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L’ITALIA DEI PRIMI ITALIANI.  Ritratto di una Nazione appena nata

06/01/2026

Castello Visconteo Piazza Martiri della Libertà 3 Novara

1/11/2025 – 6/04/2026

Demetrio Cosola Il dettato 1891

Nel coinvolgente percorso di questa nuova rassegna sull’Ottocento prodotta da Mets Percorsi d’Arte risalta, assumendo un valore emblematico rispetto all’impegnativo tema cui è dedicata la mostra, un grande dipinto conservato alla Galleria d’Arte Moderna di Torino, singolare per il formato – tutto in verticale – e per la tecnica a pastello. L’autore, il piemontese Demetrio Cosola, uno di quei minori di cui con gli studi si sta giustamente riscoprendo qualità e importanza storica, celebra – siamo nel 1891 – una delle grandi conquiste dell’Italia unita, l’istruzione obbligatoria realizzata per contrastare l’analfabetismo molto diffuso particolarmente nel Sud e tra le donne. La scena, che sembra ispirata a una pagina di Cuore, il popolare romanzo per ragazzi di De Amicis – peraltro amico del pittore – considerato tra le letture formative in quegli anni di conquista dell’identità nazionale, è ambientata in un’aula scolastica dove una classe di bambine, riprese dall’alto e sedute tutte in fila in un lungo banco comune, appare intenta nell’esercizio del dettato. La maestra sta in piedi davanti a una grande carta geografica della penisola che occupa tutta la parete. L’Italia è ormai fatta: le nuove istituzioni e i protagonisti della cultura sono ancora impegnati a fare, come aveva auspicato il vecchio d’Azeglio, gli italiani.

Nell’impresa di costruire un’identità nazionale anche gli artisti, di diversa provenienza regionale e formazione, hanno avuto un ruolo decisivo e questa mostra, ideata e curata da Elisabetta Chiodini, ha affrontato l’impegnativo e affascinante tema di come la pittura, tra l’unità e la Prima guerra mondiale, ha cercato di costruire, non senza contraddizioni, l’immagine della nuova Italia esplorata non solo nella sua diversità paesaggistica ma anche antropologica e sociale.

Un eloquente prologo affidato a un dipinto commovente L’esule che dall’Alpe guarda l’Italia, eseguito nel 1850 dall’accademico Stefano Ussi, introduce le sette sezioni a partire da quella, la più nutrita, relativa al variegato territorio di una nazione ancora prevalentemente rurale. Vediamo una serie di paesaggi in cui domina la rappresentazione , del resto frequente anche in letteratura se si pensa a Fucini o a Verga, della vita dei campi in bilico tra l’idillio arcadico e agreste e la pittura di denuncia di una condizione spesso drammatica come negli strazianti capolavori di De Nittis, ambientati nella desolata campagna del Meridione, di Arnaldo Ferraguti in cui un vecchio contadino di ritorno dai campi curvo con la falce sulle spalle ricorda la morte; o la ripresa dall’alto delle sagome delle mondine curve, con le gambe affondate nell’acqua e il volto che non si vede, nello straordinario Le risaiole di Morbelli.

A questa natura, ostile e spesso innevata del Nord segue nella seconda sezione dedicata a “Lo sviluppo costiero della penisola e le attività delle regioni marittime” una serie di vedute, a partire da quella commovente di Caprera l’isola rifugio di Garibaldi, dove i pittori delle diverse scuole, dai Macchiaioli come Cabianca e Fattori ai meridionali Michetti e Lojacono esaltano l’incanto luminoso del paesaggio mediterraneo già celebrato dal Grand Tour e la dura condizione dei pescatori come i bambini intenti nella Scelta delle moeche, gli squisiti granchi in muta destinati alle tavole dei ricchi, nel monumentale dipinto di Leonardo Bazzaro, davvero insolito e sorprendente per le dimensioni in cui è stato trattato un soggetto del genere. Questa scena cruda è ambientata nella Laguna di Venezia che compare nella sua bellezza idilliaca e nostalgica in tante vedute del tempo. I poveri pescatorelli veneziani, così diversi da quelli napoletani, se ne stanno mezzi nudi in ginocchio – i piedi sporchi in primo piano – con la testa infilata nelle nasse abbrutiti dal duro lavoro.

Questo tema di un’infanzia dolente e tradita, che ritroviamo anche in letteratura dal già citato De Amicis ai carusi siciliani impegnati nelle zolfatare di Verga e Pirandello, appare dominante nell’ ultima sezione intitolata “Tempi moderni. La vita nelle metropoli”. Qui emergono, in contrasto con la dignità della pur dolente Italia rurale, le contraddizioni e la desolazione della vita della città industrializzata Milano dove Emilio Longoni ritrae sola e smarrita, La piscinina, una bambina, sfruttata in una sartoria, che con le “scarpe ferite e stanche” e gli occhi che “colmano l’anima nostra di pietà e di sdegno” attraversa la Galleria Vittorio Emanuele per consegnare un’enorme cappelliera, più grande di lei. Alla serena luminosità della stanza, dove le giovani Stiratrici di Carlo Cressini sembrano intente in una danza, si oppone la desolata solitudine di un interno spoglio, quello del refettorio del Pio Albero Trivulzio. In Entremets. Mi ricordo quand’ ero fanciulla di Morbelli, uno dei capolavori del celebre ciclo Il poema della vecchiaia, una delle ricoverate, ispirata dal sapore di un dolce – cioè, un entremet – si commuove nel ricordo della sua giovinezza. Le altre vecchine, sedute tutte in fila, lungo un lungo tavolo sono presenze anonime e dolenti.

Come quelle dei poveri che affollano il monumentale Alle Cucine economiche di Porta Nuova di Attilio Pusterla. Il pittore, in una sintesi potente che coglie solo i tratti essenziali, offre una visione assolutamente spersonalizzata e priva di ogni condivisione sentimentale di un’umanità disperata, sottolineandone l’estraneità rispetto al sogno risorgimentale per cui l’affermazione dell’Italia unita potesse tradursi in una società più giusta dalla quale gli ultimi non venissero esclusi.

Fernando Mazzocca Il Sole 24 Ore 4 gennaio 2024

Emilio Longoni La piscinina 1891

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