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Confinare il problema dei migranti su una fetta di popolazione – la nuova che arriva – impreparata e lasciata allo sbando, senza corsi di italiano, di cultura, di avviamento alla storia della nuova Europa, è, in fondo, molto semplice, ma, alla lunga, non paga ed è funzionale a chi vorrebbe affondare la democrazia.

Caro Direttore,

La questione dei migranti è un tema difficile su cui si è evidentemente formata un’opinione, per così dire, media, tradotta in messaggio politico premiante. Le paure hanno fatto aggio sul ragionamento e sul costume sociale intorno ad argomenti che, di per sé, non sarebbero né di destra né di sinistra, ma potrebbero attenere a tante altre categorie, religiose, culturali e così via. Ciò che appare evidente è che si è concentrato sulla questione un tema che riguardava anche altri ambiti: la totale distanza della politica dai problemi della gente e, di conseguenza, lo scaricare tensioni e problematiche sui quartieri, sulla gente comune e così via. Non è affatto qualunquista o antipolitico, ad esempio, pensare che il politico oggi abbia una condizione privilegiata rispetto agli altri cittadini. Si prendano, a caso, delle carriere di politici che non fossero già nababbi a prescindere e le si verifichino con i 730 e le proprietà immobiliari tra il prima e il dopo la legislatura di nomina. Prevale insomma non più il principio della rappresentanza dei ceti che tu ti sei offerto di rappresentare (e magari lo hai fatto finché c’erano le condizioni). Prevale un principio di cooptazione nell’universo dorato che sta in alto. Non perché vi siano machiavelliche e cattive volontà ma perché tale è il meccanismo che si è incardinato in qualche decennio. Non vi è cosa più assurda che una categoria decida da sé sul livello del suo salario. Nel caso dei parlamentari, ad esempio, il livello dovrebbe spettare misurarlo a un organo esterno su precise basi di calcolo.

Tutto questo per dire che cosa? Io credo che la colpa dell’attuale condizione psicologica della gente stia in quella distanza sociale, tra i ceti e le classi, che si è riflessa in senso dell’abbandono. Io rivendico al popolo italiano il non essere razzista. Non lo è mai stato, ma è soltanto suggestionato e trova nel disordine della città senza regole definite il capro espiatorio e ciò perché ci sono anche delle evidenze che non si possono dimenticare e si vedono macroscopicamente. È come quando si legge che una gang di minorenni terrorizza un giardino pubblico di una grande città. Ti viene da chiederti: occorre Perry Mason per dargli quattro calci nel sedere, mandarli a scuola e parlare seriamente con le loro famiglie, chiedendo che i genitori rispondano della loro educazione? Confinare il problema dei migranti su una fetta di popolazione – la nuova che arriva – impreparata e lasciata allo sbando, senza corsi di italiano, di cultura, di avviamento alla storia della nuova Europa, è, in fondo, molto semplice, ma, alla lunga, non paga ed è funzionale a chi vorrebbe affondare la democrazia.

Cari saluti e buone vacanze

Fabio Bertini

 

 

Fiorentino, è laureato in architettura. Militante nei gruppi della sinistra rivoluzionaria (Potere Operaio), nei primi anni 70 inizia l’attività di insegnamento, prima nelle scuole medie e successivamente, abilitatosi in Storia dell’Arte, nelle scuole di indirizzo artistico. Con l’insegnamento prende progressivamente coscienza del suo ruolo professionale fuori da ogni logica ideologica, per cui si allontana dalle posizioni estremistiche di sinistra degli anni giovanili e si avvicina sempre di più a posizioni liberal-democratiche. E’ tra i fondatori, negli anni 80, della Gilda degli Insegnanti, associazione che cerca di tutelare la valenza professionale dei docenti e, nel dicembre 2005, del Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità. E’ rappresentante legale del Comitato Fiorentino per il Risorgimento, del cui sito è direttore.