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Il generale siciliano e l’inno di Toscanini

06/10/2017

Lettere ad Aldo Cazzullo   Corriere della Sera  1 ottobre

 

Caro Aldo,  cent’anni fa, il 29 settembre 1917, moriva, dopo essere stato ferito a una gamba sul Monte Santo, il generale di brigata Antonino Cascino, siciliano di Piazza Armerina, medaglia d’oro al valor militare. Le sue spoglie riposano nella chiesa di San Domenico a Palermo, il Pantheon dei siciliani, accanto a Crispi e a Falcone. Fu il primo generale italiano a entrare a Gorizia. Sarebbe bello ricordare questo eroe, simbolo di tutti i siciliani caduti per la patria.
Gaetano Giardina, Palerm

Caro Gaetano, Il centenario della Grande guerra, suscitando emozione e alimentando memorie, ha confermato che noi italiani siamo più legati all’Italia di quel che pensiamo; soprattutto quando la storia nazionale incrocia quella delle nostre famiglie. La Prima guerra mondiale non ha un protagonista conclamato, un Napoleone o un Nelson, un Hitler o uno Stalin. I comandanti sono dimenticati o esecrati (sono arrivate molte lettere per chiedere di cambiare nome alle vie dedicate a Luigi Cadorna; gli unici contrari sono quelli che abitano in una via Luigi Cadorna, e vorrebbero evitare la seccatura di cambiare indirizzo). I veri protagonisti della guerra sono i nostri nonni. I fanti contadini di cui custodiamo una foto, una divisa, una medaglia, una lettera. Va però detto che molti ufficiali combatterono e morirono accanto ai loro soldati. Bene ha fatto lei, caro Gaetano, a ricordare il generale Cascino. Una foto lo ritrae sul Monte Santo, accanto ad Arturo Toscanini. Ammiratore di Cascino, Toscanini accettò il suo invito — e quello del generale Gonzaga — a dirigere una banda militare, che sulla cima suonò la marcia reale, l’Inno di Mameli e canzoni patriottiche in faccia al nemico. Gli austriaci reagirono stizziti, e presero i musicisti a fucilate. Era il 26 agosto 1917. Al generale restava poco più di un mese.

Colpito da una pallottola di shrapnel a una coscia, Cascino rimase al posto di comando a dirigere le operazioni fino a sera. Al momento di scendere verso l’ospedale da campo preferì lasciare la barella a feriti più gravi. Questa decisione gli aggravò l’infezione alla gamba, che venne amputata. Morì pochi giorni dopo.

Aldo Cazzullo

 

Pubblicato in: Rassegna stampa
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