
«Ce qui m’inspire de l’horreur c’est l’oubli» scriveva Cristina di Belgiojoso nei Souvenirs dans l’exil. Pubblicati nel 1850, si trattava d’una raccolta di lettere in cui la donna raccontava il suo abbandono dell’Europa, dopo la drammatica vicenda della Repubblica Romana, e la decisione di trasferirsi in Oriente.
Nel ventennio precedente, la principessa lombarda s’era impegnata a fondo per la causa italiana: aveva frequentato cospiratori, era finita sulla lista nera dei principali ricercati della polizia austriaca, per tutti gli anni Trenta era vissuta in esilio in Francia. Qui aveva continuato gli studi ed avviato una ricca attività di giornalista e scrittrice. Nel 1839 aveva avuto il permesso di rientrare a Milano e qui aveva cercato di metter in pratica le proprie teorie sociali nella tenuta di Locate. Nel 1846 aveva fondato una rivista – l’«Ausonio» – cui aveva partecipato il meglio della cultura italiana dell’epoca, da Manzoni a d’Azeglio. Repubblicana per sentimenti, s’era schierata a sostegno di Casa Savoia per realismo politico. Nel 1849, però, era corsa a Roma per aiutare la Repubblica mazziniana. La sua gestione dell’ospedale militare posto al Quirinale aveva fatto molto rumore: padre Bresciani l’aveva chiamata «la papessa Belgiojoso». Insomma, quando, poco più che quarantenne, iniziava il suo esilio in Turchia, s’era già assicurata un posto di tutto rispetto nella storia del Risorgimento italiano.
La capacità di scegliere e, insieme, di gestire la sua vita con coraggio e determinazione è al centro dell’ultimo libro a lei dedicato: Le scelte di Cristina Trivulzio. Storia di un’emancipazione di Silvana Bartoli, fortunata autrice di diversi studi di storia delle donne. L’opera – che sarebbe riduttivo considerare una semplice biografia – s’inserisce in un momento di grande fortuna critica per la Belgiojoso. La principessa, in effetti, non è mai caduta nell’oblio, che tanto paventava. Dal 2010 ad oggi quasi ogni anno è apparso almeno un libro a lei dedicato: biografie, raccolte di saggi, edizioni di testi. Nessuno dei “padri della patria” ha avuto una simile messe di studi.
Una tale fioritura di opere ha proiettato la Belgioioso fuori dal solo mondo accademico. Nel 2021 Milano ha voluto onorarla con un monumento (presentato come il primo in città dedicato a una donna). Il 25 ottobre 2022, poi, nel proprio discorso d’insediamento, l’attuale presidente del Consiglio ha voluto ricordare sedici donne che avevano contribuito alla storia dell’Italia unita: la prima a essere evocata è stata proprio la Belgiojoso. Il monumento – va detto – ha suscitato qualche perplessità. Una posizione fatta propria anche dalla Bartoli, che non condivide l’efficacia d’un opera che «presenta Cristina seduta: esattamente quello che non è mai stata».
In tutto il libro, infatti, l’autrice descrive la Belgioioso intenta a sovvertire il ruolo che la società aveva preordinato per lei. Che fosse nei salotti, sulle barricate, in ospedale ad assistere i feriti, in viaggio in Oriente o nel suo studio a scrivere per i giornali americani o francesi, essa visse in costante movimento di corpo e di spirito. Donna scomoda (come lei stessa si definiva) e non particolarmente dotata di diplomazia, fu un’«aristocratica irregolare», come la definisce Bartoli. Una donna che non poteva sopportare il comportamento conservatore di ampia parte del suo ceto, e che rivendicava il proprio diritto a intervenire nella società per riformarla secondo i principi che riteneva più avanzati. Nella gestione delle tenute di Locate e di Cakmakoglu (il suo «piccolo regno» in Turchia, dove visse fra 1850 e 1855) non si comportò troppo diversamente da un aristocratico illuminista del secolo precedente. Ma altro era il fine: tanto che riuscì ad inquietare lo stesso Manzoni, preoccupato di cosa avrebbero mai fatto quei contadini, una volta che fossero stati istruiti.
Dopo il 1849, e le disillusioni che questo aveva portato, la patria per lei era divenuta un concetto lontano, quasi astratto. Esule dall’Italia per obbligo e dalla Francia per scelta, la scrittura divenne il suo principale terreno d’azione. E vi raggiunse risultati egregi. Fu infatti dopo la lettura del suo Asie Mineure et Syrie (Parigi, 1858) che Cattaneo, nel 1860, la definì «la prima donna d’Italia». Chissà che prima o poi anche il mondo del cinema non si accorga di lei e non le dedichi una fiction.
Più di molte altre figure (femminili e non) sarebbe certamente adatta a incarnare lo spirito patriottico e ribelle che percorse il nostro Risorgimento.
Andrea Merlotti Il Sole 24 Ore domenica 11 gennaio 2026

Silvana Bartoli
Le scelte di Cristina Trivulzio. Storia di un’emancipazione
Olschki, pagg. 322, € 29


L’ITALIA DEI PRIMI ITALIANI. Ritratto di una Nazione appena nata