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GARIBALDI, AGRONOMO ALL’AVANGUARDIA

15/03/2026

L’isola di Caprera

Agricoltori rivoluzionari. I diari indagati da Virman Cusenza riportano un eroe che, passati i fremiti bellici (ma senza dimenticarne le istanze) si ferma a Caprera, rivaluta il lavoro agricolo e coinvolge, con le sue tecniche, tutta la comunità

Quando nel 1853, navigando nei mari del sud e commerciando seta e guano, Giuseppe Garibaldi ha notizia dell’isola cilena Mas a Tierra e viene a sapere che è l’isola di Robinson Crusoe, si lascia andare a un progetto di cui farà partecipe Alexandre Dumas: “Robinson Crusoe era certamente l’uomo più felice del mondo. Se un giorno avrò diecimila lire, comprerò un’isola”. Il sogno si realizzerà nel 1855 quando da un lascito del fratello Felice arriveranno i soldi sufficienti. La scelta cade nel Mediterraneo e “l’isola ove passarvi alcuni mesi d’inverno, forse per abitarvi definitivamente” sarà Caprera. Aspra e spoglia, frequentata da pastori, non era persa nel mare e Garibaldi non era Crusoe. Il programma non era di costruirsi una capanna che difenda dal mondo esterno e neanche quello di intendersi con la natura selvaggia fino a trovare in essa il modello culturale. Garibaldi è infatti un agricoltore e lo raccontano i suoi diari agricoli, che Virman Cusenza legge con attenzione e ne scrive in “L’altro Garibaldi, i diari di Caprera”. Nell’isola sarda avvia una trasformazione territoriale che inizia nel 1855, si amplia negli anni successivi con l’acquisto dell’intera isola e termina solo con la morte nel 1882. È un’impresa agricola; si tratta di mettere insieme le potenzialità naturali con le conoscenze tecniche dell’agricoltore e le finalità produttive. Modificare gli equilibri ambientali non per sottometterli fino a negarli, come capita spesso con i sistemi agricoli industriali e intensivi, ma renderli complici di un processo che necessita, attraverso cultura, coltura e cura (sinonimi che provengono dal latino colere, coltivare), di affrontare la complessità degli agrosistemi e tragga le funzioni che l’agricoltore affida loro in termini di cibo, materie prime, energia. Tra umanità e natura, Garibaldi persegue un concetto di alleanza e non di dominio. È espressione di una biofilia che rispetta e coglie i vantaggi della diversità attraverso una consapevole affiliazione tra umani e non umani di cui i primi hanno ovviamente piena responsabilità. Ci vuole metodo, costanza, creatività, consapevolezza, dice Garibaldi, che “la grande anima del vivente eterno è in ogni cosa”, individuando nell’isoletta di Caprera quella universale presenza di un’anima che si ripresentava nella cultura occidentale e avrebbe costituito una delle basi del pensiero che si sarebbe opposto allo strapotere umano, all’antropocentrismo. A Caprera le battaglie di Garibaldi erano quelle di un agronomo. Contro la rocciosità dei suoli, le devastazioni compiute dai maiali dei vicini, le ferule che avvelenano gli animali, le formiche che infestano gli alveari. Battaglie che si conducono con forbici per potare e coltelli per innestare (che sono sempre alla sua cintola) e con la evidenza che “piantare e crescere alberi è una grande felicità”, ma si vincono con la cultura dei libri che affollano la biblioteca e con la tecnica innovativa delle macchine nate dalla rivoluzione industriale. Il lavoro è l’impegno di una comunità.

Chi giunge nell’isola per far visita all’uomo illustre, accetta la sobrietà del vivere e viene messo al lavoro nei campi. Tra i più illustri è nel 1864 Michail Bakunin, padre dell’anarchia. Osserva, la biodiversità (“giovani alberi e piante, arance, limoni, mandorli, viti, fichi”) e lo straordinario lavoro di una comunità di “camicie rosse, braccia nude, neri dal sole, lavorano fraternamente, tutti cantano … È una repubblica democratica e sociale, non conoscono la proprietà: tutto appartiene a tutti”.

I diari non raccontano solo vicende agricole. Tra una zolfatura e una osservazione meteorologica si insinuano notizie politiche (“qui mi vengono le idee” gli fa dire Cusenza nelle pagine molto belle del prologo) e riferimenti a una straordinaria vita sentimentale. Poi le vicende e le fortune cambiano. Nel 1874, Enrico Albanese, medico di fiducia e antico amico racconta di un paesaggio desolante dove si vive di caccia alle capre selvatiche e sopravvive scheletrica Marsala, adorata cavalla baia. Vicende private (la morte della figlia), battaglie perse che si traducono in svariate prigionie, l’acuirsi dell’artrite reumatoide, il rifiuto sdegnato di una pensione di stato portano ad un morte oltre la quale non fu possibile neanche avere una pira di legni odorosi (aveva scelto mirto, acacie, lentisco). I Diari, attraverso il libro di Cusenza, raccontano non solo di una trascorsa storia rurale ma svelano un modello per l’agricoltura contemporanea che svolga funzioni produttive, ambientali, culturali e che l’Europa (tra i sogni garibaldini c’erano gli Stati Uniti d’Europa) sembrava aver raggiunto. Lasciamolo dire a Garibaldi “Che bombe, che corazze? Vanghe, macchine da falciare ci vogliono! E i milioni sprecati in apparati di distruzione, vengano impiegati ad accrescere le industrie e a diminuire le miserie umane!”

Giuseppe Barbera Il Sole 24 ore

Virman Cusenza

L’altro Garibaldi. I “diari” di Caprera

Mondadori, pagg. 220, € 19

Pubblicato in: Focus
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