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Celebrare il Natale ai tempi del Covid

01/12/2020

Natale 2019 a Firenze

Glória in excélsis Deo et in terra pax homínibus bonæ voluntátis…
(Incipit dell’inno di Natale dal Vangelo di Luca)

Negli anni scorsi, quando si avvicinava Natale, per la maggior parte degli italiani partiva la corsa agli acquisti e saliva la febbre consumistica nonostante che fossero anni di grave crisi economica, e si ripeteva l’affollamento delle stazioni sciistiche. Nell’occidente cristiano, da tempo secolarizzato, è venuta infatti sempre meno la dimensione spirituale e simbolica delle feste natalizie, che sono invece diventate l’occasione per lo shopping di massa, oppure per vivere in maniera smodata l’attesa del nuovo anno con botti, fiumi di alcool e cocci di vetro nelle piazze. L’emergenza sanitaria ha costretto il governo italiano a decidere misure restrittive per le feste di quest’anno: regolamentazione degli orari dei negozi e controllo delle misure di distanziamento nelle strade e nelle piazze, niente cenoni e veglioni nei ristoranti, ma solo in casa con i propri familiari, la chiusura degli impianti sciistichi.

Nel richiamo costante da parte delle istituzioni a un maggior senso di responsabilità, alla sobrietà, a una fattiva solidarietà verso il prossimo e all’unità d’intenti di fronte alle difficoltà, il Natale ritrova almeno in parte lo spirito tradizionale, orientato al desiderio di pace e alla fraternità tra gli uomini di ogni razza e ceto sociale.

Anche in altri momenti storici, come durante la tragica Grande Guerra, si può ritrovare questo autentico spirito natalizio: basta ricordare la Tregua di Natale, una serie di “cessate il fuoco” non ufficiali avvenuti nei giorni attorno al Natale del 1914 in varie zone del fronte occidentale della prima guerra mondiale. Già nella settimana precedente il Natale, membri delle truppe tedesche e britanniche schierate sui lati opposti del fronte presero a scambiarsi auguri e canzoni dalle rispettive trincee e occasionalmente singoli individui attraversarono le linee per portare doni ai soldati nemici. Nel corso della vigilia di Natale e del giorno stesso di Natale, un gran numero di soldati provenienti da unità tedesche e britanniche (nonché, in misura minore, da unità francesi) lasciarono spontaneamente le trincee per incontrarsi nella terra di nessuno per fraternizzare, scambiarsi cibo e souvenir. Oltre a celebrare comuni cerimonie religiose e di sepoltura dei caduti, i soldati dei due schieramenti intrattennero rapporti amichevoli tra di loro al punto di organizzare improvvisate partite di calcio.

In un breve saggio del 1942, Perché non possiamo non dirci “cristiani”, Benedetto Croce sostiene che il Cristianesimo ha compiuto una rivoluzione «che operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale, e conferendo risalto all’intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fino allora era mancata all’umanità»

Invero Croce non aveva abbandonato la sua convinzione laica, né si schierava certo a difesa della Chiesa romana, ma aveva capito che i valori di umanità e di fraternità, che ritroviamo in particolare nella festa cristiana del Natale, sono valori anche per i non credenti, per gli uomini di buona volontà che hanno combattuto per la libertà e per la pace tra gli uomini, come accadde in Italia dagli anni del Risorgimento alla Resistenza.

Oggi non siamo per fortuna in guerra o sotto una dittatura, viviamo in un Paese democratico e godiamo di maggiore benessere economico rispetto al passato. Il Covid ha messo però a nudo la nostra insicurezza e fragilità di cittadini, viziati come siamo dall’attuale società edonistica di massa; e il Natale sobrio che ci attende questo anno può fortificare il nostro animo e farci ritrovare un’autentica solidarietà umana.

Sergio Casprini

Giotto Il Presepio di Greccio Basilica di San Francesco Assisi

Pubblicato in: Editoriale
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