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La lingua italiana è un diritto

30/10/2019

Padroneggiare il lessico rafforza il senso di appartenenza alla comunità

Corriere della Sera 28 Ottobre 2019  di Giuseppe Antonelli e Luca Serianni

Qui sotto un estratto dal volume «Il sentimento della lingua», edito da il Mulino (domande di Giuseppe Antonelli, in dialogo con Luca Serianni).

Mi piacerebbe dare insieme a te uno sguardo al futuro. La prima domanda è, allora: come ti piacerebbe che fosse l’italiano dei prossimi anni o decenni?

«Mi piacerebbe che fosse una lingua condivisa; in tre direzioni. All’interno della comunità dei parlanti, la padronanza linguistica dovrebbe estendersi ai registri non colloquiali, quelli che vanno oltre la contingenza quotidiana, oltre il “lessico fondamentale” definito da Tullio De Mauro. È un auspicio che comporta prima di tutto, com’è ovvio, un incremento del livello culturale medio, a partire dalla lettura e dal contatto con la grande tradizione letteraria. La seconda direzione riguarda i “nuovi italiani”, ai quali bisogna assicurare tutti i diritti dei nativi, a partire dalla lingua. Non basta che un bambino sia nato in Italia: imparerà certamente, andando all’asilo e a scuola, un italiano parlato e colorito regionalmente indistinguibile da quello dei suoi coetanei, e con loro condividerà l’orizzonte di vita (giochi, immaginario televisivo eccetera), ma senza il retroterra linguistico assicurato da chi abbia genitori e nonni italofoni. Si tratta di un capitale prezioso, sul quale è doveroso investire. Terza direzione: l’italiano all’estero. Ha dell’incredibile — in presenza di condizioni non favorevoli (scarso peso della lingua italiana nel mondo, numero relativamente ridotto di parlanti nativi, penuria di risorse finanziarie) — l’interesse che suscita l’italiano all’estero. Continuare a trascurare questo aspetto sarebbe grave: sia per quel che riguarda l’investimento simbolico sull’identità italiana, sia per quel che riguarda, concretamente, gli aspetti economici, a partire dal turismo, un settore colpevolmente in crisi».

Quali sono le possibili linee di espansione della nostra lingua?

«Sono quelle tradizionali, inevitabilmente legate a stereotipi: il Paese del sole e del mare, dell’arte, della musica e della storia. Un tempo si diceva anche della gioia di vivere; ma questo mito, falso già allora, oggi sarebbe intollerabile e possiamo lasciarlo perdere. Né il sole né i resti archeologici hanno rapporto diretto con la lingua, certo. Ma il soggiorno in un luogo e la conoscenza del territorio sono una delle condizioni che favoriscono l’interesse per i suoi abitanti e per la lingua in cui si esprimono».

Cosa manca per arrivare a questo risultato?

«Manca un investimento adeguato in questi settori. Vanno potenziati i corsi d’italiano all’estero, gestiti dalla Società Dante Alighieri e dagli istituti di cultura. Ma anche questo in sé non basta. Insisto sul turismo in senso lato e cito il problema dei centri minori, dei piccoli paesi, in stato di abbandono, con tutto quello che ciò comporta in termini di degrado idrogeologico del territorio. Molto spesso sono posti interessanti, dal punto di vista artistico e urbanistico, adatti a un turismo di qualità […]».

Si può reagire alla pressione dell’inglese?

«Sì, attraverso un esercizio di salutare autodisciplina. I parlanti più consapevoli possono evitare anglicismi d’accatto e ancora di più dovrebbero farlo le istituzioni pubbliche, i direttori di reti televisive, di giornali eccetera. Non si dica che si tratta di una battaglia persa in partenza: anche nel mondo dell’informatica, riconosciuto regno dell’inglese, accanto ad attachment si sente sempre di più allegato. Nelle lingue i conti non si fanno mai una volta per tutte, almeno finché c’è ancora qualche

Internet, i social network, le chat, i messaggini stanno modificando le nostre abitudini comunicative e dunque anche linguistiche. È un bene? È un male?

«Né un bene, né un male: è un fatto. Un fatto, però, da non sopravvalutare in termini linguistici. I messaggini sono diventati ormai obsoleti per i più giovani, che ricorrono ad altri mezzi di comunicazione, anche vocali. È un settore in forte evoluzione e dubito che possa esercitare un influsso davvero profondo sulla lingua. Semmai il rischio, che non vedo solo io, è che attraverso i social le persone diano il peggio di sé, senza alcuna remora (diciamo pure: senza nessuna salutare dose di ipocrisia). Violenza, risentimento, rancore, attacchi personali. Ma tutti aspetti in cui la lingua non è che il docile mezzo di espressione: l’importante è controllare, e all’occorrenza reprimere, i propri istinti peggiori».

Più in generale: cosa si potrebbe o dovrebbe fare in concreto per l’italiano?

«Creare le condizioni per un suo rafforzamento. All’interno, puntando sulla scuola e badando a non far perdere alle nuove generazioni il contatto con la grande cultura scritta, del passato (i classici letterari che è essenziale accostare a scuola) e del presente (saggistica nelle più varie ramificazioni); attivando o potenziando i corsi di lingua per i “nuovi italiani” (esemplare è quello che in proposito si fa in Germania, per esempio). All’estero, incrementando promozione e insegnamento dell’italiano nel mondo. Tutto questo non è solo un auspicio da anime belle; c’è dietro, insisto, un preciso risvolto economico e non volerlo cogliere rappresenta una notevole responsabilità da parte della classe politica […]».

L’ultima domanda è: in tutto questo cosa può fare un linguista? Cosa hai cercato e cercherai di fare tu?

«Come studiosi di altre discipline, il linguista può avvertire la responsabilità di coinvolgere più ampie cerchie di persone nelle cose che studia. Tutti abbiamo nella nostra bibliografia saggi che, in partenza, sapevamo che nessuno avrebbe letto e che, non di rado, si scrivono con una certa voluttà intellettuale […]. Per quel che mi riguarda, scrissi tanti anni fa un articolo sui vari nomi di colore usati per descrivere l’urina da parte di un gruppo di medici primo-ottocenteschi: credo che non l’abbiano letto più di cinque o sei persone me compreso (e lo sapevo in partenza). Da tempo questo gusto non ce l’ho più e sono diventato molto sensibile alla divulgazione (buona divulgazione, mi auguro). Io stesso, come lettore, ho interesse per libri con questo taglio che riguardano la storia contemporanea o il diritto, per citare due àmbiti che non appartengono alla mia formazione remota. E per quel che riguarda la lingua italiana possono essere numerose le occasioni in questo senso; più che per la biologia molecolare o per la fisica quantistica, non meno affascinanti, ma che richiedono una certa confidenza con nozioni preliminari, per le quali non basta in genere quel che si è a suo tempo studiato al liceo (e comunque non tutti hanno percorsi liceali alle spalle). Poi, certamente, tutto può essere oggetto di studio, e a una certa età, lo sappiamo bene, tenersi allenati è un ottima maniera per fronteggiare l’inevitabile declino cognitivo legato all’invecchiamento. Nel caso della lingua italiana, avverto anche l’esigenza di un certo impegno civile: diffondere la padronanza della lingua e della sua storia è un modo per rafforzare il senso di appartenenza a una comunità».

 

Pubblicato in: Rassegna stampa
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