
Piero Gobetti (Torino, 19 giugno 1901- Parigi, 15 febbraio 1926) è stato un giornalista, filosofo, editore, traduttore e antifascista italiano
“Il pensiero di Piero Gobetti è contraddittorio, non poche sono le cantonate da lui prese, ma in fondo era solo un giovane quando ha operato e la morte a soli 25 anni gli ha impedito di dispiegare un sistema di idee compiuto e coerente». Quante volte abbiamo sentito pronunciare queste parole per giustificare certe prese di posizione che sembrano contraddire consolidati luoghi comuni, schematismi mentali che ci fanno catalogare un autore e definirlo di destra o di sinistra, liberale o illiberale, di parte e fazioso o “ecumenico” (come seppe essere la sua casa editrice che pubblicò autori di ogni tendenza politica), progressista o conservatore (come Gobetti fu, ad esempio, nella morale sessuale, che in lui contemplava persino una rigidità calvinista che quasi sfiorava l’esaltazione della castità). Tutti schemi e distinzioni che crollano uno ad uno di fronte al pensiero di quel grande irregolare morto a Nizza giusto cento anni fa a Parigi, ove era riparato, prostrato nel fisico oltre che nel morale, dopo gli agguati subiti adopera delle squadre fasciste in quella Torino ove aveva vissuto e operato nella sua breve vita (era nato il 19 giugno 1901).
L’idea di un pensiero acerbo, ancora da compiersi, a ben vedere non regge. Certo, se la sorte gli avesse permesso di continuare la sua attività, Gobetti avrebbe elaborato nuove idee, corretto o integrato le precedenti, e via dicendo, come naturalmente accade per ogni pensatore col passare degli anni. Ma di qui a dire che dall’incoerenza iniziale sarebbe passato ad una coerenza finale ce ne corre. E per un semplice motivo: Gobetti era coerentissimo anche nel periodo della sua frenetica attività di intellettuale e agitatore politico, editore e fondatore di giornali e riviste, che va dalla fondazione diciassettenne della rivista chiamata Energie Nove fino alla sua scomparsa. Questo lo si afferra se si tiene a mente la vera origine, filosofica in senso stretto, del suo pensiero. Anche se non viene mai o quasi mai messo in luce, l’autore le cui idee più forgiarono la mentalità di Gobetti fu Giovanni Gentile. Nel 1919 in una lettera alla moglie Ada, sua compagna nel pensiero oltre che nella vita, egli scrive che dalla «concezione dello spirito come libera autocreazione, come soggetto che si pone e sente come oggetto» Gentile«ha ricavato tutto un originale sistema». E ancora nel 1921, su L’Ordine nuovo, il quotidiano diretto da Antonio Gramsci (di cui era soprattutto critico teatrale), egli annota che «un insegnamento di vitalità intensa, d’operosità necessaria, di serenità, d’umanità, scaturisce dall’opera di Gentile. Egli ha fatto scendere (anzi ha fatto salire) la filosofia dalle astruserie professorali nell’immensa concretezza della vita. È giusto che in lui gli individui riconoscano un maestro di moralità, e tutta una nuova generazione s’ispiri al suo pensiero per rinnovarsi». L’idea sottesa alla filosofia dell’Atto, quella di una “rivoluzione permanente” in cui pensiero e vita coincidono e continuamente si trasformano non trovando altro senso se non proprio in questa trasformazione è, quasi senza scarti, l’idea del liberalismo come “rivoluzione liberale”. Ed è forse la ragione principale per cui ancora oggi Gobetti esercita un fascino particolare, con un’immagine popolare più che intellettualistica che tende a perpetrarsi fra i giovani nel tempo.
Gobetti era, prima di tutto, un “rivoluzionario”: la politica si fa nell’azione e trova la sua verità in una sintesi sempre parziale e precaria, non nelle leggi uniche e standardizzate emanate da un potere centrale che dall’alto diriga le azioni dei singoli e indica una meta buona e predefinita. In questo senso egli era un federalista, e persino un autonomista, e, per questa parte, il suo maestro era Gaetano Salvemini e suo allievo fu quel Gaetano Dorso teorico della “rivoluzione meridionale” in cui al Sud si chiedeva di responsabilizzarsi e non di attendere la manna dall’alto, dallo Stato. Per realizzare i propri fini non lo Stato ma le libere associazioni sono il centro dell’attività politica, come insegnò Tocqueville (e grosso abbaglio fu sicuramente aver pensato i soviet in questo senso e non come la longa manus del Partito). È nella lotta del basso che si forgiano le classi dirigenti, emergono i migliori.
Il liberalismo gobettiano per questa parte non era affatto democratico: conflittualista, non pacificatore e buonista come il recente pensiero woke. Che poi Gobetti fosse liberista è logica conseguenza, e questo elemento non lo rende certo simpatico ai suoi sedicenti eredi di sinistra. Il Gobetti storico operò in anni confusi e interessanti, da cui sarebbe emerso il fascismo ma in cui pure si andavano forgiando quelle culture politiche che avrebbero accompagnato la nostra storia negli anni del secondo dopoguerra.
Gobetti, coi suoi pregi e i suoi limiti, è al crocevia di diverse tendenze e, non fosse altro che per questo, va letto e studiato. Così come va presa a modello la sua passione per la libertà.
CORRADO OCONE Libero 15 febbraio 2026

Piero e Ada Gobetti


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