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Le libertà che l’Europa assicura

04/10/2015

Stranieri e diritti

Ernesto Galli della Loggia                  Corriere della Sera 20 settembre

 

copertina

 

Se è vero che il fenomeno della migrazione politico-economica che si sta rovesciando sull’Europa è un fenomeno di gigantesche proporzioni storiche, epocale come si dice, allora è quasi certo che la percezione complessiva che ne abbiamo non corrisponde alla realtà alla quale esso darà luogo quando si sarà definitivamente assestato. Oggi, insomma, esso ci appare una cosa diversa da quella che risulterà nei fatti, diciamo tra mezzo secolo. Per una semplice ragione, anzi due: che i fenomeni sociali evolvono in modo relativamente prevedibile nel breve-medio periodo ma in modo assolutamente imprevedibile su quello medio-lungo; e in secondo luogo perché il nostro sguardo e il nostro cervello sono, diciamo così, tarati per vedere da vicino o relativamente da vicino, non a distanza di decenni. Del futuro ci facciamo il più delle volte un’idea assai imprecisa; spessissimo sbagliata.
Possiamo allora provare a considerare quanto oggi sta accadendo in modi un po’ diversi da quelli che di solito ci viene fatto di adoperare (tra l’altro sempre sotto la pressione di una fortissima polemica ideologico-politica nella quale siamo inevitabilmente coinvolti).
Il primo modo diverso potrebbe essere questo. Lo spostamento di grandi masse perlopiù islamiche verso l’Europa è un riconoscimento inequivocabile delle conquiste realizzate dalla nostra civiltà. È una sorta di grande consultazione popolare realizzata con i piedi invece che con la scheda. Coloro che infatti fuggono dalla Siria, dall’Eritrea, dall’Afghanistan, dall’Iraq, non chiedono di stabilirsi in Turchia, non vogliono diventare ospiti permanenti della Giordania e del Libano che pure li accolgono di buon animo. Né pensano minimamente di cercare rifugio in Arabia Saudita o negli altri Stati del Golfo, tanto straripanti di ricchezza quando ferocemente discriminatori verso chiunque non abbia avuto la ventura di nascere entro i loro confini.
No. Pur essendo perlopiù musulmane quelle grandi masse umane non mostrano alcun desiderio di restare nella «Terra dell’Islam». Esse cercano l’Europa. Vogliono stabilirsi qui, tra i crociati e gli ebrei amici del Grande Satana. Perché? Perché qui sanno di poter trovare un po’ di benessere, almeno un minimo di assistenza sociale, ma soprattutto un quadro di protezione legale, di libertà. Qui, per quante traversie gli capiti di vivere, quelle persone non sono alla mercé del potere arbitrario e spesso crudele che salvo pochissime eccezioni domina nei Paesi islamici. Esistono dei giudici, in Europa.
Faremmo male, io credo, a sottovalutare il significato e le conseguenze di tutto questo, specie per quanto riguarda le seconde generazioni di chi oggi arriva tra noi. Per un giovane uomo che diventa un terrorista, dobbiamo chiederci, quante migliaia invece non lo diventano? E quante giovani donne, che a casa loro sarebbero rimaste delle analfabete sottomesse, decidono invece, dopo essere state nelle nostre scuole e aver visto la nostra televisione, di prendere in mano la propria esistenza e di non sottostare più all’antica autorità dei padri padroni?
Beninteso pur restando gli uni e le altre islamici. E siamo qui al secondo modo diverso in cui forse dovremmo guardare al fenomeno odierno dell’immigrazione, cercando di immaginarne gli effetti sui tempi lunghi.
Nel clima del suo nuovo radicamento in Europa che cosa ne sarà di questo Islam? Non è forse possibile pensare che esso conoscerà per esempio una profonda differenziazione interna, una pronunciata diversità rispetto a quello rimasto nelle sue aree originarie? E non è immaginabile che i contenuti di tale diversità, sviluppatasi sul terreno di un’inevitabile ibridazione con la nostra cultura, possano facilmente andare verso un maggiore orientamento allo spirito di razionalità, alla liberalità e alla tolleranza, verso un’inedita sobrietà di modi cultuali? Nulla è mai la stessa cosa dovunque, o dura immutabile. Così come già nel ‘600 il Cristianesimo di Amsterdam non era quello di Roma, ci fu anche un tempo in cui l’Islam di Cordoba o di Salonicco non era certo quello della Mecca.
Oggi, insomma, gli europei temono che l’arrivo di tanti stranieri possa mutare negativamente il proprio modo di vivere e di sentire. Con molta più ragione, mi pare, dovrebbero essere però questi stranieri, e in prima fila quelli provenienti dall’Islam, a temere circa la possibilità di mantenere inalterato alla lunga il loro patrimonio culturale. E infatti i fanatici del cosiddetto Stato Islamico se ne sono accorti, e hanno già lanciato la scomunica contro chi decide di emigrare.
Ma perché avvenga quanto ho ipotizzato, perché possano innescarsi i mutamenti di cui sopra, sono assolutamente necessarie due condizioni. Innanzi tutto che le società europee non si perdano dietro a un vuoto universalismo multiculturale, e quindi si mostrino ferme nel non abiurare la propria cultura e le proprie tradizioni; anche – per quanto possibile, e per quanto ciò possa apparire intollerabile al mainstream secolarista – la propria tradizione religiosa.
In secondo luogo è necessario che i governi e gli Stati siano egualmente fermi nell’esercitare le loro prerogative in materia di ordine pubblico e di giustizia.
Ciò richiede un oscuro impegno quotidiano, lo sappiamo: ed è difficile, costoso, spesso sgradevole, quasi sempre suscita le proteste indignate dei «buonisti» per partito preso. Ma è assolutamente necessario. Chi fa scempio con la massima indifferenza di un parco pubblico o gira abbigliato in modo improprio, o esprime propositi illegali, o vende merce contraffatta, va sanzionato sempre e senza esitazione. Altrimenti chi giunge tra noi avrà l’impressione di trovarsi non già in una società organizzata, con regole e principi suoi, attenta a tutelarli, non avrà l’impressione di trovarsi perciò a fare i conti con una cultura consistente e coerente con la quale il confronto è ineludibile; bensì crederà di essere capitato in un limbo sociale, in un nulla informe, in un non luogo senza norme e senza autostima. Dove quindi si può fare ed essere ciò che si vuole: naturalmente restando in tutto e per tutto quelli che si era prima.

Pubblicato in: Tribuna
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