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1861: una nuova Nazione da costruire

02/04/2022
Teofilo Patini Vanga e latte 1884

Al compiersi dell’unificazione del paese, nel 1861, il nuovo Regno d’Italia si trovò ad affrontare una serie di problemi, il più grave dei quali era senz’altro la frattura tra la borghesia che si preparava ad amministrare lo Stato e le masse contadine –l’80 per cento della popolazione, deluse nella loro sete di terra e giustizia, ignorate dal nuovo ordine statale che imparavano a conoscere solo attraverso il carabiniere e l’esattore delle tasse.

Lo Stato italiano era rappresentato da un ristretto gruppo di borghesia, soprattutto agraria. Con la legge elettorale del Regno di Sardegna del dicembre 1860, poi utilizzata dal Regno d’Italia fino al 1880, avevano diritto di voto solo i “cittadini benestanti”: meno del 2 per cento della popolazione. L’unificazione burocratica doveva accompagnare l’unificazione politica: si trattava, per la classe dirigente, di ridurre a uno i sistemi legislativi, fiscali, metrici di sette diversi Stati italiani. Si trattava anche di recuperare –attraverso una aumentata pressione fiscale che colpiva soprattutto i non abbienti- le spese sostenute dal Piemonte nelle guerre per l’Unità e le spese ancora da sostenere per l’impianto e il mantenimento di un esercito, di una burocrazia, di edifici pubblici e amministrativi, di una rete stradale e ferroviaria, funzionali alle esigenze del nuovo Stato italiano.

Fiscalismo e coscrizione obbligatoria, assieme ad altri provvedimenti legislativi (come l’abolizione degli usi civici (i diritti di seminare, pascolare, legnare sulle terre appartenenti ai comuni), l’incameramento dei beni ecclesiastici da parte della borghesia (con conseguente espansione del latifondo) sconvolgono l’ordine sociale preesistente nelle campagne, un ordine ancora feudale, per sostituirlo con un altro, feudale e capitalistico insieme. I suoi aspetti più evidenti, soprattutto nel Meridione, sono l’arretratezza estrema dei mezzi di produzione, l’utilizzo estensivo della terra, lo sfruttamento intensivo e feroce di ogni singolo bracciante, e l’investimento dei profitti nelle società speculative e finanziarie del Nord che si costituivano in quegli anni. Nel Meridione una conseguenza dell’abbassamento del tenore di vita nelle campagne, successivo all’Unità, fu l’esplosione del brigantaggio.

In Toscana d’altra parte, dove i sistemi di coltivazione e le condizioni di vita dei contadini apparivano migliori, l’aumento delle imposte, la leva di massa –sconosciuta sotto i Lorena-, la scomparsa dei mercati locali nell’evoluzione verso un mercato unico nazionale, determinarono un malessere diffuso nelle campagne che esploderà a più riprese nei moti del macinato a Firenze, Pontassieve, Arezzo, Lucca del 1869, nel moto eretico- sociale del Lazzaretti e dei contadini del monte Amiata, tra il 1872 e il 1878, ma che si rivela anche nell’abbandono della terra da parte di numerose famiglie, che si spostano in cerca di lavoro a Firenze, negli anni che sarà capitale, in Francia e, dal 1870, anche Oltreoceano, in Argentina, Brasile e Stati Uniti.

Livio Ghelli

Pubblicato in: Focus
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