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La Breccia di Porta Pia 150 anni dopo

20/09/2020

Intervento di Alessandra Campagnano del Comitato Fiorentino per il Risorgimento, tenuto il 19 settembre 2020 alla sede della Fratellanza Militare di Firenze  per i 150 anni della Presa di Roma

La Breccia di Porta Pia 150 anni dopo

Celebriamo oggi in tono dimesso a causa di circostanze avverse un evento che avrebbe meritato ben altra attenzione e ben altro interesse da parte dell’opinione pubblica. Eppure nonostante tutto studiosi e cittadini hanno cercato di dare importanza a un evento che è stato ed è causa ancora di polemiche sulla funzione di Roma capitale.

Cos’era Roma 150 anni fa? Era la capitale di un potere universale, ma regionale che doveva servire di supporto a quello universale. Era in pratica la capitale di uno stato teocratico che rifiutava tutto ciò che era moderno, nuovo. Il Sillabo di Pio IX nel 1864 aveva condannato il libero pensiero e tutte le conquiste del XIX secolo. Roma per il suo passato e per il significato che aveva avuto nel corso dei secoli – basti pensare a Dante, Petrarca, Machiavelli – per la civiltà italiana, rappresentava per i padri del Risorgimento un elemento fondamentale per il compimento dell’unità nazionale.

Roma rappresentava un nodo all’apparenza inestricabile. In quanto sede del papato, la massima autorità religiosa per i cattolici che erano la stragrande maggioranza della popolazione italiana, ai cattolici poneva problemi di coscienza non indifferenti. Ai più sensibili appariva chiaro che senza un’autentica riforma morale del modo di essere cattolici, per gli Italiani non avrebbe potuto esserci un vero progresso civile e politico. La messa all’Indice dei libri dell’abate Rosmini che denunciavano le piaghe della Chiesa contemporanea dimostra quanto l’apparato gerarchico, specialmente nella curia romana, fosse insensibile a ogni proposta di rinnovamento. D’altra parte il congresso di Vienna nel 1815 aveva sancito l’alleanza del trono e dell’altare con il compito di frenare ogni anelito di rinnovamento considerato “rivoluzionario”. Nonostante le trasformazioni politiche avvenute in Europa dopo il 1815 – nel 1830 formazione del regno del Belgio, indipendenza della Grecia, nel 1861 costituzione del regno d’Italia, nel 1866 fine della presidenza austriaca della Confederazione germanica a favore della Prussia, nel 1867 trasformazione dell’impero asburgico in impero di Austria-Ungheria – il papato aveva una posizione difensiva. Questa posizione aveva molti sostenitori nei paesi dove i cattolici facevano pesare la loro influenza come nella Francia di Napoleone III. Le petit Napoleon era molto condizionato dall’opinione dei cattolici francesi, tanto che la sua politica estera condizionò l’azione di quella del regno d’Italia, trovando una composizione con la Convenzione di settembre del 1864 che trasferì la capitale da Torino a Firenze. Furono le sconfitte della guerra franco-prussiana e la proclamazione della repubblica a convincere il governo italiano che le clausole che impegnavano l’Italia a contrastare ogni tentativo di penetrazione armata nello stato pontificio erano venute meno, quindi si poteva prendere l’iniziativa di varcare il confine con lo stato della Chiesa.

La guerra portata avanti dall’esercito italiano non fu una scaramuccia. La leva obbligatoria aveva reso l’esercito composto da soldati provenienti da ogni parte d’Italia. Non va dimenticato che a Porta Pia l’ordine di fare fuoco fu dato da Giacomo Segre, un capitano di artiglieria ebreo originario di Chieri. L’esercito pontificio era composto da mercenari ben armati e ben equipaggiati che si batterono in modo professionale. Lo testimonia il numero dei caduti e dei feriti negli scontri precedenti il 20 settembre e poi quelli di Porta Pia. In totale si ebbero 38 caduti e 150 feriti.              I papalini ebbero in tutto 16 morti e 58 feriti. Il corpo più colpito fu quello degli zuavi, per i quali fino a qualche anno fa a Roma veniva celebrata la messa in suffragio. 

Nei giorni successivi si ebbero altri 10 morti per le ferite riportate, fra i quali troviamo l’artigliere Giulio Cesare Paoletti di Firenze, sepolto a cura del Comune di Roma nel cimitero delle Porte Sante.

Cominciava un’altra storia per Roma, Firenze e l’Italia. Il trasferimento della capitale da Firenze non fu indolore, la città nel giro di pochi anni aveva vissuto una trasformazione che aveva avuto i suoi costi specialmente per le classi subalterne. Roma dopo l’arrivo dei bersaglieri si avviava a essere una città del XIX secolo con interventi criticabili, ma che la trasformarono radicalmente. Per l’Italia divenne più grave la questione romana, con gli interventi del papa e dei suoi portavoce tendenti a togliere legittimità all’Italia unita. Si cominciò con la scomunica maggiore che colpì tutti coloro che in un modo o nell’altro avevano partecipato al processo di unificazione e a invitare i buoni cattolici a rispettare il non expedit. Politicamente non fu un problema di poco conto, eppure il Parlamento italiano aveva votato già il 13 maggio 1871 la legge delle guarentigie.

Lentamente gli steccati cominciarono a cadere. Soprattutto dopo la morte di Pio IX il 7 febbraio1878, quando il conclave si svolse senza alcuna interferenza da parte delle autorità italiane, ma il nuovo papa, Leone XIII, continuò a vivere chiuso in Vaticano. Neppure il patto Gentiloni per le elezioni politiche del 1913 e la firma dei Patti Lateranensi e del primo concordato l’11 febbraio 1929 avevano cambiato il giudizio storico sulla breccia di Porta Pia. In pieno fascismo la Chiesa cattolica fece valere in più occasioni il suo ruolo di chiesa di stato contribuendo a conculcare il diritto di libertà religiosa, e quindi di pensiero, con strascichi destinati a durare nel dopoguerra come – per esempio – con l’applicazione delle circolare Buffarini Guidi del 1935 contro i pentecostali.

Fu solo nel 1970 che papa Paolo VI riconobbe che la fine dello stato pontificio aveva liberato la Chiesa dalle incombenze legate all’amministrazione politica di uno stato e le aveva permesso di dedicarsi alla sua missione religiosa e alla sua azione pastorale. Ma Paolo VI era erede della tradizione cattolica lombarda segnata fortemente dal giansenismo prima e dal cattolicesimo liberale e sociale poi. Eppure negli anni ’70 e ancora dopo si sono avuti interventi tesi a riaffermare il ruolo della Chiesa come guida spirituale dell’intero popolo italiano.

Certo gli artt. 7 e 8 della Costituzione sono ancora oggi oggetto di discussioni, ma dopo la firma della prima intesa con una confessione non cattolica, la chiesa valdese, avvenuta nel 1984, altre confessioni religiose hanno firmato intese con lo stato italiano. Ma le attuali trasformazioni che portano a spostamenti di popolazioni di culture e fedi diverse faranno necessariamente superare altri steccati e allora che ne sarà di Roma? Anche il papato che a Roma continua ad avere la sua sede, non è più quello di Pio IX e neppure di Pio XII. Viene in mente Rutilio Namaziano che nel De reditu suo nel V sec. riconosceva a Roma il grande merito di avere fatto e pluribus unum grazie al diritto che aveva dato a popoli diversi un’organizzazione statuale unica.

È questa tradizione universalistica che tutti i nostri padri risorgimentali riconoscevano a Roma che, forse, dopo la Roma dei cesari e la Roma dei papi ci consentirà di parlare non solo della Roma del popolo ma della Roma dei popoli?

Alessandra Campagnano

 

 

 

Pubblicato in: Tribuna
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