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Un bicentenario da ricordare: Vittorio Emanuele II

14/03/2020

 

Il 14 marzo di duecento anni fa, nel 1820, nasceva a Torino Vittorio Emanuele di Savoia Carignano, che il 17 marzo  del 1861 sarebbe diventato il primo re d’Italia.

Il Comitato Fiorentino per il Risorgimento ed il Coordinamento Toscano per la Promozione dei valori risorgimentali avevano promosso una manifestazione il 14 marzo 2020 per ricordare il genetliaco del re Vittorio Emanuele II, a duecento anni dalla Breccia di Porta Pia, con il trasferimento della Capitale da Firenze a Roma e la fine dell’esperienza della stagione politico-culturale di Firenze capitale del regno d’Italia.

La Manifestazione si sarebbe dovuta tenere alle ore 11 del 14 marzo alle Cascine in Piazza Vittorio Veneto davanti al Monumento di Vittorio Emanuele II, con i saluti dii Alessandro Martini, Assessore alla Cultura della memoria e della legalità  del Comune di Firenze, l’intervento di Christian Satto, docente di Storia presso l’Università per gli stranieri di Siena e  Coordinatore dei comitati toscani per la promozione dei valori risorgimentali, la deposizione di una corona d’alloro e  la partecipazione de Gli Sbandieratori e Musici della Signoria in costume garibaldino.

Annullata giustamente la manifestazione  a fronte dell’emergenza sanitaria e sociale che il nostro Paese sta attraversando pubblichiamo per ricordare e riflettere su una figura così  importante del nostro Risorgimento l’intervento di Christian Satto

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Un bicentenario da ricordare: Vittorio Emanuele II

Il 14 marzo di duecento anni fa, nel 1820, nasceva a Torino Vittorio Emanuele di Savoia Carignano, figlio primogenito di Carlo Alberto, lontano cugino del Re di Sardegna Carlo Felice, ma erede apparente al trono sabaudo, e di Maria Teresa di Toscana. Vittorio Emanuele sarebbe stato l’ultimo Re di Sardegna, asceso al trono nel 1849, dopo la sconfitta e l’abdicazione di Carlo Alberto a Novara, e il primo Re d’Italia, secondo quanto stabilito dalla legge da lui stesso promulgata il 17 marzo 1861. Un primo Re che preferì, contro il parere di autorevoli uomini politici di allora quali il barone Bettino Ricasoli, rimanere ‘secondo’, in ossequio alle tradizioni di famiglia: i Savoia non avevano mutato l’ordinale neppure quando ottennero prima, e per pochi anni, la Corona di Sicilia, poi quella di Sardegna. Vittorio Amedeo II duca di Savoia era rimasto Vittorio Amedeo II Re di Sicilia e Vittorio Amedeo II Re di Sardegna. Nel caso di Vittorio Emanuele II, inoltre, agiva un’altra esigenza, quella di mantenere ben saldo e in vista il legame con la tradizione monarchica, che nel suo caso era quella sardo-piemontese, al fine di controbilanciare l’origine rivoluzionaria del suo nuovo Regno. Una sorta di rafforzamento della formula con cui, per legge dello Stato, regnava «per grazia di Dio e per volontà della Nazione».

Vittorio Emanuele, pur con più d’una divergenza, seguì la politica nazionale di Cavour e accettò di diventare uno dei simboli della lotta patriottica. Non aveva forse mantenuto il tricolore e lo Statuto all’indomani della sua ascesa al Trono dopo la decisiva sconfitta di Novara? Questi atti avevano contribuito a farlo accettare anche da molti ex seguaci di Mazzini, cresciuti nel repubblicanesimo, come Giuseppe Garibaldi. Nella monarchia costituzionale, infatti, si vedeva il giusto compromesso fra la tradizione e le istanze liberali di partecipazione alla politica. Soprattutto, si stimava necessario per la lotta patriottica l’aiuto concreto di uno Stato, il Regno di Sardegna, e delle sue istituzioni, diplomazia ed esercito su tutte. Di qui il motto «Italia e Vittorio Emanuele» con cui Manin chiamò tutti i patrioti a collaborare con la sua Società Nazionale. Motto che già si prestava ad essere interpretato come uno dei punti cardinali della visione monarchica della nazione: l’identificazione tra Corona e Patria.

Nonostante i dubbi su quel ‘secondo’ che stonava, Vittorio Emanuele fu, a partire dal 1861, allo stesso tempo oggetto e mezzo di una politica di nazionalizzazione degli italiani, che a partire dal 1876, con l’ascesa della sinistra storica più sensibile della cauta destra al tema, cercò di identificare nella Corona il simbolo più alto di identificazione nazionale. Il Re incarnava la nazione, lo si vide nel momento della sua morte, avvenuta il 9 gennaio 1878. In vita egli aveva sempre, con maggiore o minore intensità, a seconda del momento, esercitato le larghe prerogative che lo Statuto Albertino gli riconosceva, causando anche crisi di governo, soprattutto per la tendenza a condurre una politica personale, spesso in contrasto con quella del ministero responsabile. Ma da morto doveva diventare un mito nel quale tutti potevano riconoscersi. Bisognava capitalizzare la sua ‘leggenda’ per consolidare lo Stato.

Il funerale e la sepoltura al Pantheon, regista Francesco Crispi, allora ministro dell’Interno, fu pensato e condotto come il grande lutto nazionale che consacrava definitivamente il Re galantuomo a «Padre della Patria», una patria che aveva trovato nella sua Corona la massima espressione. Da allora gli furono intitolate vie, piazze, edifici. L’Italia di riempì di statue e di targhe in memoria del gran Re che l’aveva fatta, fino all’inaugurazione del Vittoriano a Roma, insieme monumento a lui e all’Italia. Ogni inaugurazione costituiva una pagina utile a celebrare la nazione e a consacrarne il culto nello sforzo di dar vita ad una religione civile che contribuisse il più possibile a radicare nella popolazione il concetto di italianità.

 Vittorio Emanuele II fu uno dei personaggi al centro del culto patriottico e vi rimase per ottantacinque anni circa, fino al 1946 sicuramente. In seguito, venne messo da parte perché era diventato un personaggio spinoso da gestire visto che impersonava quella monarchia uscita dalla storia d’Italia.

Il ricordo appannato del «Padre della Patria», infatti, è per larga parte imputabile alla sorte della monarchia sabauda, affondata, prima ancora che dal voto del 2 giugno 1946, dalla sua profonda compromissione con il fascismo e dalla disastrosa gestione dell’8 settembre, quando Vittorio Emanuele III, con la sua fuga, perse quella che era la prima qualità di un monarca: l’onore. Ciò non toglie che sia opportuno ancora oggi ricordare che Vittorio Emanuele II la sua Corona, quella di ‘secondo’ come Re di Sardegna, l’aveva messa in gioco eccome per l’Italia poiché, nonostante tutti i se e tutti i ma che spesso si sentono, alcuni anche capziosi, per non dire assurdi, è stato il primo capo di Stato di un’Italia che finalmente era. Questo è un dato incontrovertibile.

Da diversi anni, ormai, la storia segue in un modo pedissequo gli anniversari, unica occasione in cui pare giustificato riflettere su una questione o su di un personaggio. Il bicentenario di Vittorio Emanuele II, primo Re d’Italia, o, più chiaramente, primo Capo dello Stato di un’Italia finalmente unita è passato in assoluta sordina e questo indipendentemente dal grave problema del corona virus sul quale, opportunamente, oggi tutte le attenzioni sono dedicate. Infatti, se ne parlava pochissimo anche prima del prorompere della pandemia, alla quale oggi, e giustamente, vanno tutte le nostre attenzioni.

Christian Satto

 

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