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Festa dei comitati toscani a Livorno sabato 11 Maggio

15/05/2011

Anche quest’anno 2011 ci ritroviamo sotto le mura di San Marco.  Saluto a nome del Comitato Livornese per la Promozione dei Valori Risorgimentali tutti coloro che sono presenti. Mi rivolgo alle autorità civili e militari, ai sindaci, ai rappresentanti delle province, ai gonfaloni, alle associazioni che fanno festa con noi. Celebriamo la capacità di un popolo di sfidare le condizioni più avverse per il proprio miglioramento secondo principi di diritto e di giustizia.

Un saluto particolare voglio fare ai rappresentanti dei Comitati per la Promozione dei valori risorgimentali, per la prima volta presenti con le loro bandiere, ormai radicati in tante realtà toscane e venuti qui a celebrare la prima festa toscana. Un saluto alla memoria dei valorosi componenti del Comitato che non ci sono più, da Mario Landini, a Ugo Canessa, a Alfio Dini, a Paolo Castignoli, a Vittorio Marchi, e un saluto alle giovani e brillanti nuove leve dirigenti del Comitato nostro. E un saluto riconoscente va alle camicie rosse garibaldine che attestano la continuità morale di una storia, il contributo fattivo del popolo italiano, tramite il volontariato, all’affermazione dell’indipendenza nazionale dietro le bandiere della democrazia e della libertà.

In particolare, però, voglio salutare queste centinaia di ragazzi che, ornati dai colori nazionali, celebrano  con noi due straordinarie ricorrenze. Ricordano la data del 10-11 maggio 1849, quando poche centinaia di repubblicani sfidarono un esercito di 12.000 uomini, pagando molti di essi con la vita quell’eroica testimonianza, e celebrano l’altra ricorrenza, quella del 17 marzo 1861 in cui si riconosce la proclamazione dell’Unità nazionale, l’esaltante processo di realizzazione della Nazione cui tanto il popolo aveva dato e che tanta fatica avrebbe richiesto per una vera realizzazione.

Questa grande presenza di studenti e di insegnanti attesta, in primo luogo, il fondamento morale e culturale di una grande realizzazione dello Stato unitario, forse la più importante, quella scuola pubblica che  ha i più grandi meriti ancora oggi, grazie anche alla grandissima e appassionata opera dei tanti colleghi, maestri e professori che dedicano la vita a coltivare il seme fondamentale dell’etica pubblica e del bene comune nelle anime dei loro allievi.

Non è retorico riconoscere in questi ragazzi la più grande risorsa della nostra democrazia, e non sarebbe giusto perché i ragazzi di tutta l’Italia hanno dimostrato di comprendere bene e assai meglio di tanti adulti le ragioni di fondo dell’Unità nazionale, il valore storico dei simboli fondamentali dell’Unità nazionale. Hanno gioito nello sventolare il Tricolore, l’hanno voluto alle finestre, hanno cantato con emozione l’Inno nazionale.

Hanno ben compreso come quei simboli nascessero davvero da giovani come loro o poco più grandi di loro. Il Tricolore che conta i suoi primi martiri a Bologna nel 1794, con i giovanissimi studenti Luigi Zamboni e Giovan Battista de Rolandis; l’Inno nazionale, le cui parole sono state scritte da Goffredo Mameli, morto poco più che ventenne  nella difesa della Repubblica romana, nel 1849, appena dopo che altri giovani, su queste mura si erano immolati per gli stessi ideali.

Ed è forse merito anche dei giovani studenti di tante parti d’Italia se, al culmine di questa fase di intensa celebrazione, anche movimenti che avevano annunciato disprezzo e freddezza verso l’Unità e i suoi simboli, hanno dovuto richiamarli e celebrarli per non restare isolati  dal buon senso e dal sentire profondo di tanta parte della loro base che non può aver dimenticato il contributo di sangue di tutte le terre d’Italia all’indipendenza nazionale.

Quanto dobbiamo  all’opera compiuta in tempi difficili dal nostro presidente Ciampi, di divulgazione dei valori del Risorgimento, dell’Unità nazionale e dell’Europa da sviluppare secondo quei valori?  Alla sua opera questo Comitato, insieme alle massime espressioni della Città, ha dato il suo più grande riconoscimento, conferendogli il 14 marzo a Roma, il Bartelloni d’oro. E l’incontro è stato occasione, non solo di un’appassionata testimonianza di ricordo e d’amore del Presidente verso la sua Città, quanto anche di una nuova e fresca lezione sul senso attuale del Risorgimento nella prospettiva nazionale ed europea.

Questa nostra fase storica, dal punto di vista dei valori affermati dal Risorgimento e dal grande fermento europeo in cui si inserì il Risorgimento italiano, appare complessa e qualche volta contraddittoria. Noi vediamo come l’idea nazionale, affermata nei suoi valori di libertà, di eguaglianza, di piena cittadinanza, in Italia, ma perseguita anche in altri paesi europei nel grande movimento del 1848 e 1849,  soffra molto oggi. Vediamo come l’idea delle nazioni libere e sorelle, nella repubblica universale, generose nell’Europa dei popoli disegnata da Mazzini, soffra invece di un ripiegamento che la riconduce ai disgraziati tempi del nazionalismo aggressivo e conservatore e riesca perfino ad offrirne una versione moralmente ancora peggiore. Basti pensare al mutamento costituzionale in corso in Ungheria, per rendersi conto del grave pericolo che l’Europa corre proprio quando forse altri popoli dell’Africa mostrano una propensione irresistibile verso l’idea di libertà.

Sono fenomeni inquietanti e difficili, di fronte ai quali la saldezza della convinzione nei valori affermati dal Risorgimento è una vera e propria barra di timone da tenere salda.

I valori affermati dalle lotte e dal sacrificio del Risorgimento, la libertà naturale, l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, indipendentemente dalla fede, dallo status sociale e dal sesso, hanno rappresentato un’aspirazione sognata sotto i regimi assoluti che precederono l’Italia. Sono stati difficili da realizzare davvero compiutamente e spesso messi in pericolo, come avvenne quando la dittatura fascista tolse agli Italiani la libertà di stampa e di associazione, limitando la cittadinanza e il diritto all’appartenenza religiosa, fino a farne una condizione di pericolo e di insicurezza. Riconquistare quei diritti fu duro e richiese il lungo impegno sotterraneo dell’antifascismo, la mobilitazione delle migliori forze militari dopo l’8 settembre e lo svilupparsi del grande movimento per la resistenza e la guerra di liberazione cui tutte le classi sociali contribuirono generosamente con il medesimo coraggio dei loro antenati.

Poiché la Costituzione italiana, con la suprema sintesi degli ideali, dei diritti individuali della cultura liberale, delle visioni sociali  religiose e laiche, rappresentò la svolta verso un Paese davvero democratico, giusto e capace di progresso, essa mantiene intatto il suo valore e bisogna celebrarne ancora una volta il più grande riconoscimento.

Non occorre andare lontano nel tempo, per rendersi conto di quanto questo sia vero. Basta aver presente la lezione offerta a Firenze, pochi giorni fa, dal presidente Napolitano, quando ha richiamato il ruolo centrale del Parlamento nella vita di un Paese. Fu davvero questo il vero e proprio valore aggiunto dell’opera politica di Cavour nel suo Piemonte, ereditata a lungo dallo Stato italiano.

Con la Costituzione repubblicana il Parlamento fu riconosciuto il perno centrale politico e morale della Nazione, il vero baricentro della democrazia.  Il paese vive bene  se il Parlamento è reale espressione delle sue cittadine e dei suoi cittadini, se è tempio dell’etica pubblica. È anche per questo che riconosciamo il debito da onorare verso quegli eroici combattenti politici e militari che tutto dettero al Paese che voleva nascere. Dettero la propria personale libertà, il sacrificio della ricca o povera economia del loro avere o del loro laboratorio e della loro famiglia, la vita. Come i grandi eroi del piccolo esercito della repubblica di Livorno, composto di livornesi, di toscani, di altri italiani, di stranieri,  che il 10-11 maggio del 1849, mostrò anche qui, come a Milano, a Roma, a Brescia, a Messina, ad Ancona, in tanti altri luoghi, quanto possa la virtù cittadina quando sono in gioco le grandi e oneste speranze di crescita dell’umanità.  Lasciatemi citare qui uno di essi, per l’alto onore che ci fa il Comune di Sassuolo venuto fin qui, il suo glorioso cittadino Giuseppe Piva, il “cannoniere dei Lupi”, il primo a sbarrare la strada agli Austriaci.

Viva sempre la memoria di quegli eroi! Viva sempre l’Italia democratica e repubblicana in un’Europa custode della libertà, della democrazia, dell’equità sociale!

Fabio Bertini


 

Pubblicato in: Tribuna
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