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La sorte dei garibaldini nello stato nazionale

23/10/2014

copertinaLettere a Sergio Romano   Corriere della Sera 15 ottobre

Sento parlare tanto di meritocrazia e Matteo Renzi dice che vuole passare dalle parole ai fatti. È solo ora che la meritocrazia manca? Sentiamo che dice Guido Gerosa, nel suo Il generale. «Per merito dei Mille e dei volontari che ne avevano ingrossate le fila tutto il Sud era passato al Regno d’Italia. Erano grati i piemontesi? «Gli ufficiali garibaldini che entrarono nell’esercito regolare dovettero spesso contentarsi di un grado minore di quello che si erano conquistati sul campo di battaglia. Paradossalmente gli ex ufficiali di Francesco di Borbone o quei sudditi austriaci che entrarono in quell’esercito con l’avvento dell’Italia unita, furono promossi più rapidamente, ebbero un miglior trattamento e furono agevolati anche quando erano stati di servizio molto meno brillanti dei garibaldini». Ci sono commenti?

Antonio Fadda

Caro Fadda,

Il problema sorse nel novembre del 1860 quando il ministro della Guerra, nel governo presieduto da Cavour, decise che i 7.300 ufficiali dei corpi garibaldini sarebbero stati inseriti nell’esercito nazionale soltanto a titolo individuale, dopo l’esame di una speciale commissione. Gli ammessi furono meno di duemila e questa «discriminazione» provocò le risentite dichiarazioni di Garibaldi in un discorso pronunciato a Caprera il 26 marzo 1861. La questione approdò alla Camera in maggio, pochi giorni prima della morte di Cavour. Tornato sul continente, Garibaldi pronunciò in Parlamento un altro infuocato discorso in cui denunciò la «fredda e nemica mano del governo», colpevole di avere offuscato i prodigi operati dai volontari e di avere scatenato nel Sud una «guerra fratricida». Cavour balzò in piedi per chiedere pubbliche scuse e Garibaldi, imbronciato, fece un passo indietro dichiarando che non avrebbe più parlato dell’azione del governo nell’Italia meridionale. La morte di Cavour, il 6 maggio, face calare sulla questione la cortina del silenzio, ma il governo non si scostò dalla propria linea e nei mesi seguenti applicò agli eserciti degli Stati pre-unitari lo stesso criterio di selezione adottato per i garibaldini. I patrioti e i loro nemici, in altre parole, vennero trattati nello stesso modo. Una decisione iniqua? Credo che anche il governo abbia diritto a un avvocato difensore. Le semplificazioni patriottiche ci hanno tramandato una rappresentazione ideale di coloro che seguirono Garibaldi nelle campagne del 1859 e del 1860. In realtà il loro esercito, come tutte le formazioni volontarie, era una variegata combinazione di patrioti idealisti, ansiosi di battersi per la nascita di uno Stato nazionale, repubblicani che non facevano troppe distinzioni fra i Savoia e i Borbone, studenti sfaccendati, ragazzi scapestrati, teste calde, amanti dell’avventura. Non era necessario essere monarchici e anti-repubblicani per sapere che la monarchia e il governo, dopo avere cancellato cinque Stati dalla carta geografica e dimezzato quello della Chiesa, dovevano tranquillizzare l’Europa, assicurarla che non vi sarebbero stati, almeno per il momento, nuovi cataclismi. Occorreva quindi un esercito disciplinato in cui il corpo degli ufficiali avrebbe dato prova di lealtà al sovrano. Questo esercito poteva essere soltanto quello sardo-piemontese, prudentemente ampliato con una attenta selezione dei patrioti irregolari e di coloro che avevano combattuto nel campo opposto, ma erano pur sempre «fratelli». Meritocrazia significa fare la scelta migliore fra persone che rispondono ai requisiti necessari per esercitare una funzione o svolgere un incarico. Non tutti gli uomini di Garibaldi rientravano in questa categoria.

Sergio Romano

Pubblicato in: Rassegna stampa
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