
Mimmo Paladino Dormienti Görlitz – Stalag VIII Memoriale della Shoah Milano
L’incipit è da romanzo, diciamo da fiction. Invece è l’inizio di una reale riscrittura della propria autobiografia e di una intera storia familiare. Un giorno Lucetta Scaraffia, storica e giornalista, va dalla sua dermatologa per una visita di controllo dopo uno dei piccoli interventi che ha dovuto eseguire. La dottoressa legge l’esame istologico: «Lei saprà certo che questa malattia della pelle è tipica della popolazione ebraica ashkenazita…». «Naturalmente non lo sapevo, nessuno aveva mai fatto menzione di ascendenti ebrei in famiglia», racconta Scaraffia. Comincia così un viaggio imprevisto nella propria, nuova e insospettata identità. Itinerario avvincente e ricchissimo di colpi di scena, denso di analisi sulla nostra contemporaneità tragicamente caratterizzata dai nuovi antisemitismi.
È il suo nuovo libro, Ebrei senza saperlo. Memorie nascoste (Raffaello Cortina Editore). Per spiegare il titolo, l’autrice cita una splendida poesia di Eugenio Montale del 1926, Nobel per la Letteratura nel 1975: «Se fosse possibile essere ebrei senza saperlo, / questo dovrebbe essere il mio caso:/ tanta è la mia possibilità di sofferenza/ e il mio senso dell’arca, più che dell’home,/ fatta di pochi affetti e ricordi,/ che potrebbe seguirmi ovunque, inoffuscata».
Seguendo idealmente questa rotta poetica, Scaraffia rimette insieme tante tessere del mosaico familiare e identitario. Un lontano viaggio in Estonia nel 1976, in cui le ragazze coetanee le parlavano nella loro lingua per l’evidente somiglianza. Gli interrogativi sulla mite «nonna inglese» Lucia. Le successive ricerche sul cognome, Wildt, che transitano nel sito dello Yad Vashem, il museo sulla Shoah a Gerusalemme, con le quattrocento pagine dedicate a quel nome di famiglia, la scoperta delle radici polacche, l’evidenza di una conversione decisa senza lasciare tracce e con l’invenzione della leggenda delle radici inglesi. Quindi né il padre di Scaraffia né le sue sorelle sapevano nulla. Un cupo interrogativo: «Se fossimo vissuti in Germania, ho pensato, qualche solerte impiegato avrebbe scoperto le origini ebraiche di mio padre, che si sarebbe ritrovato in un campo di sterminio senza capire perché».
Già, deportati senza capire perché. Da autentica intellettuale, Scaraffia approda a una deduzione storica e insieme psicologica: «La forte persistenza dell’antisemitismo fa sì che scoprire radici ebraiche risulti molto diverso dallo scoprire radici di qualsiasi altra identità. Vuol dire sentire la vertigine fra elezione divina e pericolo, sentirsi collegati all’unico popolo dell’antichità che esiste ancora oggi». L’avvincente ricerca autobiografico-familiare le impone tante domande. La prima. Ma chi è ebreo? Lo è anche chi si converte, chi sceglie di laicizzarsi? C’è poi una bella riflessione sulla tradizione della matrilinearità, ovvero sul fondamento per cui l’appartenenza ebraica si trasmette per linea femminile, si è ebrei se figli di un’ebrea: «Forse la scelta della discendenza femminile è dovuta al fatto che l’esperienza della gravidanza e del parto fanno uscire la donna dalla sua limitata identità, per intrecciarsi con quella della vita assoluta, senza tempo».
Molto intriganti le pagine dedicate al grande scultore Adolfo Wildt (Milano, 18681931), riconosciuto come suo antenato, autore di un iconico ritratto di Mussolini che poi intuì il nascondimento dell’origine ebraica dell’artista. Il racconto poi si fa diario di una palingenesi: «Mi accorgo che questa scoperta sta cambiando il mio modo di pensare i temi che coinvolgono la questione ebraica sia come storica sia come cattolica».
Giustamente Scaraffia fa i conti con il comportamento di tanti italiani verso la persecuzione degli ebrei durante il fascismo e con l’occupazione nazifascista dell’Italia (viene in mente il tema dell’indifferenza posto da anni da Liliana Segre): «In Italia si insiste tanto sulla compromissione degli attuali partiti di destra con la persecuzione antisemita, e questa insistenza serve anche a dimenticare la compromissione della società tutta». L’autrice sa di cosa stiamo parlando: «Dei commercianti che hanno comprato i beni degli ebrei costretti a venderli a prezzi stracciati, facendo così la propria fortuna, dei professori mediocri che hanno preso il loro posto nelle università, e l’hanno mantenuto anche dopo. Ma anche dei vicini di casa che, dopo l’arresto o la fuga, hanno sottratto dalle case degli ebrei oggetti di loro gradimento, saccheggiandole e mai restituendo il maltolto. Sono state insomma molte le forme di connivenza con i persecutori, senza contare le più gravi, cioè le denunce per ottenere il premio promesso dal governo».
Il capitolo di analisi sul comportamento del Vaticano durante la persecuzione degli ebrei, e sullo storico antisemitismo in tante realtà ecclesiastiche, produce un giudizio molto chiaro sulla questione: «Nel complesso, la condotta della Chiesa cattolica nei confronti degli ebrei mi sembra sia caratterizzata da una totale mancanza di carità, di amore cristiano, da un fallimento assoluto della predicazione evangelica». Infatti l’autrice ammette oggi di «faticare a sentirsi parte» della religione cattolica alla quale era tornata negli anni Ottanta. Soprattutto propone una efficace e coinvolgente sintesi: «La Shoah — cioè il grado estremo a cui può arrivare l’antisemitismo — è la misura morale del nostro mondo, è la prova della presenza del male nella storia e quindi è un problema di tutti, o almeno dovrebbe esserlo». Perché la Shoah, con la sua terrificante atrocità, riguarda l’umanità intera, non soltanto gli ebrei.
Paolo Conti Corriere della Sera 25 gennaio 2026



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