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L’Italia, Paese mobile

08/02/2018

Luigi Mascilli Migliorini    Sole 24 ore 16 gennaio

Per concludere le più di ottocento pagine di questa inconsueta, sorprendente, Storia mondiale dell’Italia, è difficile pensare ad un’immagine più convincente di Lampedusa. Prima ancora che il curatore, Andrea Giardina, te ne spieghi le ragioni, ti racconti la casualità felice di una voce – Lampedusa appunto – che finisce col chiudere, senza che nessuno l’avesse previsto all’inizio, la cascata di ben 170 lemmi capaci di trasportarci dai ghiacciai di un tempo incerto collocato a cinquemila anni di distanza da noi fino al Mediterraneo infuocato e non meno incerto dei nostri giorni, tu l’hai già vista. Hai visto quel roccione, buono per far posare gabbiani o arrampicare conigli, diventato oggi matassa di esistenze umane. Hai visto quel punto sconosciuto che è già solo mare, diventare poco a poco, terra italiana, la più celebre e discussa ormai, terra italiana, la porta-frontiera della quale né tu, né i libri di storia avreste mai immaginato di dovervi accorgere.

E invece è così, e tutta l’opera, nella inevitabile varietà di apporti ma nella omogeneità sostanziale dell’intera composizione, aiuta a fartelo capire. Non sono ragioni debitrici dell’attualità più stretta (che in una storia di cinquemila anni rischierebbero anch’esse il destino futuro se non postumo dell’effimero) e neppure le ragioni di una “internazionalizzazione” (parola must di questi tempi) nella quale sembra oggi consigliabile immergere qualsiasi oggetto storico. Il fatto è, spiega Andrea Giardina nell’Introduzione, che nel movimento continuo, nelle trasformazioni continue che noi chiamiamo storia, occorre sempre cercare di comprendere che cosa, in un determinato momento, sta parlando – anche giustamente – solo o soprattutto con se stesso, e che cosa, invece, parla con l’altro, ed è da esso ascoltato. Che cosa è, nella storia, un necessario soliloquio e che cosa è un non meno necessario dialogo. Non solo, ma come è inevitabile per tutte le vicende e i soggetti della storia, l’Italia è un attore troppo ricco e sfaccettato, troppo plurale, per credere che le sue capacità di dialogo e di ascolto si limitino, volta a volta, ad una sola tonalità del discorso. È vero: come c’è un’Italia che è nel mondo attraverso la povertà che si raccoglie a Lampedusa, c’è un’Italia che più a nord rivolge le sue parole al cuore di un’Europa ricca, con la quale scambiare merci piuttosto che corpi. Così come (questa volta l’esempio è mio) l’Italia del miracolo economico interessava il mondo con le sue automobili, il suo cinema, ma nel mondo ci stava anche con i lavoratori che negli stessi anni si muovevano, come formiche, lungo un sentiero che dal Sud profondo li faceva arrivare, passando da Milano, fino ad Amburgo o a Stoccolma.

Senza giudizi di valore, né in un senso né nell’altro, perché questa è semplicemente la storia, o, più da vicino, la storia di uno spazio (dalle Alpi alla Sicilia dicevano i nostri padri con passioni ancora risorgimentali) e dei suoi abitanti, che talvolta è stato il centro del potere e della civiltà mondiale (di quel mondo che si poteva allora, ovviamente, ritenere tale) e talvolta è stata sorpresa “au coin du monde”, nell’angolo del mondo, come ricorda Giardina a proposito di un celebre giudizio di Montesquieu. È l’Italia, insomma, da cui lo storico francese Edgar Quinet, parlando delle “rivoluzioni” che avevano reso nei secoli la storia della penisola tutt’altro che monotona o anonima, esortava a prendere lezioni non solo e non tanto per il suo passato glorioso, ma per il suo passato doloroso, per le sofferenze che non le vittorie, ma le sconfitte avevano costruito la sua grandezza esemplare.

Sensibili, quindi, in questa prospettiva, le differenze che si stabiliscono con l’Histoire mondiale de la France diretta da Patrick Boucheron, a cui quest’opera dichiaratamente si ispira. Nell’impianto critico generale, nella discussione assai vivace che in Francia ha accompagnato la sua uscita nei primi mesi del 2017, quell’opera poneva la questione della presenza francese nel mondo in termini che riflettevano ambizioni passate, disillusioni presenti, angosce future, che non appartengono in nessun tratto alla storia italiana o, per essere più esatti, al modo in cui in Italia ci si può, legittimamente, interrogare su quale sia stata e sia, la natura e la forza della propria “mondialità”. A partire dalla considerazione, banale ma solo fino a un certo punto, di una Francia che si racconta come tale (cioè politicamente e territorialmente definita) lungo un arco di tempo che per l’Italia si riduce a un secolo e mezzo, obbligando quest’ultima, a un più vasto, e necessario ricorso ad una accezione plurale del proprio nome e, soprattutto, ad un intervento più perentorio dei suoi abitanti, gli Italiani, sulla scena. Così come, all’opposto, la cronologia italiana si dilata facendo spazio a quel mondo Antico, l’Universo Roma è chiamato in queste pagine, che per il suo peso specifico e per l’estensione praticamente illimitata della sua eredità, è una componente fondamentale dell’Italia “mondiale”.

Se non sono, certo, le domande francesi a intrufolarsi nelle risposte italiane, non lo sono nemmeno, e fortunatamente, alcune questioni-tipo del nostro consueto dibattito pubblico. Non ha cittadinanza in queste pagine il tema della identità, sostituito, quando sembra affiorare, da problematizzazioni assai più complesse intorno a radici, eredità, patrimonio. Non circola neppure, a mio avviso, anche se Andrea Giardina lo rivendica come uno dei principali protagonisti del libro, il tema del carattere degli italiani. Cioè non circola nelle forme rigide, teleologiche, con le quali siamo abituati a maneggiare o a subire questo argomento.

Esso aderisce, piuttosto, a quell’idea di storia mobile, “stravagante” perfino, rubando al volo una felicissima espressione di Giardina, che è il vero motore di tutta l’opera e che la rende una occasione conoscitiva e metodologica, innovativa e preziosa, direi, anche al di là del suo stesso oggetto. I cui termini, infatti, il curatore riassume in questo modo: «Una storia mondiale dell’Italia concepita per i nostri tempi non dovrebbe avere altra caratteristica che l’instabilità di chi guarda, che può volgersi in modalità di lettura: il lettore potrà infatti cominciare a suo piacimento dalle prime pagine, dalle ultime, oppure da un punto qualsiasi, cogliendo connessioni o lasciandosi semplicemente attrarre dal piacere della scoperta, annunciato magari da un titolo invitante».

«Storia mondiale dell’Italia», a cura di Andrea Giardina, con la collaborazione di Emmanuel Betta, Maria Pia Donato, Amedeo Feniello, Laterza, Bari-Roma, pagg. XXX-848, € 30

Pubblicato in: TribunaTag: mondo
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