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DISERTORI E COMBATTENTI: L’ITALIA A CAPORETTO

04/06/2015

copertinaLettere a Sergio Romano   Corriere della Sera 29 maggio

Ho letto che c’è un disegno di legge che si propone di scagionare i condannati a morte per diserzione durante la Grande Guerra. Un atto simile mi ricorda quelli della Santa Sede che a distanza di secoli chiede perdono per le vittime bruciate sui roghi per eresia. Ma sono stati uomini meritevoli? Mentre gli eroi affrontavano il nemico per il bene della Patria costoro mostravano la loro vigliaccheria. Possibile che i parlamentari non ne siano consapevoli?

Giovanni Allegri

Caro Allegri,

Angelo Panebianco ha già scritto (Corriere del 27 maggio) quanto sia assurdo e pericoloso mettere su uno stesso piano quelli che continuarono a combattere e quelli che disertarono. Ma esiste un altro aspetto di cui i promotori della legge sembrano essere del tutto inconsapevoli. Quando il fronte si ruppe a Caporetto, nella notte del 24 ottobre, vi erano nella zona d’operazioni circa 250.000 soldati italiani, raccolti in un’area montuosa dove le vie di comunicazione erano strette e impervie. Spiazzati dalla nuova e brillante tattica delle formazioni nemiche, soprattutto tedesche, i soldati italiani caddero prigionieri o cercarono di scendere disordinatamente verso la pianura trascinando con sé le altre formazioni disposte alle pendici delle montagne. Per molto ore Caporetto e l’intera zona furono un gigantesco collo di bottiglia da cui occorreva uscire il più presto possibile. Non basta. Un’armata dissolta e lasciata a se stessa si trasforma inevitabilmente in una moltitudine disordinata e indisciplinata, affamata e violenta. Per creare un nuovo fronte occorreva ricostituire i reparti. Furono impartiti ordini, creati luoghi di raccolta, organizzati posti di blocco lungo le strade per raccogliere i fuggiaschi e indirizzarli ai loro reparti. Sarebbe stato possibile impedire i saccheggi, fermare l’esodo e ricomporre le unità disperse se le autorità militari non avessero dato prova di fermezza e rigore verso coloro che cercavano di sottrarsi agli ordini ? E ancora: che cosa sarebbe accaduto se non fosse stato possibile contenere e arrestare l’avanzata austro-tedesca? Quali effetti strategici e politici avrebbe avuto la caduta di Venezia e di altre città del Veneto? Come ha ricordato Aldo Cazzullo sul Corriere di ieri, vi furono molti episodi di spietata ingiustizia e venne usata in parecchi casi l’arma cieca e brutale della decimazione. Ma le unità vennero ricomposte e il nuovo fronte dimostrò agli Imperi centrali che l’Italia non era sconfitta. La vittoria, un anno dopo, fu dovuta alle scelte di coloro che non avevano ceduto alla tentazione di abbandonare il campo di battaglia.

Sergio Romano

 

Pubblicato in: Rassegna stampa
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