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La Festa del Primo Maggio: il lavoro come diritto, ma anche come dovere!

01/05/2017

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società

Art.4 della Costituzione  della Repubblica italiana

Nel 1886, il 1 maggio, una grande manifestazione operaia svoltasi a Chicago, era stata repressa nel sangue.  

Il 20 luglio 1889 a Parigi al congresso della Seconda Internazionale si decide pertanto che ogni anno saranno organizzate manifestazioni per il Primo Maggio, in modo che simultaneamente in tutti i paesi e in tutte le città, nello stesso giorno, i lavoratori chiederanno alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore e di mandare ad effetto le altre risoluzioni approvate dal Congresso di Parigi. Nasce così la Festa del Lavoro, come festa internazionale, con manifestazioni e spettacoli in tutte le città e paesi del mondo.

Nella società attuale, postindustriale, con il mercato del lavoro e delle merci globale, la condizione dei lavoratori, delle professioni, dei servizi e delle fabbriche, è radicalmente cambiata rispetto a quella del secolo scorso: in Italia per esempio ci sono maggiori tutele politiche e sindacali per i diritti dei lavoratori come viene tra l’altro sancito dagli articoli della Costituzione repubblicana.

Se pure viene maggiormente riconosciuta la dignità del lavoro, oggi in Italia più che in altri paesi permangono pur tuttavia gravi problemi nell’ambito dell’occupazione, particolarmente quella dei giovani (in Italia il tasso di disoccupazione giovanile è arrivato al 38%, mentre in Europa mediamente è al 22%).

Per far fronte a questa emergenza sociale da tempo in Italia si discute della possibilità di distribuire un reddito di cittadinanza a tutti i cittadini e residenti, indipendentemente dall’attività lavorativa effettuata, dalla  nazionalità, dal sesso, dal credo religioso e dalla posizione sociale, un reddito erogato per tutta la vita, sulla base di quello che propose il filosofo, economista,e giurista belga Philippe Van Parijs nel suo saggio del 2006 Il reddito minimo universale, definendo appunto il reddito di cittadinanza …un reddito versato da una comunità politica a tutti i suoi membri su base individuale senza controllo delle risorse né esigenza di contropartite…

Proposta suggestiva e apparentemente risolutiva della questione occupazionale, se non suscitasse qualche dubbio non solo sul piano economico ( il reperimento delle risorse per finanziarlo in un Paese dal gravoso debito pubblico come l’Italia), ma soprattutto sul piano etico-culturale.

Infatti l’unica condizione personale richiesta per essere titolati a ricevere il reddito di base è la cittadinanza (o la residenza). La mancata accettazione di un lavoro, quando offerto, non è da considerarsi quindi ragione sufficiente per decadere dal beneficio. Verrebbe meno quindi il lavoro, come diritto ma anche dovere, come valore fondante della formazione alla cittadinanza!

Questo infatti è il forte significato dell’Articolo 4 della nostra Costituzione, che riprende, ampliandolo, quello che l’Articolo 1 sancisce essere il fondamento della nostra Repubblica.

Assegna al lavoro il duplice ruolo di diritto e dovere, intesi non in senso strettamente giuridico, ma rispettivamente come un fine cui lo Stato deve tendere ed un dovere morale cui ciascun individuo, cittadino o meno, dovrebbe adempiere, nel rispetto della libertà della persona. Il riconoscimento del lavoro come uno dei principi fondanti della Repubblica, rimanda alla funzione che il lavoro svolge nella società, come mezzo di produzione di ricchezza materiale e morale per la persona, non come merce necessaria alla massimizzazione dei profitti, non come mero fattore di produzione, ma come realizzazione dell’individuo e delle sue aspirazioni materiali e spirituali, e quindi della società tutta.

Gli antichi quando ricordavano che l’ozio è il padre dei vizi, non erano certo dei bacchettoni moralisti e reazionari, erano semplicemente consapevoli di quanto un attività lavorativa, ben svolta fosse alle base di una sicura identità sociale e civile.

Un buon lavoratore è anche un buon cittadino, al servizio di se stesso e della società in cui vive ed opera!

Sergio Casprini

Pubblicato in: EditorialeTag: mondo
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