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I successi dell’Italia nello sport e l’identità nazionale

01/10/2021

“La nostra proposta è quella di anticipare l’iter burocratico per lo jus soli sportivo, che ad oggi è infernale, un girone dantesco” (Giovanni Malagò Presidente del CONI. Conferenza stampa di chiusura delle Olimpiadi di Tokyo)

L’estate 2021 passerà alla storia come una stagione colorata d’azzurro e avvolta nel tricolore. Come il re Mida abbiamo fatto diventare oro tutto ciò che abbiamo toccato nello sport, creando un’aura di magia attorno al nome Italia.

Gli ultimi successi sono stati quelli delle nazionali maschile e femminile di pallavolo agli Europei e di Filippo Ganna nella cronometro ai Mondiali di ciclismo su strada. Aveva cominciato la nazionale di calcio di Mancini l’11 luglio con la vittoria agli Europei nella finale con l’Inghilterra nello stadio londinese di Wembley. Poi le quaranta medaglie, tra cui 10 ori, della spedizione azzurra alle Olimpiadi di Tokyo, ricordando in particolare quella domenica 1° agosto che gli dei dell’atletica hanno voluto tingere d’azzurro con Tamberi, nel salto in alto, e Jacobs, nei 100 metri, medaglie d’oro nello spazio di dieci minuti. Le Paraolimpiadi infine hanno concluso felicemente questa stagione dello sport italiano con ben 69 medaglie, tra cui 14 ori: la pista e la piscina si sono tinte d’azzurro e l’inno di Mameli non ha mai smesso di suonare.

L’importanza per l’Italia di questa serie di vittorie è stata riconosciuta al più alto livello possibile, ovvero dal Presidente della Repubblica e dal Presidente del Consiglio, che ne hanno ricevuto i protagonisti. Le loro imprese, hanno sottolineato Mattarella e Draghi, hanno contribuito a rafforzare nel paese il senso dell’appartenenza alla comunità nazionale e all’estero il suo prestigio. Ne ha risentito positivamente anche il morale complessivo delle nazione, provato dalla pandemia e più abituato all’autoflagellazione che al riconoscimento dei propri meriti. Nei discorsi dei due presidenti, infine, non è mai mancato il riferimento all’impegno costante e alla capacità di sacrificio in vista di uno scopo, che sono la condizione indispensabile per il conseguimento dei successi sportivi. E che purtroppo scarseggiano nell’educazione familiare e nel discorso pubblico sulla scuola.

I successi italiani nei giochi olimpici hanno anche sollevato il tema dello ius soli sportivo, che il presidente del Coni Giovanni Malagò è tornato a chiedere durante la conferenza stampa di bilancio sull’impresa del team olimpionico italiano: “È un’Italia multietnica e super integrata. Abbiamo portato per la prima volta atleti provenienti da tutte le regioni e province autonome d’Italia e atleti nati in tutti e cinque i continenti…”

In effetti vige ancora la legge del 20 gennaio 2016. Questa riconosce il principio dello Jus soli sportivo, il quale permette ai minori stranieri di essere tesserati dalle federazioni sportive italiane; permettendogli di fare sport ma non di essere inseriti nelle selezioni nazionali, per le quali, ancora oggi, è necessario avere la cittadinanza italiana. È giusto però che si ottenga la cittadinanza italiana solo per meriti sportivi? È giusto che tutti gli altri minori siano esclusi? È dignitoso che un Paese che si ritiene civile sia ancora qui a chiederselo? Il tema resta legato alla questione annosa della proposta di legge dello Jus culturae, detto anche “temperato”, che prevede alcuni requisiti sociali e culturali, proposta arenatasi al Senato nel dicembre del 2017.

Se la politica non è riuscita fino a ora a dare risposte, forse dallo lo sport potrebbe nascere l’accelerazione decisiva, un po’ come quella dell’italiano Jacobs nella finale olimpica dei 100 metri piani.

Pubblicato in: Editoriale
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