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La lingua che stiamo perdendo

03/03/2017

Ernesto Galli Della Loggia Corriere della Sera   25 Febbraio

È certo che se i giovani italiani stanno perdendo l’uso corretto della lingua — e, cosa ancora più importante, la stessa capacità di esprimersi ricorrendo alla parola scritta — la responsabilità non è solo della scuola. Proprio chi, come il sottoscritto, ha firmato l’ormai famoso appello in proposito di un certo numero di docenti universitari per un migliore e più largo insegnamento dell’italiano nelle nostre scuole, ha l’obbligo di dirlo con chiarezza. I grandi fatti sociali — e se ne può immaginare uno maggiore della secessione di una generazione dal proprio idioma nazionale? Perché di questo si tratta, non già davvero di una battaglia nel nome di un «purismo» di ducesca memoria — non hanno mai una spiegazione sola. E dunque, quando per esempio un po’ tutti mandiamo sms e twittiamo freneticamente facendo uso delle sigle, degli acronimi e delle abbreviazioni più insulsi, o strampalati, o inutili (tipo xché in luogo di perché); quando — pressoché unici in Europa per l’intensità e spesso per l’improprietà con cui lo facciamo — ricorriamo a parole ed espressioni inglesi perché ci sembrano più accattivanti (si pensi alle insegne di milioni di negozi o ad esempio al fatto che l’Italia, dove pure non un solo film straniero viene proiettato nella sua lingua originale, è però, allo stesso tempo, il Paese dove quasi tutti i film americani mantengono chissà perché il titolo originale in inglese); quando, per dirne un’altra, più nessuno in alcuna occasione si sente spinto a scrivere due parole, invece di ricorrere al telefono (non per nulla abbiamo il primato continentale per il numero di smartphone e telefoni cellulari): ebbene, quando accade tutto ciò non è forse giusto pensare che ognuno di noi potrebbe/dovrebbe fare ciò che è in suo potere per migliorare le cose? Proviamo a immaginare.

Che cosa accadrebbe, ad esempio, se le imprese italiane, dovendo assumere un giovane, invece di farsi recapitare magari online un anonimo curriculum vitae secondo un formulario predefinito, con domande sempre eguali, chiedessero piuttosto ai candidati di scrivere il suddetto curriculum rigorosamente a mano e naturalmente su carta? E ancora: che effetto avrebbe se come secondo passo esse sottoponessero i candidati a un esame di cultura generale (dalla matematica alla storia) — con domande tipo «indicare i sinonimi della parola “potenziale” o il significato della parola “deflazione”» — nell’idea, dopotutto non proprio così stravagante, che per qualunque lavoro serva qualcosa di più che una somma di competenze specifiche? Di più: che effetto avrebbe sul livello di alfabetizzazione dei nostri giovani concittadini se come ultima prova per ottenere un impiego gli fosse richiesto un esame di lingua italiana per accertare se ad esempio sono capaci di esprimersi in un linguaggio formale, come può essere necessario nei rapporti di lavoro?

Ho scritto proviamo a immaginare. Ma tutte le eventualità sopra elencate non sono per nulla frutto della fantasia. Come ci informa un’interessantissima corrispondenza di Christian Martini Grimaldi pubblicata sull’Osservatore Romano di sabato, è proprio in quei modi, infatti, che in Giappone le aziende reclutano i propri collaboratori. In Giappone. Da noi l’idea che a qualche azienda o addirittura alla Confindustria, che pure si fregia di un suo specifico settore rivolto all’istruzione e alla scuola, venga in mente di fare qualcosa di simile appare semplicemente inverosimile. Siamo italiani noi, mica giapponesi. E dunque lasciamo a quegli esotici orientali credere che esistano beni collettivi essenziali la cui tutela richiede l’impegno di tutti

Pubblicato in: Tribuna
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