
È l’immagine famosa, riprodotta infinite volte, che ha fatto da sfondo al discorso del presidente della Repubblica Sergio Mattarella la sera del 31 dicembre. Un simbolo della svolta che il Paese conobbe ottant’anni, quando venne decisa direttamente dai cittadini la forma dello Stato e fu eletta l’assemblea incaricata di scrivere e approvare la Costituzione.
A rappresentare la nuova era aperta dal suffragio popolare è da allora un radioso viso femminile, immortalato dal fotografo Federico Patellani e pubblicato per la prima volta sulla copertina del settimanale illustrato Tempo nel numero del 15 giugno 1946. Quel sorriso apparteneva ad Anna Iberti, impiegata ventiquattrenne del quotidiano socialista Avanti. Fu ritratta sul tetto del Palazzo dei giornali in piazza Cavour a Milano, che in precedenza era stato la sede del mussoliniano Popolo d’Italia.
L’immagine di una ragazza come icona della Repubblica richiamava anche il fatto che l’appuntamento del 2 giugno aveva visto le donne recarsi alle urne per la prima volta in Italia su scala nazionale (alcune poco prima avevano votato per gli enti locali): un grande traguardo di civiltà.
Anche la scelta della prima pagina del Corriere era emblematica. Il quotidiano di via Solferino aveva compiuto allora da poco settant’anni (ora si avvicina il centocinquantesimo compleanno) e rimaneva l’organo di stampa più autorevole, anche se aveva dovuto scontare, come tutte le altre testate, una lunga fase di asservimento forzato alla dittatura. Dopo la Liberazione il direttore era divenuto Mario Borsa, nato nel 1870 a Somaglia nella Bassa lombarda: un giornalista di sperimentata esperienza internazionale che però al Corriere aveva lavorato in precedenza per poco tempo. Solo nel 1923 aveva abbandonato Il Secolo — altro quotidiano milanese finito in quella fase sotto l’influenza fascista — per passare al giornale più diffuso. Poi nel novembre 1925 Benito Mussolini aveva ottenuto l’estromissione da Via Solferino di Luigi Albertini, reo di essersi opposto con forza all’instaurazione del regime, e anche Borsa aveva coraggiosamente abbandonato il Corriere, dopo aver pubblicato lo stesso anno un libro intitolato La libertà di stampa.
Poi, durante il Ventennio, il futuro direttore non si era compromesso con il potere. Corrispondente dall’Italia del Times di Londra, Borsa era visto con sospetto dalle autorità fasciste. Dedito alla scrittura di saggi storiografici, era stato arrestato un paio di volte e inviato al confino in Abruzzo durante la guerra. Nella campagna referendaria schierò nettamente il Corriere sul fronte repubblicano, nella consapevolezza di quanto l’ignavia del re Vittorio Emanuele III e i limiti strutturali dello Statuto albertino, una costituzione elargita dal re di Sardegna Carlo Alberto nel 1848, avessero pesato nel favorire il soffocamento della libertà. Quando la sconfitta della monarchia divenne inequivocabile con un distacco di due milioni di voti, dopo una fase iniziale d’incertezza, il giornale uscì il 6 giugno 1946 con quel titolo squillante, «È nata la Repubblica italiana», che segnava una pietra miliare della nostra storia.
Antonio Carioti Corriere della Sera 2 gennaio 2026



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