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La maleducazione e la buona politica

01/02/2021

 

Sergio Tramma, docente di pedagogia all’Università di Milano ha recentemente pubblicato un libro intitolato Sulla maleducazione. L’autore scrive che nel passato vigeva in buona parte della popolazione una buona educazione, fatta di stile e di buone maniere in famiglia e in società, di adesione ai valori morali di gentilezza e bontà e mai di sopraffazione e superbia; oggi invece in una società a un tempo massificata, ma anche differenziata e divisa in una pluralità di gruppi sociali e di etnie diverse, la maleducazione, l’intolleranza, la cattiveria si sono imposte nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle sedi istituzionali senza alcun freno, anzi trovando ulteriore alimento sui social e sui media.Tramma, che analizza tutto ciò dal punto di vista sociale, pensa che una possibile soluzione potrebbe essere un maggiore accesso a validi sistemi pedagogici per ritrovare quella buona educazione del passato, ma non vede invece il fenomeno da un punto di vista politico.

Infatti, se oggi assistiamo ai tanti talk show di dibattito politico, ci troviamo in un’arena (titolo appunto di una seguita trasmissione televisiva) dove opinionisti, uomini di cultura e di scienza, politici si azzuffano spesso con male parole a prescindere dal merito della discussione, assicurando certamente audience alla trasmissione a scapito però di una corretta ed equilibrata informazione. È ancora più grave che anche nei dibattiti parlamentari l’offesa all’avversario politico sostituisca spesso l’argomentata critica alle sue proposte. Si tratta di un cattivo esempio che da un lato fa proseliti tra i cittadini meno attrezzati sul piano educativo e culturale, dall’altro disgusta gli elettori che hanno le idee chiare su come dovrebbe svolgersi la discussione pubblica.

La maleducazione, con le conseguenti rissosità e mancanza di rispetto reciproco, è quindi uno dei germi che infettano la buona politica e acuisce quel clima di sfiducia nelle istituzioni che nel nostro Paese c’è sempre stato a partire dall’Unità Italiana, anche se in un contesto diverso sul piano sociale e culturale.

Pasquale Villari

All’indomani delle disastrose sconfitte di Lissa e Custoza nel 1866, che provocarono accese polemiche e accuse al governo e ai comandi militari, lo storico Pasquale Villari pubblicò sulle pagine del “Politecnico” l’articolo Di chi è la colpa? Lo storico rifletteva sul modo in cui era stata condotta la guerra contro l’Austria e sulle responsabilità delle alte sfere militari nel determinare l’esito del conflitto. Ma le sue considerazioni andavano oltre i tragici eventi del momento e investivano molti altri problemi del nostro Paese, come la debolezza della sua struttura politica, lo strapotere delle “consorterie” che “fanno un disonesto monopolio del Governo a vantaggio di pochi”, la soffocante burocrazia piemontese, giungendo ad un’amara conclusione: “Bisogna però che l’Italia cominci col persuadersi, che v’è nel seno della nazione stessa un nemico più potente dell’Austria, ed è la nostra colossale ignoranza, sono le moltitudini analfabete…Non è il quadrilatero di Mantova e Verona che ha potuto arrestare il nostro cammino, ma è il quadrilatero di 17 milioni di analfabeti e 5 milioni di arcadi”.

A Villari risposero i governi italiani di allora con l’istituzione delle scuole pubbliche e favorendo una maggiore partecipazione dei cittadini alla vita politica con l’allargamento nel corso degli anni della base elettorale. Va detto inoltre che l’Italia liberale degli anni dei Risorgimento in presenza di forti squilibri sociali e culturali era sì una società elitaria in via di massificazione, ma aveva conservato pure legami comunitari di tipo tradizionale, per cui anche il popolo analfabeta possedeva le minime regole della buona educazione e il rispetto dell’autorità, fosse quella del maestro, del farmacista, del carabiniere e del prete, riconoscendone i ruoli e le competenze.

Paradossalmente nella società italiana contemporanea, in una situazione di maggior benessere economico e di maggior partecipazione democratica, i cittadini di qualsiasi ceto posseggono meno quella cultura di base, costitutiva di un’identità nazionale, che è la conoscenza storica del proprio Paese, sicuramente per via della crisi della scuola pubblica come agenzia formativa nel segno del rigore e del merito. Nello stesso tempo si è allentato il civismo degli italiani, fatto non solo di rispetto delle leggi e delle istituzioni, ma anche di osservanza delle regole di comportamento sociale. Si finisce così per abbandonarsi per futili motivi ad atti di intolleranza e di arroganza e all’uso del turpiloquio nella comunicazione sia privata che pubblica. Anche la classe dirigente non è esente da cadute di stile, sia sul piano culturale che comportamentale e questo spiega in parte il clima crescente di sfiducia dei cittadini nei suoi confronti e l’affermarsi del sentimento dell’antipolitica, così diffuso in questi anni.

Per tornare allora a una buona Politica occorrerebbe che alla mensa sia dei potenti che dei poveracci non mancasse mai il pane della buona Cultura e della buona Educazione.

 

Pubblicato in: Editoriale
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