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Essere europei tra “Ragione e sentimento”

01/08/2020

“Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in Stati Nazionali sovrani.” Manifesto di Ventotene

Ernesto Rossi ed Altiero Spinelli

 Al termine di quattro giorni di serrata trattativa, in cui a un certo punto sembrava compromesso il processo d’integrazione dell’Europa, il Consiglio Europeo riunito a Bruxelles è approdato a una bozza di intesa sul Recovery Fund, un fondo garantito dal bilancio della UE da utilizzare per aiutare i Paesi colpiti dalla crisi economica in seguito alla pandemia. Si sta per questo avverando il sogno di un’Europa sovranazionale, come nel 1941 si auguravano Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nel cosiddetto Manifesto di Ventotene?

A distanza di 70 anni dalla stesura di quel testo è lecito avere qualche dubbio. Anche se ci sono nell’accordo di Bruxelles autentici aspetti innovativi, sarebbe infatti errato trarre dalle parole di Spinelli e dei suoi sodali un giudizio positivo sull’Unione Europea di oggi, che è in larga parte responsabile – complici le miopie nazionali – della sua stessa crisi. E se è giusto interpretare questo accordo come una vittoria del campo europeista, è al momento impensabile che il cammino dell’integrazione possa finalmente riprendere con passo spedito. Intanto le divisioni non sono superate; e soprattutto pesano come un macigno non tanto il contrasto tra le formiche del Nord e le cicale del Sud, quanto le lesioni allo stato di diritto inferte recentemente dai Paesi dell’Est, se è vero che la società aperta – con le sue libertà civili ed economiche, la democrazia liberale, il governo della legge – è alla base del progetto europeo. Nonostante il prestigio del messaggio partito da Ventotene e le idee e i sentimenti di ristrette élite federaliste, l’Unione (già Comunità Economica Europea) è nata e cresciuta con un compito preciso: contribuire a soddisfare le esigenze di benessere degli europei dopo gli orrori del nazismo, del fascismo e le macerie della guerra. Il suo più grande successo è il mercato unico. Forse, e sperabilmente, risulterà esserlo anche la moneta. Di fatto  a partire dai trattati di Roma del 1957 si è avviato un processo di integrazione  economica, a cui non è seguito in parallelo un processo di unità politica, né ha fatto passi avanti il progetto di una difesa comune, senza la quale, come sostengono i federalisti, non c’è unità politica europea possibile.

La firma dei Trattati di Roma

Ma quello che manca soprattutto è un’ Europa che ispiri ai suoi cittadini emozioni e senso di appartenenza e non ottenga soltanto un consenso razionale ad efficaci strategie economiche. E il sentimento anima la sfera della politica quando è fondata su grandi aspirazioni ideali e forti valori, come era per gli estensori del Manifesto di Ventotene e per i mazziniani della Giovane Europa.

Ma nonostante lo slancio ideale, la generosità dell’impegno e la lucidità dei suoi promotori, il progetto unitario vagheggiato già dagli europeisti dell’Ottocento e poi del Novecento non è stato finora realizzato; e non certo per colpa dei tecnocrati e dei finanzieri di Bruxelles. Infatti storicamente si sono affermati i movimenti di indipendenza nazionale quando c’è stata l’unione tra l’èlite culturale e politica e il popolo in nome di radici e valori culturali comuni e contro l’oppressione dello straniero.

 Dobbiamo comunque continuare a perseguire il sogno di una futura unità dell’Europa. Infatti seppure durante la stesura della Costituzione Europea, poi bocciata nel 2005 dai francesi e dagli olandesi, si sia discusso a lungo se l’Europa si radicasse nei princìpi dell’illuminismo o su quelli del cristianesimo, è certo che i valori della società aperta e democratica sono ormai da tempo costitutivi di una forte identità europea. La minaccia della pandemia di questi mesi potrebbe allora essere l’occasione per rafforzare il sentimento di solidarietà tra i cittadini europei e tra i governanti delle singole nazioni, di modo che la recente intesa sul Recovery Fund possa essere realmente un momento importante del cammino di cuore e d’intelletto verso un destino comune.  Sergio Casprini

 

 

 

 

Pubblicato in: Editoriale
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