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Quando la zona rossa era il Sud

07/06/2020

Nel 1865-67 il colera imperversò in Italia e anche allora la Natura prevalse sulla politica

Francesco Margiotta Broglio Corriere Fiorentino 7 giugno 2020

Sulla linea delle frequenti «ripetizioni» della storia patria, deve essere ricordato il colera che imperversò nell’Italia del 1865-67 e segnalato quanto scrive Massimo Livi Bacci sulla rivista Il Mulino, osservando che il coronavirus «altro non è che un episodio di una lunga storia», sì che «oggi sembra di essere tornati a un lontano passato», e che nell’Europa del 1800 «la Natura aveva nettamente prevalso sulla Politica: le tre guerre per l’indipendenza del nostro paese costarono una o due decine di migliaia di morti, ma la sola epidemia di colera del 1865-67 di vittime ne fece 160.000».

Nel marzo 1869, sulla rivista Nuova Antologia, un grande scrittore, Edmondo De Amicis, ne dette una rappresentazione «in diretta» di grande effetto, con riferimento soprattutto al Mezzogiorno, la «zona rossa» dell’epoca. Nei mesi tra il gennaio 1866 e il gennaio 1868, ben tre presidenti del consiglio si erano succeduti a capo di governi molto brevi: La Marmora, Ricasoli, Rattazzi e Menabrea.

De Amicis, nato nel 1846, aveva partecipato alla Terza Guerra d’Indipendenza ed era poi stato inviato in Sicilia con le truppe che dovevano reprimere rivolte e banditismo, ma assistere anche i moltissimi malati di colera e provvedere al seppellimento dei morti. Preso dal dubbio che, meno di due anni dopo, l’eroismo dell’esercito fosse stato già dimenticato, volle dare una testimonianza efficacissima della tragica situazione, ben più grave, ovviamente, di quella che abbiamo vissuto in questi ultimi quattro mesi anche per «condizioni di vita pessime, popolazioni denutrite, presidi sanitari sguarniti» che «collaborarono a moltiplicare i contagi e ne aggravarono le conseguenze» (Livi Bacci). Come in questo maggio 2020, superata la fase uno dello «scorcio del 1866», si sperava che il colera, che aveva invaso tutte le provincie, «non sarebbe ritornato nell’anno successivo: ritornò, invece,… e più fiero e più ostinato di prima» e la regione «che ne patì più gravi danni fu la Sicilia». In sostanza la Lombardia dell’epoca. Quali, per l’autore del Cuore, le grandi forze nemiche? «La superstizione, la paura, la miseria, assidue compagne della morìa in tutti i popoli e in tutti i tempi».

Questo il quadro: «i sindaci e molti altri pubblici ufficiali abbandonavano il proprio posto al primo apparir del colèra… i ricchi, gli agiati e tutti coloro che avrebbero potuto soccorrere più efficacemente le popolazioni, fuggivano dalla città e si rifugiavano nelle ville. In pochi giorni tutte le case della campagna erano piene di fuggiaschi, e non solo di ricchi… Abbandonata a se stessa e impaurita dall’altrui paura e dalla solitudine…la povera gente fuggiva anch’essa ed errava a frotte per la campagna, traendo miseramente la vita fra i languori della fame». In quasi tutte le città, «abbandonate» dalle amministrazioni comunali, «si trascuravano i provvedimenti igienici di più imperiosa necessità», mentre molti paesi erano «rimasti senza medici , senza farmacisti» e senza becchini, con le «vie piene di morti», e tutti «desolati dalla miseria», per cui «quei che non morrano di colèra morranno di fame». Non si parlava, ovviamente, di guanti, mascherine e disinfettanti. Peggio di oggi, la maggior parte dei negozi erano falliti, era stata «sospesa la costruzione delle strade ferrate, interrotte molte opere pubbliche provinciali e comunali; chiuse molte fabbriche; operai senza lavoro; serrate dapprima le botteghe di oggetti di lusso, da ultimo moltissime delle più necessarie; abbandonate le officine,…in ogni parte la fame, lo scoraggiamento e lo squallore».

Non si parlava di Cina, di serpenti o di pipistrelli, ma «si propagava ogni dì più e metteva radici profonde nel popolo, l’antica superstizione che il colèra fosse effetto di veleni sparsi per ordine del governo, che il volgo di gran parte dei paesi del mezzogiorno… tiene in conto d’un nemico continuamente e nascostamente inteso a fargli danno per necessità di una sua conservazione». In ultima analisi al presidente Conte è andata meglio di Ricasoli o Menabrea che vennero accusati di veneficio. Questo, ancora, il quadro generale: «ospedali, disinfezioni, visite di pubblici ufficiali, tutto era oggetto di diffidenza, di paura, di aborrimento: i poveri non si risolvevano a lasciarsi trasportare negli spedali che nei momenti estremi, quando ogni cura riusciva inefficace. Morivano la più parte, e per ciò si credeva… che le medicine fossero veleni e i medici assassini…, non credevano al contagio e abitavano insieme, alla rinfusa, sani ed infermi… in angusti e immondi abituri, terribili focolai di pestilenza», convinti, anche, che sudando si contraesse il morbo e che «gli attaccati dal colèra… non siano morti davvero e rinvengano poi». Anche allora toccò all’esercito «trarre dalla case i cadaveri corrotti», spesso «abbandonati nelle case o gettati e lasciati scoperti nei cimiteri», ma, grazie anche a sospetti diffusi da «borbonici e clericali», la forza pubblica, i carabinieri, i soldati, i doganieri e i pubblici ufficiali venivano sospettati di veneficio, mentre «qualunque italiano del continente», ovviamente libero di circolare in assenza di qualsiasi tipo di «lockdown», era considerato un «avvelenatore».

Toccò, comunque, ai militari «levar via i cadaveri… e trasportarli sui carri del reggimento ai cimiteri». I sindaci, spinti dalle popolazioni, avevano stabilito un «rigoroso cordone attorno ai paesi», facendo anche cessare «ogni commercio». Ma quando gli abitanti cominciarono a «risentire i danni di questa cessazione», chiesero e ottennero «che il cordone fosse tolto». Il colera «rincrudiva» e il cordone «veniva ripristinato». Quasi come nei mesi scorsi il personale sanitario, nel 1866/67 furono i soldati ad ammalarsi, rendendo «inutile la maggior cura che si poneva nella pulizia delle caserme, nella scelta dei viveri e in molte altre cautele imposte dai superiori e diligentemente…osservate». Soldati che, «nei paesi rimasti privi di farmacisti», dovettero «distribuire le medicine nelle botteghe, sorvegliati dai medici militari», portandole nelle case «dove occorrevano». Del resto nessun abitante voleva «prestarsi a quel servizio… neanche con la promessa di larghissime paghe», perché la paura «vinceva ogni cupidità di danaro, come ogni sentimento di pietà». De Amicis sottolineava che quello che avevano fatto in Sicilia i militari lo avevano fatto anche ad Aosta, a Scansano, a Genova e «in cento altri luoghi, ma che non giova citare per non riempire le pagine di nomi», spesso al prezzo della vita, mentre il «popolo li odiava e li malediva», convinto che diffondessero il virus «per mandato del governo». Una «insensata superstizione» che, però, «sparì» nei superstiti i quali non «finivano mai di lodare la sollecitudine e l’affetto con cui erano stati assistiti e curati».

Dopo i primi di settembre del 1867, anche grazie alle «lunghe e frequenti piogge», il colera cominciò a «decrescere sensibilmente», dando inizio a quella che oggi diremmo la fase due. Le popolazioni «ritornarono a poco a poco agli uffici consueti della vita», storditi da «quel continuo spettacolo della morte», e cominciarono a capire «quanto gli odi e i risentimenti personali fossero ingenerosi e meschini», mentre l’esercito «si avvantaggiò nella disciplina» che, «in mezzo alle sventure del colèra,… si spogliò di quel che aveva prima di odioso e d’insopportabile» e comprese «quanto gli odi e i risentimenti personali fossero ingenerosi e meschini», mentre le popolazioni dettero, alla fine del 1867, la «più splendida prova dell’effetto prodotto…dalla stupenda condotta» dei soldati — i quali non avevano fatto che il proprio dovere — con «il mirabile risultato della leva» militare. Non sarà facile, se e quando finirà questa fase dell’epidemia del coronavirus, cogliere i «mirabili risultati» dell’azione di governo in questo sfortunato anno 2020. Finiremo, forse, per rimpiangere La Marmora, Ricasoli, Rattazzi e Menabrea, ma sicuramente l’autore delle pagine citate di Nuova Antologia (1869), di quelle della Vita militare (1880) e di Cuore. (1886).

 

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