
Prometeo porta il fuoco all’umanità Heinrich Fueger 1817
| «Giove irritato, tuonò: “Il temerario che ha donato agli uomini il fuoco deve essere punito.” E ordinò a Vulcano di apprestare egli stesso catene enormi ed anelli di bronzo per incatenare Prometeo a una roccia. Ma Vulcano non aveva previsto tutto il supplizio immane che attendeva il donatore di fuoco. Ogni mattina, un’aquila gigantesca calava dalle cime nevose, si accostava al corpo del gigante, gli squarciava il torace e si cibava del suo fegato sanguinante. Quando tornava la notte, il fegato, miracolosamente, rinasceva». Teogonia di Esiodo |
La pena atroce a cui viene condannato Prometeo da Zeus per aver rubato il fuoco e averne fatto dono agli uomini è una potente metafora della ribellione e della faticosa e spesso dolorosa lotta degli uomini contro i limiti imposti dagli dèi (o dalla natura che dir si voglia). Prometeo incarna così la ragione, il coraggio, l’ingegno e la capacità di creare civiltà (scrittura, medicina, metallurgia) grazie al fuoco, simbolo di tecnica e di conoscenza. Ma Prometeo può essere visto anche come personificazione della hybris, la tracotanza, l’accecamento che spinge a non riconoscere i propri limiti e quelli della ragione. Un rischio sempre in agguato, che può portare il progresso scientifico e tecnico a trascurare le sue possibili conseguenze pericolose. Un problema etico che nel corso dei secoli è giunto fino ai nostri giorni.
Oggi ha una forte risonanza mediatica una tra le più innovative realizzazioni degli ultimi decenni, quella dell’Intelligenza Artificiale, la capacità di una macchina di simulare l’intelligenza umana, imparando, ragionando, pianificando e risolvendo problemi in modo autonomo dopo avere accumulato grandi quantità di dati. Questo porta anche, inevitabilmente, alla sostituzione delle persone in molte attività, un fatto di fronte ai cui sviluppi le rassicurazioni degli esperti suonano spesso troppo ottimistiche.
Coloro che ne furono i fondatori e ne costruirono le premesse scientifiche, cioè Alan Turing, matematico e logico britannico, che già negli anni ’40 e ’50 del Novecento aveva proposto il concetto di macchina pensante, e l’Informatico statunitense John McCarthy, che coniò il termine “Intelligenza Artificiale”, a differenza di Prometeo non subirono pene esemplari per aver disobbedito alle leggi divine o naturali.
Anzi, l’Intelligenza Artificiale viene spesso mitizzata per le sue potenzialità nella storia del progresso umano, ma quando l’uomo va oltre le Colonne d’Ercole della conoscenza umana si pone ancora oggi come nel passato il dilemma etico tra il progresso scientifico e i suoi possibili esiti negativi. E se c’è chi ne mette in rilievo i benefici e le potenzialità nel campo delle imprese, dei servizi, della sanità, della amministrazione pubblica e ne coglie anche il valore nella produzione letteraria e artistica (come “Il Foglio”, che pubblica ogni martedì una pagina tutta scritta con l’IA), non manca però chi sottolinea i rischi e i limiti del suo uso.
Per restare solo nel campo delle imprese, nel libro Come l’intelligenza artificiale cambierà la tua vita il manager e consulente aziendale Patrick Dixon fa un esercizio di previsione sull’impatto della IA soprattutto nel mondo del lavoro. È evidente che gran parte dei compiti che prevedono l’uso del linguaggio, delle immgini e dei suoni sarà sostituita dalla IA. Sembra che l’effetto sostituzione sarà massiccio per i consulenti legali, i commercialisti, i designer, i creativi nel campo visuale e sonoro, gli esperti di marketing e gli stessi esperti di software e programmi di intelligenza artificiale (chi è causa del suo mal pianga sé stesso…).
Nel dibattito attuale tra “apocalittici e integrati” il filosofo Maurizio Ferraris vede l’Intelligenza Artificiale come uno strumento potente, un’estensione dell’intelligenza umana, ma fondamentalmente privo di vita, di volontà e di coscienza propria, distinguendosi radicalmente dall’intelligenza naturale incarnata in un corpo con bisogni ed emozioni. Pur riconoscendone l’enorme potenziale per diffondere informazioni (anche false), sottolinea che il vero rischio non è la macchina che prende il potere, ma l’uso che ne fanno gli uomini, sottolineando la necessità di un approccio equilibrato e responsabile nell’uso di queste tecnologie.
Del resto, se vogliamo fare previsioni per il prossimo anno e auspicare una pace giusta nelle terre martoriate dalla guerra in Ucraina e in Medio Oriente, non dovremmo certo affidarci né al Venditore di almanacchi di Leopardi e tantomeno all’Intelligenza Artificiale, ma all’intelligenza umana delle classi dirigenti dei paesi democratici, delle loro intuizioni e della loro capacità di interloquire con i loro interlocutori politici.
Infatti, per oggi e per l’avvenire, una vera leadership democratica in ambito economico, sociale e politico deve essere dotata di spessore culturale, di capacità dialogo e di comprensione emozionale che (forse per buona sorte) gli algoritmi dell’intelligenza artificiale non sono in grado di sviluppare.
Sergio Casprini



La locomotiva nello stemma di Palazzo Fenzi-Marucelli a Firenze