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Lottare nel nome del Tricolore

22/04/2020

Aldo Cazzullo Corriere della Sera  22 Aprile 2020

Non è vero che dopo Caporetto siamo stati salvati dai francesi e dagli inglesi. Furono i reduci del Carso i primi a resistere sul Piave. E furono i ragazzi del ’99, gettati nella mischia appena scesi dai treni, a fermare con un assalto risorgimentale all’arma bianca gli austriaci che avevano già passato il fiume. Cominciava così la battaglia d’arresto che salvò l’Italia.

Non è vero neppure che l’8 settembre 1943 morì la patria. Semmai si sfaldò la monarchia, dopo che il 25 luglio era caduto il fascismo. Circa 800 mila soldati italiani furono fatti prigionieri e portati nei campi tedeschi. Vennero picchiati, umiliati, affamati, spogliati della divisa. Poi fu loro detto: ora vi rivestiamo, vi sfamiamo, vi diamo un’uniforme, vi liberiamo; però dovete firmare qui e impegnarvi a combattere per la Germania di Hitler. Oltre 600 mila, la netta maggioranza, rifiutarono. E scelsero di restare in condizioni disumane nei lager. Più di 50 mila morirono di fame e stenti. Il 5 aprile 1944 uno di loro, il capitano Giuseppe De Toni, scrive al fratello una lettera per spiegare perché non può tornare a casa: «Anche pochi, saremo sempre in numero sufficiente a dimostrare che vi sono degli Italiani pronti a sacrificare tutto per un’Italia rispettata, onorata».

Lo stesso giorno, il capitano Franco Balbis viene fucilato con gli altri capi del Comitato militare di Liberazione del Piemonte: ufficiali di carriera e rappresentanti dei partiti antifascisti. Per il Partito d’azione c’è Paolo Braccini, veterinario, che sarà sostituito da un avvocato di Cuneo: Duccio Galimberti. Tra la folla che accompagna i condannati a morte, Braccini riconosce la giovane moglie Marcella e le grida: «Ciao cocca!». Lei risponde: «Forza Paolo, che muori per l’italia! Penso io a tua madre!». Così, a ciglio asciutto. Prima di affrontare il plotone d’esecuzione, il capitano Balbis scrive al padre. Chiede di celebrare una messa ogni anno il 9 novembre, anniversario della battaglia di El Alamein, per tutti i commilitoni che hanno perso la vita in Africa. E aggiunge: «Possa il mio sangue servire per ricostruire l’unità italiana e riportare la nostra terra a essere onorata e stimata nel mondo intero». Quel 5 aprile due ufficiali dell’esercito italiano, che non si sono mai visti né parlati, scrivono la stessa cosa. Nessuna migliore prova della coralità della Resistenza.

La Resistenza è stata vittima di una grande falsificazione ideologica, come se fosse solo una «cosa rossa», da comunisti. Ieri ne è stata responsabile una parte della storiografia marxista. Oggi paradossalmente ne sono responsabili i neofascisti — una piccola minoranza — e gli anti-antifascisti, che sono molti di più. In realtà, la Resistenza è un patrimonio che appartiene alla nazione e non a una fazione. Perché tra i partigiani c’erano combattenti di ogni fede politica, e molti che non sapevano neppure cosa fossero i partiti ma non volevano schierarsi con Hitler. E perché ci furono molti modi di resistere, di dire No ai nazifascisti; e quel No fu detto da contadini, carabinieri, ebrei, militari, sacerdoti, suore. Senza dimenticare molti italiani che fecero in buona fede la scelta sbagliata, e morirono convinti di aver servito la patria.

Le due guerre mondiali furono due tragedie per l’Italia. Lo fu anche la Prima, nonostante la vittoria. Quello che va salvato è lo spirito di resistenza che i nostri nonni, fanti contadini, mostrarono sul Piave e sul Grappa. La generazione successiva, dopo aver dato prova di valore sfortunato sulle Alpi e in Albania, nel deserto africano e nell’inverno russo, tradita dal regime che l’aveva gettata nella fornace del conflitto senza la preparazione e gli equipaggiamenti necessari, trovò il riscatto nella Resistenza — le prime bande furono fondate da ufficiali degli alpini — e nella campagna di liberazione, condotta da decine di migliaia di soldati italiani accanto agli Alleati.

Dare oggi una lettura ideologica delle guerre italiane serve solo ad alimentare la polemica politica del presente. Sul Piave, come sulle montagne della Resistenza, si combatteva per la libertà, l’indipendenza, il futuro della Patria. Tra i partigiani c’erano uomini fedeli al re e altri che sognavano la Repubblica, cattolici che guardavano al Vaticano e comunisti che avrebbero voluto fare come in Russia (e che per fortuna furono fermati, dopo aver seminato lutti che non hanno giovato alla causa della Resistenza). La nostra è storia di uomini, fatta di errori e talora di orrori. Ma del sacrificio di quegli uomini non possiamo che andare fieri. Compreso l’operaio comunista Eusebio Giambone, fucilato con Braccini e i militari il fatidico 5 aprile 1944, che alla figlia bambina scrive: «Studia di buona lena per crearti un avvenire. Studia non solo per te ma per essere più utile nella società. La vita vale di esser vissuta quando si ha un ideale, quando si vive onestamente, quando si ha l’ambizione di essere non solo utili a se stessi, ma a tutta l’umanità».

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L’emblema nazionale dei combattenti per la libertà

Dopodomani, venerdì 24 aprile, i lettori troveranno in edicola, con il «Corriere della Sera» e il suo Magazine «7», la bandiera nazionale italiana (in una versione di stoffa che misura 90 centimetri per 60) al prezzo di 2 euro più il costo del quotidiano e del settimanale. L’iniziativa, attuata in collaborazione con Unicredit, nasce dall’idea di lanciare al Paese un forte messaggio di coesione e di unità, simboleggiato dal tricolore, alla vigilia del settantacinquesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo, mentre tutti i cittadini, ciascuno nel ruolo che gli spetta, sono impegnati ad affrontare la drammatica emergenza provocata dall’epidemia da Covid-19.

Benché il Risorgimento avesse anche provocato dei conflitti nel corpo sociale, per via della soppressione dello Stato pontificio e delle manifestazioni anche cruente della questione meridionale, dopo l’unità d’Italia il simbolo del tricolore dimostrò nel tempo una notevole capacità inclusiva, facilitando il riassorbimento delle tensioni. Durante la prova terribile della Prima guerra mondiale fu l’emblema della volontà di resistere, nonostante le sofferenze e i lutti. Poi il fascismo cercò di assumere il monopolio del patriottismo e dunque anche del tricolore, favorito dall’errore dei socialisti massimalisti di svalutarlo a favore della bandiera rossa. Ma vi fu sempre una parte significativa dell’antifascismo che rivendicò i valori di libertà del Risorgimento contro la dittatura. E durante la Resistenza anche i comunisti recuperarono quel retaggio, inserendo il tricolore nell’emblema del loro partito e intitolando a Giuseppe Garibaldi le loro brigate. La nuova Italia inaugurata dalla Costituente poté così innalzare il tricolore come un vessillo riconosciuto da tutti, malgrado le divisioni politiche.

 

 

 

Pubblicato in: Rassegna stampa
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