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L’utopia moderna di Dante. Immaginava un impero universale come garanzia di pace

11/10/2013

dante-alighieriClassici Esce la «Monarchia» nella edizione commentata delle opere pubblicata da Salerno.

Luciano Canfora            Corriere della Sera 7 ottobre

La Monarchia, che non è solo la più compiuta delle opere dottrinali di Dante, ma anche la più moderna, fu messa dallaChiesa all’Indice dei libri proibiti, nel primo «indice» elaborato dal Sant’Uffizio nel 1559. La ragione di ciò è molto semplice: ad una lettura disincantata appare evidente che il grande poeta cristiano del Medioevo, che aveva messo la teologia in poesia allo stesso modo in cui Lucrezio aveva messo in poesia la fisica epicurea, si schierava col suo trattato politico contro  l’ingerenza della Chiesa nei confronti del potere laico e proclamava la totale uguaglianza e parità delle due autorità.
Pur consapevoli del rischio di frettolosi cortocircuiti, possiamo ben collocare quel trattato al vertice di una nobile, ma non folta tradizione rappresentata emblematicamente dalla formula cavouriana «libera Chiesa in libero Stato».

Quel celebre e davvero memorabile discorso parlamentare di Cavour, malvisto dal sanfedismo del tempo suo, era in realtà sommamente rispettoso della dignità e della libertà della Chiesa. È storia nota come la Chiesa abbia impiegato moltissimo tempo a comprendere questo e a prenderne atto e ad agire di conseguenza: agevolata in ciò dalla definitiva perdita del potere temporale, ma rallentata in tale processo dal diverso e spesso altalenante orientamento dei pontefici volta a volta regnanti. I quali in  quanto sovrani assoluti e depositari perciò di poteri vastissimi possono imprimere rapide e radicali inversioni di rotta. Come vediamo ancora oggi.
Resta il fatto che il cuore di Dante batte per l’impero (si passi l’espressione metaforica). Nel primo libro di questo trattato sulla monarchia, Dante dimostra che la monarchia universale è necessaria al benessere terreno in quanto permette, tramite la pace universale che ne è il portato, il fine supremo: l’attuazione e il pieno dispiegamento dell’intelletto in ambito speculativo e in ambito pratico. Nel secondo libro rivendica, come già nel Convivio, al popolo romano il diritto all’impero. Nel terzo affronta il tema più delicato: la monarchia universale trae il suo diritto e la sua legittimità direttamente da Dio, non attraverso la mediazione papale, non ha cioè bisogno del «Vicario». E la nota ancora più audace, che dà il tono e il senso all’intero trattato, consiste nel proclamare che il fine naturale dell’uomo cioè la perfetta moralità sorretta dalla filosofia è autonomo rispetto al fine soprannaturale che a sua volta consiste nella felicità eterna, verso cui l’uomo è guidato dalla «rivelazione». Come l’impero è autonomo dalla Chiesa, così la ragione lo è rispetto alla fede.
Questo impianto spiega bene perché a Giustiniano, cioè all’imperatore cesaropapista per eccellenza, venga riservato un posto di così grande spicco nel Paradiso di Dante e a lui tocchi di tessere l’esaltante elogio di Giulio Cesare. Elogio che stride con il privilegiato trattamento ammirativo riservato al nemico implacato di Cesare, cioè Catone Uticense, quale guardiano del Purgatorio.
Ma soprattutto non sfuggirà la forte carica utopica che è racchiusa in tutto il trattato: l’idea di una pace universale conseguente all’unico governo universale. Tale governo però viene concepito non già come sostitutivo dei molteplici poteri statali e comunali già esistenti, ma è sovraordinato ad essi. Non si tratta di «un governo di tutti i popoli fusi in un solo Stato, ma di una suprema giurisdizione, fatti salvi gli Stati particolari con proprie leggi e propri governi» (Luigi Russo).
Non è chi non veda in tale concezione l’utopia anticipatrice di una istanza che sempre fu viva, e che al tempo nostro è antidoto indispensabile all’arroganza di singole potenze inclini ad attribuirsi unilateralmente il ruolo dì gendarmi del mondo.

Pubblicato in: Rassegna stampaTag: mondo
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