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Fardelli d’Italia e qualche lampo

07/12/2017

Aldo Cazzullo Corriere della Sera 2 dicembre

«Mia nonna girava per casa con una fettuccia nera legata alla vita a mo’ di cintura dalla quale pendeva un anello con appese due chiavi, nere anch’esse, credo di ferro, di quelle che servono a poco, bastava una forcina per capelli a far girare la rudimentale serratura. Quelle chiavi erano il segno del suo potere, il solo e povero potere di cui disponesse: l’amministrazione della dispensa».

Scrive Corrado Augias di non aver mai saputo con certezza quel che la nonna custodisse con tanta cura, ma di poterlo immaginare benissimo, «poiché le dispense di quelle case erano tutte uguali: una bottiglia d’olio, un po’ di formaggio, dei dadi da brodo, un paio di vasetti di marmellata, forse del miele, qualche scatola di fiammiferi, delle spezie, qualche cartoccio di spaghetti… Il fornaio li vendeva sciolti, le rassicuranti confezioni sigillate da mezzo chilo erano di là da venire. Gli spaghetti erano così lunghi che prima di metterli a bollire bisognava spezzarli con le mani, un crepitio secco che ho sempre immaginato simile a quello provocato dai cavalli normanni di Pascoli quando “frangean la biada con rumor di croste”».

Il nuovo, bellissimo libro di Corrado Augias, Questa nostra Italia (Einaudi), è così: un lessico famigliare in cui fa irruzione quella che l’autore ritiene la vera unificatrice del Paese, la nota che definisce l’identità nazionale: la lingua, la letteratura. E la bellezza, che può prendere l’aspetto di un paesaggio marchigiano o di una poesia di Leopardi. Oppure, se si preferisce leggerlo nell’altro senso, il libro di Augias è una biografia letteraria d’Italia, in cui fanno irruzione le note sulla propria vita: il padre ufficiale dell’Aeronautica testimone della morte di Italo Balbo nel cielo di Tobruk, il servizio militare svolto accanto a una recluta burlona di nome Cesare Previti, le due fondazioni di «la Repubblica» e di Raitre, i periodi a Parigi e a New York, il dialogo faticoso e gratificante con i lettori, il tono alto ed educato del vivere e dello scrivere con una fascinazione rivendicata per il materiale e il mostruoso, il cibo e il circo, la cupezza e l’orrore, il Telefono giallo e il Grand Guignol, i popolani drogati di vino e polenta fatta con farine adulterate che «gridavano una gioia in realtà molto vicina alla disperazione» e lo zio tornato dalla Grande Guerra accecato dai gas: «Temevo e desideravo il momento in cui si sarebbe tolto i grandi occhiali neri che gli nascondevano le orbite, ma non accadde mai».

Coerentemente, quello di Augias non è un libro ottimista. A tratti è dolente, quasi rassegnato al meno peggio. La lettura si fa allora di struggente malinconia, di rimpianto per quello che poteva essere e non è stato: l’agonia di Gobetti nell’esilio parigino, i dolori del giovane Leopardi, di cui scrive la sorella Paolina: «A dì 14 giugno 1837 morì nella città di Napoli questo mio diletto fratello divenuto uno dei primi letterati di Europa. Fu tumulato nella Chiesa di San Vitale, sulla via di Pozzuoli. Addio caro Giacomo: quando ci rivedremo in paradiso?». E poi l’incredulità di fronte alla memoria nostalgica o indulgente per il fascismo, e l’oblio invece riservato ai «giovani messi al muro, chiusi vivi in una bara, impiccati col fil di ferro nei loro poveri abiti, le mani legate dietro la schiena, un cartello al collo “TRADITORE”, “BANDITO”… Nel lampo di pochi anni, quegli slanci, le parole, l’angoscia, l’ultimo grido — “Viva l’Italia!”, “Mamma!” — sarebbe diventato sempre più fievole, perduto nel frastuono».

Il libro è un viaggio nell’Italia dei romanzi, della politica, dell’arte: Venezia, la sola nazione d’Europa a non aver mai bruciato un eretico; l’Istria, «una terra magnifica per natura, italiana anzi veneta per lunga tradizione»; Genova, «Superba per uomini e per mura» come la intuì Petrarca (anche se è difficile considerare genovese Umberto Terracini, nato sì a Genova ma da due famiglie piemontesi e trasferitosi a Torino a 4 anni); la «scontrosa grazia» del Friuli; «la fosca turrita Bologna» carducciana; il bellissimo ritratto morale di Michelangelo e di altri grandi toscani. E poi le antinomie tra le grandi città: «A Napoli non mancano le tragedie ma il colore dominante è quello della commedia, della beffa, dell’oltraggio. A Palermo è l’inverso. La commedia è presente ma a dominare è il cupo incombere della tragedia». Roma «capitale di una burocrazia neghittosa, grande produttrice di intralci e di lungaggini, di una politica inconcludente, di una popolazione anarco-indolente che fa da specchio ad amministrazioni spesso inefficienti… L’immagine di Milano riflette invece una borghesia industriosa, compiaciuta della sua agiatezza però attenta a non mostrarne più del dovuto». Una città borghese.

Il finale non è lieto. Augias ricorda con un sorriso amaro che Nievo aveva inizialmente pubblicato Le confessioni d’un italiano col titolo Le confessioni di un ottuagenario: «Titolo simpaticamente vicino per chi ottuagenario lo è davvero, ha alle spalle una lunga sequenza d’anni dalla quale arrivano, anche nei momenti meno opportuni e di notte, mormorii frammisti a qualche grido, brividi, lampi di luce, talvolta di spavento». E l’animo italiano? C’è, ma è sommesso, balena qua e là, ma è sopraffatto dai localismi e dai rancori, che tendono a crescere anziché diminuire. «Non è bastata nemmeno l’epica di due guerre combattute sotto la stessa bandiera con sofferenze inenarrabili», comprese quelle di un altro zio, tornato dalla Russia a piedi. «Se nemmeno quell’immensa fatica è servita a costruire un immaginario condiviso, vuol dire che per il momento non c’è granché d’altro da fare». E ha ragione quindi Carlo Porta, di cui si cita l’invettiva

A certi forestee che viven in Milan e che ne sparlen:

O Italia desgraziada
cossa serv andà a toeulla cont i mort
in temp che tutt el tort
de vess inscì strasciada
l’è tutt de Tì, nemisa toa giurada!
(…)
Mej i Turch coj soeu pal
che l’invidia e i descordi nazional.

O Italia disgraziata
cosa serve prendersela con chi è
morto
mentre il torto
di essere così stracciata
è tutto tuo, di te stessa nemica
giurata!
(…)
Meglio i Turchi con i loro pali
che l’invidia e le discordie nazionali.

Pubblicato in: TribunaTag: bellezza, letteratura
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