò, Gelati, La Volpe, Donnini, Nuti, innamorati della natura ed alla ricerca di una sua più diretta e flagrante rappresentazione, sono presenti in mostra con opere che permettono di cogliere, nel suo momento aurorale, la nascita di una nuova sensibilità: il paesaggio non è più l’ideale natura composta in studio secondo codificate leggi accademiche, né la ricerca di sublimi effetti romantici; l’emozione dell’artista di fronte alla natura si raccoglie in abbreviate visioni di ruderi o cascinali nella campagna, sul greto di un torrente, presso un abbeveratoio, una strada polverosa che scompare nel fitto del bosco, sciogliendosi di fronte ai quotidiani “motivi” agresti e condensandosi in dipinti dove la realtà viva e pulsante viene evocata con inedita libertà dai pittori più arditi.

Accanto alle più precoci espressioni degli “artisti di Staggia” (una vera e propria riscoperta è stato Il castello di Staggia, di Alessandro La Volpe, dal Museo di Capodimonte) si è ritenuto opportuno seguire, ove possibile,  il procedere degli artisti maggiori del gruppo fino ai primi anni del settimo decennio del secolo, lungo un percorso che, oltre allo sviluppo delle  diverse personalità, conferma anche l’assiduità della mutua frequentazione di alcuni dei componenti del gruppo disegnando, al contempo, una geografia del paesaggio toscano tracciabile seguendo i loro spostamenti, stagione dopo stagione, dalla campagna senese (Paesaggio con castello e figure, di De Tivoli e Carlo Markò jr.), ai dintorni di Firenze (Portico di villa Toscana, di Altamura e De Tivoli), alla Valle del Serchio ed alle maestose Alpi Apuane, ai cui piedi Seravezza, sovrastata dalle cave di marmo e dall’arco naturale del Monte forato, fu tappa prediletta, in diversi momenti, di De Tivoli, Gelati, Donnini e dei Markò, che strinsero con la cittadina un vincolo speciale.

Seravezza intende, con questa mostra, rendere omaggio proprio a questi artisti, intimamente legati al suo scenario naturale, anche grazie ad un vero e proprio coup de théâtre: il primo ambiente del Palazzo mediceo ospiterà, infatti, l’enorme tela realizzata da Andrea Markò come fondale scenico del locale teatro. L’opera, che rappresenta un episodio della Disfida di Barletta di Massimo d’Azeglio, personaggio anch’egli legato alla cittadina, è rimasta per più di un secolo protetta, ma invisibile, e quasi dimenticata, nelle sedi dell’amministrazione cittadina e sarà, in occasione della mostra, nuovamente accessibile allo sguardo dei visitatori e restituita così, si auspica definitivamente, alla popolazione di Seravezza, cui l’artista volle donarla, come si legge in calce alla tela.

Conclude l’esposizione una tela parimenti monumentale: l’eccezionale prestito, ottenuto dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, de I funerali di Buondelmonte di Francesco Saverio Altamura illustra come, all’inizio del settimo decennio dell’Ottocento, la prassi di inserire l’episodio storico in un paesaggio ed una luce studiati sul vero, fosse ormai consolidata presso i pittori più moderni anche in dipinti di vaste dimensioni, azzerando implicitamente l’antica superiorità gerarchica fra pittura di storia e pittura di paese.

Comitato scientifico: Carlo Sisi, presidente; Silvio Balloni, Nadia Marchioni, Elisabetta Palminteri, Francesca Panconi.

Inaugurazione sabato 5 luglio 2014, ore 18.00.

Orario: dal lunedì al venerdì: 17.00-24.00 |sabato e domenica:  10.30-12.30 – 17.00-24.00

Ingresso: 6.00 euor intero | 4.00 euro ridotto

INFO: Fondazione Terre Medicee | 0584-757443 |  info@terremedicee.it | www.terremedicee.it

Pubblicato in: MostreTag: Palazzo Pitti
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