
Se dovessimo scegliere un personaggio italiano del Novecento a cui applicare l’ormai frusta definizione di intellettuale, diremmo Gaetano Salvemini (1873-1957). È questa la prima considerazione che ci suggerisce la lettura della densa biografia dedicata allo storico di Molfetta da Francesco Torchiani, docente di storia contemporanea all’Università di Pavia. Chi meglio di Salvemini, infatti, potrebbe incarnare quella figura di «trasmettitore d’idee» in conflitto col potere politico di cui tanto ha parlato Norberto Bobbio?
Sebbene a lungo ostile alla categoria, lui stesso avrebbe infine ammesso di farne parte, non foss’altro perché si identificava col proprio intelletto. Finito nel mirino degli squadristi, il 13 agosto 1925 confessava all’amico Henry Wickham Steed, già direttore del «Times», di voler sottoscrivere «un’assicurazione non per la vita, di cui mi importa poco, ma per il caso che una bastonata alla testa mi renda invalido al lavoro intellettuale». Certo per lui la «testa» rappresentava anzitutto una fonte di guadagno, ma costituiva anche lo strumento della sua influenza politica, e qui stava la ragione per cui «i bastoni dei fascisti» gli facevano «una paura maledetta!». Forse per questo, pur ricostruendone puntualmente anche il percorso biografico, il libro si concentra principalmente sul suo itinerario intellettuale: dall’avvicinamento alle idee socialiste nelle campagne del Mezzogiorno alla scoperta della Storia nelle aule universitarie di Firenze, dall’adesione a un socialismo tutto suo – fatto di illuminismo, storicismo e marxismo – alla scelta interventista nella Prima guerra mondiale, fino all’opposizione al regime fascista da fuoruscito, prima tra Londra e Parigi e poi, per vent’anni, negli Stati Uniti. E lo fa attingendo non solo alla vasta pubblicistica di Salvemini, ma anche al suo sterminato epistolario (in larga parte edito), che l’autore taglia e cuce con gusto del dettaglio e senso dell’insieme.
Ne risulta quasi un’antologia del suo pensiero, in cui un’analisi impietosa sullo stato della scuola italiana all’alba del Novecento si alterna a una pagina icastica della sua storia della Rivoluzione francese; una confessione straziante a Giovanni Gentile all’indomani del terremoto di Messina cede il passo a un temerario j’accuse contro i brogli elettorali di Giovanni Giolitti in Puglia; per non parlare delle implacabili accuse rivolte all’altra bestia nera della sua vita, Benito Mussolini.
Nonostante i puntuali richiami biografici di Torchiani, presi nel vortice delle idee e delle parole di Salvemini, tendiamo a dimenticare che la sua mente abitò un corpo e a figurarcelo come un intellettuale disincarnato, quale naturalmente non fu. Le migliaia di missive che scrisse furono vergate da una mano sicura e spedita che staccava di rado la stilografica dal foglio quasi a rincorrere il pensiero. Le centinaia di fotografie che lo ritraggono ci mostrano un uomo calvo sin da giovane, ma ancora forte da vecchio, con uno sguardo che brilla, dietro gli occhiali da miope, anche attraverso il bianco e nero. E la sua voce sottile ma chiara, con uno spiccato accento pugliese, reca la traccia, nelle poche registrazioni superstiti, dei mille comizi, lezioni, conferenze, discorsi che tenne nel corso della sua vita di storico e politico (ascoltare per credere: https://www.radioradicale.it/soggetti/240833/gaetano-salvemini).
Una lunga vita nella quale il corpo non ebbe meno peso della mente, se è vero che Salvemini sopravvisse al sisma di Messina (l’unico della sua famiglia), subì minacce a mano armata, conobbe la galera fascista, sperimentò un esilio trentennale, mentre attorno a lui morivano mogli, figli, figliastri, maestri, compagni e allievi. Un sopravvissuto della storia, insomma, ma anche uno sconfitto? Nell’introduzione Torchiani dichiara di non aver voluto rispondere a questa domanda per non gravare di considerazioni anacronistiche la sua ricostruzione. Per fortuna rispetta solo in parte il suo proposito e non rinuncia a esprimere alcuni giudizi, anche taglienti, sulle scelte di Salvemini, spesso dettate da una smisurata concezione di sé e da una percezione distorta della realtà. Di fronte a una personalità della sua statura, che si votò alla lotta politica arringando piazze, fondando giornali e tenendo conferenze, la domanda su quale sia stata la sua funzione storica resta ineludibile, anche se dare una risposta non è mai facile. L’azione di Salvemini, come osservò Bobbio dopo la sua morte, si risolse «nella protesta» e «nella denuncia», ma riuscì ugualmente a «provocare dubbi» e «scuotere coscienze». Per quanto oggi invecchiata, la sua opera maggiore, Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1295, esercitò una profonda influenza sugli studi storici.
Il settimanale «L’Unità», che fondò nel 1911 e diresse fino al 1920, ebbe pochi ma eccellenti lettori, fra cui il giovane studente Antonio Gramsci. Quanto ai numerosi interventi ai congressi, sui giornali o in Parlamento (vi entrò brevemente nel 1919), se hanno ormai perso il loro significato politico, conservano immutato il loro valore metodologico: l’aderenza ai fatti, il rispetto della verità, la limpidezza dello stile.
Tommaso Munari Il Sole 24 Ore domenica 22 febbraio 2026

Francesco Torchiani
Gaetano Salvemini. L’impegno intellettuale e la lotta politica
Carocci, pagg. 340, € 33


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