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Una vita da migrante (del latte)

05/06/2024

Per allattare i neonati degli altri e guadagnarsi da vivere per sé e per la propria famiglia abbandonavano i propri figli. Erano le balie, «mamme in affitto», che si moltiplicarono nel ‘900

«Non lasciate i vostri figlioli! A me m’è toccato perché non c’era i soldi e per fa’ la casa ho dovuto lottà insieme al mi’ marito. Ma questa esperienza non la rifarei perché è bruttissima: io tutti i giorni ero con le lacrime all’occhi. È stata un’esperienza bella perché s’è visto tanto mondo, ma triste perché sei lontana da casa e dalle persone care. Ho lasciato la mi bimba a sei mesi e l’ho affidata ai nonni per andà a guadagnà i soldi, ma quel tempo chi me lo ridà?». È il 1948 e siamo a Firenze. Rita è diventata da poco madre e sta per trasformarsi in una balia, spinta dal marito, dalla famiglia, dalla povertà. Ha partorito una bambina ma crescerà quella dei Marchesi Bourbon di Petrella, famiglia di nobile lignaggio che vive tra l’Umbria e la Toscana. Sarà trattata come una signora, vestita di abiti mai indossati prima, accolta in mezzo a conti e marchesi, «pezzi grossi» come li chiama lei, intervistata per una testimonianza diretta confluita nel libro Balie da latte, istituzioni assistenziali e privati in Toscana tra XVII e XX secolo edito da Morgana e custodito all’Istituto degli Innocenti di Firenze.

La storia delle balie è antica, risale al Seicento, periodo in cui si cominciano ad avere notizie di queste figure. Ragazze giovani, tra i 17 e i 22 anni, che hanno partorito figli morti o che hanno abbandonato, ma che hanno tanto latte. Spesso sono vittime di violenze, di matrimoni mancati per miseria o emigrazione degli uomini. Vengono «reclutate» dagli ospedali e dagli orfanotrofi per nutrire i neonati abbandonati oppure loro stesse prendono in «affidamento» i bambini nella propria casa per l’allattamento e lo svezzamento. Il baliatico diventa un vero e proprio mestiere che consente alle ragazze di fare un po’ di soldi in periodi poverissimi, costrette spesso dai genitori e dal marito.

Da quali parti della Toscana arrivano le balie tra il Settecento e l’Ottocento? La campagna fa la parte del gigante: Mugello, Valdarno, Valdinievole, Bisenzio, ma anche Arezzo, Prato, Pistoia, Lucca e Pescia. Poche balie hanno un’origine fiorentina ma molte di loro alloggeranno in famiglie ricche che vivono nel capoluogo. Nel Novecento, infatti, il baliatico comincia ad assumere contorni diversi, diventa «migratorio». Lasciare il proprio bambino piccolo e allevarne un altro è una scelta consapevole per aiutare la famiglia, sostenuta dal «così fan tutte», che torna sempre nelle interviste. Ed è molto più redditizio farlo nelle case dei signori, tanto che la donna che parte può permettersi anche di pagare una balia locale per crescere il proprio figlio.

A mediare tra le ragazze e le famiglie altolocate, ci sono le «procaccine», donne anziane dei paesi che individuano le giovani in grado di allattare e le propongono ai signori di città. Il «mercato» delle balie comincia così: le famiglie valutano la quantità di latte della donna, come tiene il proprio figlio, se si presenta bene. Poi scelgono. Questo accade a Santina, piccola, bionda, con i capelli sempre tenuti di lato da una molletta. Tre volte balia, a Firenze, Ancona e infine Roma, nella casa di un ministro, tra il 1941 e il 1942. L’Italia è in guerra, il fascismo è all’apice, i ministri sono potenti. «Era guerra, il mi’ marito era richiamato, doveva andare in Russia. Allora venne la procaccina a cercarmi a Ponte Buggianese e mi disse: guarda, è un ministro, manca ancora quattro mesi a quando deve partorire la signora, così hai tempo di sistemà bene i tuoi figli e se vai là, ti congeda il marito. Dissi subito sì. Poi vense questo ministro con un dottore di fiducia e c’era una stanza dove mi fecero anda’ e lì ce n’era dodici di donne. Allora una per una ci visitarono e poi, io avevo già Francesco nato, me lo videro attacca’ al seno e in quattro minuti n’avea preso 180 grammi. Il ministro dice: qui il latte c’è davvero e fece una crocetta sul registro. Ero stata scelta, andai a Roma e mio marito fu congedato. Al battesimo della bambina che tenevo c’era anche il Duce, mi fece un discorso su come mi dovevo comportare e mi diede dei soldi». Santina ricorda anche il baliatico a Firenze, a villa Zardini: «Lì non andò bene, non mi fu detto di portarmi in Sicilia, quando la bimba ebbe sei mesi annunciarono questa cosa, io dissi che non sarei andata e loro chiamarono i carabinieri». La balia veniva accudita e vezzeggiata perché allevava i figli delle famiglie, ma era pur sempre una «cosa» comprata e doveva sottostare alle regole di un contratto lavorativo, al di là di sentimentalismi e legami familiari.

Le famiglie erano davvero importanti. La sorella di Gianni Agnelli scelse Damara che fu portata in Svizzera nella clinica dove era nata la figlia e poi a Torino: «Potevo tenere la bimba solo quando l’allattavo e se la sentivo piangere non potevo prenderla o coccolarla. Però mi han sempre trattata bene e mi riempivano di regali ma dicevano che le balie non dovevano affezionarsi troppo ai figliocci». Eppure accadeva molto spesso, così come i figliocci vedevano nella balia una mamma. Dosolina a lavoro nella famiglia Passigli a Firenze, nel 1939, racconta: «Il bambino si troncò la gamba e si portò all’ospedalino Meyer e ci siamo stati un mese o due. Quando veniva la sua mamma per fammi sta’ un po’ fuori, lui mi voleva sempre a me, mi chiappava per le mani e diceva: no tata, te stai qui, non andare via». Questa era la vera croce delle balie: sentirsi madri di un figlio non loro e non essere riconosciute, una volta tornate a casa, dal proprio figlio. «Io son voluta tornare perché c’era la bimba, e quando sono arrivata a casa, la bimba voleva mandarmi via, non sapeva neanche chi fossi». L’altra faccia della medaglia era questa: abbandonare i propri figli per portare a casa i soldi per vivere. Alcuni di questi figli però, intervistati da adulti, hanno capito e perdonato: «Mamma ha fatto quel che doveva fare e lo ha fatto anche per amore mio».

Alessandra Bravi Corriere Fiorentino 28 maggio 2024

Ditta Giacomo Brogi Una delle cinque sale del baliatico all’Istituto degli Innocenti di Firenze Foto 1900

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