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Un confronto d’opinioni tra Fabio Bertini e Giorgio Ragazzini in merito al referendum sulla giustizia del 12 giugno

01/06/2022

Caro Direttore,

partiamo dalla frase che riporti, di Einaudi: “bisogna conoscere per deliberare”. In generale è il punto debole della marea di referendum che vengono proposti ormai da qualche decennio, spesso accostando le materie più diverse e disparate. Finisce, nella maggior parte delle volte, che è più semplice chiedersi: da quale parte proviene la proposta? E poi decidere con un criterio, se non di appartenenza, di orientamento. Diverso è il caso dei referendum che pongono quesiti semplici e sintetici direttamente alla coscienza e penso, in particolare, al quesito Repubblica/Monarchia, o al quesito sul divorzio o a quello sull’aborto. Hanno dato risposte chiare e in grado di riflettere bisogni sentiti come propri da chiunque, a prescindere dal grado di istruzione.

Da elettore, certamente non mi sottrarrò alla partecipazione al voto ed ho in programma di prendermi un paio di giorni per leggere bene quale tipo di cambiale mi viene chiesta e con quali clausole piccole  piccole come quelle che, indecorosamente, passano per un secondo nelle pubblicità delle auto in televisione in maniera sfacciatamente prepotente e soprattutto illeggibile. Leggerò a fondo e cercherò di usare tutto il mio modesto potenziale culturale che non è certamente quello di un professore ordinario di diritto, quale occorrerebbe.

Cercherò di sfuggire alla  tentazione che mi viene dal profondo di pensare  al fatto che si invocano riforme della giustizia più o meno dal tempo in cui Mani pulite provò a disboscare la corruzione della politica, perdendo alla lunga la sua partita. Mi imporrò di non sfiorare il qualunquismo, sperando che corrisponda a questo l’atteggiamento di chi, con speculare inclinazione al qualunquismo, interpreta il bisogno di riforma come una sorta di vendetta verso la Magistratura. 

Tutte le partite cominciano dallo 0-0 e per me sarà così, ma senza il gusto di giocare una gioiosa partita su un bel campo d’erba alla luce del sole. Una cosa non posso negare. Io credo fermamente nella rappresentanza parlamentare e tanto mi piacerebbe un moto d’orgoglio dell’elettorato che invece di bofonchiare si organizzasse perché il Parlamento tornasse ad avere quella centralità che i costituenti avevano privilegiato come strumento politico, riservando al referendum un carattere di eccezionale e sacrale momento di verifica, oserei dire più morale che strumentale.

Cari saluti,

Fabio Bertini

 

Leonardo Dudreville  La partita di calcio 1923

Caro Fabio (oltre che caro Direttore),

ormai da decenni sento dire che molte delle richieste referendarie sono troppo complicate per affrontarle con un sì o con un no. E regolarmente mi chiedo e chiedo: invece sarebbe semplice la scelta per chi votare a elezioni nazionali o locali?  In teoria un elettore dovrebbe esaminare un gran numero di proposte programmatiche di estrema complessità, ma quanti lo fanno almeno in parte? E quanti invece si limitano a votare  solo con un criterio di appartenenza o di orientamento? “Gli attrezzi erano i mia, verga!”, rispose un anziano lavoratore a chi gli chiedeva perché aveva votato Pci. Naturalmente è vero che ci sono materie più complesse, alcune forse troppo, da affrontare con lo strumento referendum, tanto quanto non si può pretendere che ogni cittadino padroneggi l’economia, la finanza e la politica estera per scegliere da chi farsi rappresentare. Ognuno fa quello che può per informarsi; e apprezzo molto la tua decisione di dedicare un paio di giorni allo studio dei quesiti. Ma questo è, in linea generale, il punto di forza del referendum: quello di spingere a informarsi, proprio perché, anche quando non sono faccende semplici, si tratta comunque di un numero limitato di problemi, a differenza di quelli che pone un voto politico. E comunque, altro vantaggio del referendum, si può sempre votare scheda bianca se si hanno dubbi su qualche quesito.

Due sole osservazioni aggiuntive. La prima: sulla mancanza di informazione c’è e c’è stata quasi sempre (anche oggi) un’enorme responsabilità del servizio pubblico, perché i partiti sono quasi tutti infastiditi dai referendum. “Le riforme si fanno in parlamento!” Ma purtroppo non si fanno o si fanno male, come quella sulla responsabilità diretta dei magistrati partorita purtroppo a suo tempo da Vassalli. La seconda: non so a chi ti riferisci supponendo una sorta di vendetta nei confronti della magistratura. No, è un dovere anche verso i tanti magistrati seri, oscurati dagli inquisitori faziosi e esibizionisti.

Un cordiale saluto,

Giorgio Ragazzini


Honorè Daumier Le grand escalier du Palais de Justice 1865

Caro Giorgio,

rispetto tutto il tuo scritto, anche ciò che non condivido. Mia madre, che Dio l’abbia in gloria, cittadina del 1946 per intendersi, sempre attenta all’informazione, sapeva benissimo per chi votare. Non mi ha mai detto per chi perché gelosa del segreto elettorale, ma posso supporre per chi e, a mio avviso, per chi allora era degno di fiducia per la gente come lei. Venne il referendum sul nucleare e io non so per che cosa avesse votato. So che aveva la licenza elementare e non poteva votare che di istinto. Così penso sia ora. Tu dici qualcosa sulla Magistratura, io probabilmente ne intendo un’altra e le due cose, probabilmente,  non andranno d’accordo. Perché? Boh! I punti di vista sono politica? Direi di sì. Accade sempre. Poiché però non ho le tue certezze sul bene dei Magistrati che non mi sembrano così entusiasti di essere beneficati, io prometto di studiare quel paio di giorni. Non posso consigliarti che di farlo anche tu, ma magari l’avrai già fatto e avrai deciso senza prevenzioni che saprebbero di orientamento e ci riporterebbero alle scelte politiche. Può sempre servire. Ma se andrai avendo già idea del che fare, non rimane che farti i complimenti e gli auguri. Io chiudo qui.

Cari saluti,

Fabio Bertini

Pubblicato in: Lettere al Direttore
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