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Il Cubo Nero nel cielo di Firenze

01/09/2025

 Concinnitas: armonia dello stile o del discorso, che risulta da una conveniente disposizione delle parole e dei suoni e ha insieme eleganza e semplicità» (Vocabolario on line Treccani). In origine il termine si riferiva alla scrittura, ma fu poi esteso all’architettura da Cicerone e da Leon Battista Alberti con il significato più ampio di armonia e proporzione. 

Il vocabolo concinnitas e il suo significato di armonia e proporzione in architettura fanno pensare all’ attuale vicenda del «cubo nero» sull’ex teatro Comunale di Firenze, che svetta in area Unesco, ben visibile dall’Oltrarno e da Ponte Vecchio, con conseguente modifica dello skyline cittadino. Ovviamente tutto ciò ha avuto un forte risalto mediatico e ha provocato reazioni negative da parte dei cittadini come dimostra un sondaggio della “Nazione”, in cui l’80% dei fiorentini ne chiede la demolizione. È nata quindi una battaglia politica e culturale su un edificio che sembra non aver padri né responsabili della sua realizzazione, così incongrua rispetto al contesto, ma anche alle vicine vetrate celesti sopra la facciata dell’ex Teatro Comunale.

L’ex Comunale era stato venduto dal Comune alla Cassa Depositi e Prestiti, che a sua volta nel 2002 l’ha ceduto per 23 milioni di euro alla join venture immobiliare tra Blue Noble e Hines, che hanno affidato poi  la revisione di un precedente progetto alla Vittorio Grassi Architects. Questi progettisti stanno portando a termine il progetto originario, di trasformazione dell’ex -teatro in una struttura residenziale (156 appartamenti di lusso) e commerciale con tre torri e con la realizzazione di una piazza centrale; del vecchio edificio resta solo la bella facciata novecentesca del teatro dell’architetto Fagnoni, perché vincolata da subito dalla Sovrintendenza.

La stessa Sovrintendenza non ha poi detto nulla in merito alle caratteristiche del fabbricato: né sull’altezza dell’edificio, che emerge nettamente rispetto agli edifici vicini, alterando lo skyline e oscurando la vista sulla città e sulle colline, né sui colori e i materiali da utilizzare, che risultano infatti diversi rispetto a quelli mostrati nei progetti iniziali. Oltre al contrasto cromatico fra bianco e nero, l’uso del metallo si discosta nettamente dall’estetica della Firenze rinascimentale e dall’armonia architettonica del quartiere ottocentesco in cui sorge.

L’architetto Poggi con il suo piano per Firenze Capitale ridefinì in termini moderni – al pari di Vienna, Parigi e Londra – la forma urbana della città, con la sistemazione dell’area delle Cascine e di Porta a Prato, la creazione di nuovi quartieri come quello del Maglio attorno a piazza San Marco e quello della Mattonaia attorno a piazza D’Azeglio e la realizzazione di funzionali infrastrutture, quali i Lungarni e i viali di circonvallazione, sempre però nel rispetto delle regole architettoniche di Leon Battista Alberti fondate sui principi di accordo di linee e numeri e di composizione e armonia delle forme.  La concinnitas è stato il fil rouge che ha accompagnato la crescita urbana di Firenze dal Medioevo al Rinascimento fino a oggi; e ha guidato architetti di valore come Arnolfo Cambio, Filippo Brunelleschi e Giuseppe Poggi.

Qual è stata la posizione del Comune di Firenze a fronte di questo vulnus all’architettura fiorentina? Non avendo responsabilità dirette nella progettazione e avendo rispettato le norme previste dalla legge sulla compravendita di edifici pubblici, si è defilato dalla querelle in corso, con le dichiarazioni della sindaca Funaro, che rifiuta di dare giudizi estetici in quanto personali; l’unica cosa che conta è la regolarità delle pratiche. Avrebbe invece potuto chiedere un parere alla Commissione comunale per il Paesaggio per contrastare eventualmente con più forza contrattuale la realizzazione del cubo nero.

Va infine fatta chiarezza sulla vexata questio degli interessi dei privati, in questo caso degli immobiliaristi, che si impongono sempre sugli interessi del pubblico e dei cittadini. Lo sviluppo urbano, invece, nei secoli si è realizzato grazie a capitali privati e lo dimostra proprio il caso di Firenze. Non ci sarebbe stata la Firenze di Arnolfo senza i capitali dei Peruzzi e dei Bardi, non ci sarebbe stata la Firenze di Brunelleschi senza i capitali degli Strozzi e dei Medici: allora però il modello di sviluppo economico era al servizio sia dei mercanti che della comunità cittadina. Oggi invece il modello di sviluppo economico è sempre più piegato agli interessi dei turisti, siano “mordi e fuggi”, che d’élite, e non a caso assistiamo al proliferare di studentati di lusso, di alberghi a 5 o a 3 stelle, di paninerie e gelaterie.

Dario Nardella, sindaco di Firenze per dieci anni, fino al 2024, intervistato dalla Nazione ha dichiarato che: “Il progetto non mi piace per niente, in particolare per le scelte cromatiche e di materiali e il risultato finale è ancora peggio. Fosse stato per me non lo avrei approvato. Avrei preferito una delle opzioni del piano di recupero di Casamonti, quello sì approvato dalla mia giunta. Ma il punto è proprio questo: un sindaco non ha il potere di scegliere gli architetti o di stabilire l’estetica di un progetto“. Lo stesso Nardella però in piena emergenza Covid aveva dichiarato che, usciti dall’emergenza, la giunta comunale avrebbe colto l’occasione per pensare a un nuovo modello di città, privilegiando le questioni di decoro urbano e della sicurezza, evitando di essere subalterna agli interessi degli operatori del turismo, per ritrovare la sua storica identità economica, sociale culturale e le ragioni del suo fascino e successo nel mondo.

Oggi purtroppo ci ritroviamo, come prima, se non più di prima rispetto agli anni del Covid, con gli stessi problemi di sicurezza e di degrado urbano, con l’aggiunta di un «cubo nero» che stravolge la concinnitas tipica di Firenze.

Sergio Casprini

Il teatro Comunale di Firenze in Corso Italia nel 2002

Pubblicato in: Editoriale
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