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Le buone ragioni per istituire un vero ministero della cultura

30/01/2013

Roberto Esposito

Ernesto Galli Della Loggia

immagine_cortlie_palazzo_cultura-1024x680L’Italia è uno dei pochi Paesi d’Europa che non ha un Ministero della Cultura: noi ne proponiamo l’istituzione. Lo facciamo conoscendo bene, naturalmente, i motivi che fin qui l’hanno sconsigliato. Ma ci sembra che assai più importanti siano le ragioni che militano a suo favore. Una, prima di ogni altra. La crisi in cui è entrata l’Italia con l’inizio del XXI secolo non è (o non è solo) una crisi economica, politica, istituzionale, e quindi sociale. E’ prima di tutto una crisi d’identità, e cioè in definitiva una crisi culturale. E’ innanzi tutto venuto meno, infatti, quel fattore costitutivo di ogni identità personale e collettiva che é la consapevolezza di ciò che lega e, legando, tiene insieme cose differenti: nel nostro caso il legame, da un lato, tra il passato e il futuro possibile della nostra vicenda nazionale, e dall’altro quello tra le varie parti e le diverse, talora diversissime, vocazioni che storicamente hanno composto in un tutto unico tale vicenda.

Da tempo  viviamo l’aspra congiuntura presente senza alcuna idea di fondo che possa conciliare le varie e drammatiche esigenze dell’oggi in una prospettiva d’insieme della storia nazionale. Anche perché abbiamo smarrito la consapevolezza della peculiarità di tale storia – una peculiarità altamente problematica, certo, ma pregna di inestimabili risorse intellettuali e pratiche. In un senso profondo non sappiamo più da dove veniamo e che cosa siamo. E perciò neppure dove dirigere il nostro cammino: l’arresto della crescita economica è anche questa paralisi della coscienza nazionale.

Si potrebbe obiettare che questo discorso era vero quando gli Stati nazionali erano organismi più o meno autosufficienti e dotati di pieni poteri sovrani. Non oggi, quando da un lato la globalizzazione, dall’altro l’Unione Europea nonostante i suoi limiti, sottrae ai governi dei singoli Paesi sempre più competenze. Non siamo d’accordo. In realtà, proprio perché è così, e tanto più per chi considera inevitabile e positiva questa cessione di sovranità all’Europa, la definizione di un’idea del Paese appare sempre più necessaria. L’Europa non può voler dire il supino convergere di Stati, Popoli e Nazioni in una sterile indeterminatezza. Al contrario, il processo d’integrazione ha un senso e un futuro solo se sarà capace di valorizzare le differenze culturali dei vari Paesi, se non apparirà un loro nemico. Il futuro dell’Europa sta proprio nella composizione tra la massima, reciproca compatibilità economica nonché istituzionale e la capacità di tener vive le diversità, a cominciare da quelle linguistiche.

E’ innanzi tutto a questo gigantesco insieme di problemi  che noi vediamo sovrintendere un Ministero della Cultura. Ma non solo. C’é forse qualcosa di ancora più importante. Si tratta della necessità di aprire una fase interamente nuova nella vita del Paese. Di creare una frattura con quanto d’insensato, di confuso, di meschino ha occupato negli ultimi decenni la scena italiana stravolgendola e spesso ferendola a morte. Abbiamo fatto scomparire luoghi e paesaggi unici al mondo, cadere in rovina siti archeologici e monumenti illustri, lasciato in abbandono biblioteche preziose. Ma non ci siamo accorti che, così facendo, inaridivamo anche la fonte di quella umile e insieme alta creatività per cui l’Italia va famosa, e che si manifesta nella sua grande tradizione artigiana, nell’eccellenza di tanta sua produzione agricola, nell’inventiva ingegnosa di tante sue industrie di ogni tipo. Ma questa creatività, questa produzione di cose materiali, lo ripetiamo, non nasce dal nulla. Discende per mille tramiti da un articolatissimo substrato di gusto, di sensibilità, di idee. Nasce dalla cultura.

La cultura italiana, presa nel suo insieme e sull’arco lunghissimo che va da Roma fino ad alcuni segmenti del Novecento, mantiene una qualità, una forza, una ricchezza che non è facile trovare altrove, e che a tratti affiora nell’interesse internazionale. Dove, più che in Italia, è stata pensata la storia come ciò che mantiene in rapporto e in tensione passato e presente, origine e attualità, conservazione e innovazione – dove altro i termini stessi di ‘Rinascimento’ e di ‘Risorgimento’ danno il senso di questa dialettica? Dove, più o prima che da noi, ci si è interrogati sul significato specifico di una politica non coincidente con la dimensione statale perché capace di contemperare ordine e conflitto senza sacrificare l’uno all’altro? E dove, se non nella nostra cultura, sempre in transito tra l’Italia e il mondo, è stata altrettanto vivace la dialettica tra identità e differenza, proprio ed estraneo, territorio e sconfinamento? Solo appropriandoci nuovamente di questo patrimonio, solo ripensandolo e rianimandolo di propositi nuovi, sarà possibile riprendere il cammino uscendo dalla paralisi odierna. Sarà possibile rimettere al centro dell’attenzione il significato e il destino della nostra vita collettiva. Aprirci al futuro. E’ precisamente ciò che noi crediamo dovrebbe spingere a fare un Ministero della Cultura: aiutare il Paese a pronunciare una parola alta e consapevole sulla sua storia passata e recente, aiutarlo a far udire questa voce fuori dei suoi confini e a ridefinire quello che può essere il ruolo dell’Italia in Europa: un ruolo prima che politico e istituzionale, ideale e umano. Il ruolo della cultura, appunto.

Conosciamo bene, naturalmente, i due principali motivi che hanno finora impedito l’esistenza di un tale Ministero: e cioé il ricordo del Minculpop fascista da un lato, e il timore di una cultura di Stato (che poi nel nostro caso diverrebbe inevitabilmente una cultura di partito) dall’altro. Erano motivi validi 50, forse 30 anni fa: ma per quanto tempo e in quanti campi ancora dovremo stare fermi, per paura di muoverci? Chi ha una ragionevole fiducia nella democrazia italiana e nelle sue istituzioni, e nella pur confusa ma alla fine perspicua intelligenze delle cose dei suoi cittadini, non deve restare prigioniero inerte del passato: deve avere il coraggio – concludono – di aprire già oggi una nuova fase nella storia del Paese”.

Pubblicato in: TribunaTag: mondo
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